ARTURO JÈHAN DE JOHANNIS.
Signore e Signori,
Un moderno scrittore, esprimendo del resto una convinzione che è molto diffusa, ha detto che la economia politica non è altro che letteratura noiosa; temo che oggi per mia colpa avrete una nuova conferma di quel giudizio. Concedetemi però di sperare che non lascierete venir meno la vostra pazienza.
Il secolo XVI è, specialmente da alcuni economisti, considerato per l'Italia come un periodo di decadenza; ed in tal giudizio, forse eccessivamente sintetico, si può concordare, quando lo si restringa dicendo: che in esso cominciano i sintomi di una decadenza. E veramente non si può ammettere che quello stato di prosperità economica e di splendore dell'arte, nella letteratura, negli studi, frutto di un lavoro intenso di quattro secoli, abbia potuto deperire in una diecina d'anni, nè per il solo fatto delle dominazioni straniere, che nel XVI secolo si allargarono in Italia, nè per le lente modificazioni che subì il commercio.
Genova, Ferrara, Urbino, Firenze, Venezia, Mantova, Roma, fra le altre molte città avevano raggiunto un grado così alto di agiatezza, che dovevano necessariamente resistere a lungo contro le cause esterne che si sono rivolte a loro danno. La affermazione pertanto che le scoperte marittime dei Portoghesi, degli Spagnuoli e degli Olandesi avessero senz'altro mutata repentinamente la condizione economica della penisola, va confinata tra le leggende che hanno soltanto l'ombra della verità; come pure va rigettato l'altro concetto che la dominazione spagnuola, per la importazione di costumi, di abitudini e di tendenze molto differenti dalle italiane fosse causa unica del decadimento economico.
Non nego certamente che le novità geografiche e le mutazioni politiche non abbiano sensibilmente contribuito alla diminuzione della prosperità italiana, ma ritengo sia più facile dimostrare e provare che le stesse condizioni economiche, nelle quali si trovava l'Italia al principio del Cinquecento, avevano intrinsecamente il germe del decadimento, e che gli avvenimenti geografici e politici, a cui ho fatto cenno, non furono in gran parte se non la causa occasionale del decrescere della fortuna pubblica e privata.
Starei per dire che tutto ciò che è logico è anche fatale; e nei fatti individuali come nei fatti delle grandi collettività — gli stati e le nazioni — meno eccezioni rarissime che formano poi l'oggetto della generale meraviglia — lo svolgimento dei fatti economici segue un indirizzo che mi pare conseguenza quasi inevitabile di alcuni caratteri della natura umana. Al faticoso accumularsi delle ricchezze con una cura parsimoniosa che pare fino avarizia, segue quasi sempre in generazioni successive prima l'uso intelligente ma largo delle ricchezze stesse, poi il fasto vano e smodato, lo sperpero, e finalmente la soggezione economica. E questo quasi generale procedimento, che riscontriamo tanto spesso nelle famiglie, si incontra anche nella vita delle nazioni.
Atene e Roma ne sarebbero splendidi esempi.
Qualche cosa di simile ci presenta l'Italia nei secoli che corrono dal mille al milleseicento. Il primo periodo è tutto di lavoro attivo ed intelligente il quale è conseguenza di due fatti principali: gli enormi guadagni che le città marittime della penisola conseguono col trasporto dei crociati e coi traffici che massimamente si svolgono coll'Oriente; l'incremento delle industrie favorito da una specie di libertà della produzione acquistata dai comuni.
Infatti dal mille al milletrecento circa quella parte dei fatti economici pur troppo ristretta, che gli storici hanno illustrata, ci mostra l'Italia invasa da una febbre salutare di lavoro, fino al punto che alla aristocrazia della spada che dagli alti castelli dominava ancora la campagna, si contrappose a poco a poco un'altra aristocrazia che a Venezia, a Genova, a Firenze, in Lombardia, in Piemonte, dapertutto, diventa potente e prepotente, l'aristocrazia sorta dai commerci e dalle industrie.