E qui per dimostrare questo solo punto della ricchezza commerciale dell'Italia nell'epoca che precede il 1400, non mancherebbe certo il soccorso della storia che del resto è a tutti nota. Chi non conosce gli 80 banchi fiorentini sparsi nell'Italia e le succursali aperte in tutto il mondo? chi non ha letto che i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i Medici, i Corsini, i Peruzzi, i Rucellai sono banchieri, fabbricanti, importatori ed esportatori di lane, di panno, di sete? Ed è per estendere questo commercio che Firenze acquista per centomila fiorini d'oro il porto di Livorno ed a spese dello Stato costruisce due flotte una che esercita il commercio coll'occidente, l'altra coll'oriente. E la lana greggia si importa dalla Spagna, dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Fiandra, si tramuta in tessuti che prendono la via del levante; dal levante e dalla Sicilia si importa la seta greggia per farne velluti, broccati ed ogni genere di finissimi lavori che si vendono poi a tutta Europa; e dalla Francia venivano i tessuti che si tingevano a Firenze e davano vita all'arte dei Calimala.
E Venezia, prima col modesto mercato del sale poi cogli scambi di prodotti diversi tra l'Asia e l'Europa che nell'Egitto avevano lo scalo, più tardi coi grandi guadagni che il trasporto dei crociati e l'approvvigionamento di tanta gente, la quale non soltanto dall'ascetico sentimento di liberare il sepolcro di Cristo, ma, come lamenta un principe contemporaneo, è mossa dall'amor auri et argenti et pulcherrimarum fœminarum voluptas, Venezia accresce la propria fortuna. Ricordo a tale proposito un solo fatto che vale per tanti altri analoghi. Col trattato di alleanza stipulato dai Veneziani per il trasporto della quarta crociata, il doge di Venezia si obbligava di imbarcare e condurre in Oriente 4500 fanti, altrettanti cavalli, 9000 corazzieri, e 20,000 pedoni, e di mantenerli con razioni stabilite di pane, legumi, vino ed acqua per tutto il viaggio; il prezzo convenuto era di 85,000 marchi d'argento di buona lega e peso di Colonia. Ma quando arrivati a Venezia i capitani non hanno il danaro, il doge si rifiuta di trasportarli; e quando i crociati spogliandosi di ogni cosa all'infuori delle armi e dei cavalli e portando alla zecca del Doge per farne valori begli e ricchi vasellami d'oro e d'argento ne traggono 35,000 degli 85,000 marchi, i Veneziani li accettano, purchè i crociati li aiutino a prender Zara, sperando però che Iddio per mezzo di comuni conquiste dia ai crociati il modo di pagare gli altri 50,000 marchi. Nè valsero le proteste del Papa, e le resistenze degli stessi crociati che non volevano combattere il Re d'Ungheria esso pure crociato; l'interesse prevalse ad ogni considerazione, Venezia ebbe Zara prima, Costantinopoli poi, e soltanto più tardi mosse senza successo coi crociati a liberare il santo sepolcro.
Calcolano alcuni che cinque o forse sei milioni d'uomini si recassero in Terra Santa nel tempo delle crociate; è difficile stabilire una cifra attendibile, ma è certo che il movimento delle persone, dei cavalli e dei viveri necessari a mantener tanta gente che si imbarcava a Venezia, a Genova, a Bari, a Marsiglia, deve essere stato enorme. Ed intorno a questa moltitudine di cui facevano parte imperatori, re, capitani, guerrieri, famigli, matrone, sacerdoti, avventurieri ed avventuriere, pellegrini e pellegrine, che a centinaia, a migliaia, quando a drappelli ordinati in armate, quando in turbe disordinate intraprendevano il santo viaggio, stava quello sciame di trafficanti di tutti i generi che vive e guadagna sui più urgenti bisogni altrui. Oggi si avrebbero appaltatori, impresari, aste, forniture, frodi, corruzioni, allora i nomi erano diversi, ma non diverse erano le cose.
A questi fattori notevolissimi di lusso per quasi tutte le città marittime italiane, si aggiunga per Venezia la straordinaria attività del suo governo, della sua politica e dei suoi cittadini che resero quella Repubblica il paese commercialmente più ricco del mondo. Essa tiene sul mare 3000 navi mercantili, 45 galere, 25,000 uomini. E basterebbe ricordare la relazione del doge Mocenigo al Senato nel 1421 per comprendere quale fosse la importanza del traffico di quel tempo. Per il Po e per i canali che avevano diramazioni in Lombardia e fino a Tortona ed a Novara i Veneziani mandavano 20,000 quintali di filo, 50,000 di cotone, 40,000 di lana catalana, ed altrettanti di lana francese, 250,000 ducati di stoffe di seta ed oro, 3000 carichi di pepe, 400 pacchi di cannella, 2000 quintali di zenzero, 25,000 ducati di zucchero, 30,000 di sostanze tintorie, 250,000 di sapone, e 30,000 di schiavi. Venezia comperava dagli stessi luoghi 90,000 pezze di panno e riceveva a saldo più di un milione e mezzo di zecchini. E senza riferire maggiori particolari accennerò che quella relazione riassume in 10 milioni di zecchini il complesso del commercio di Venezia, corrispondenti a 110 milioni delle nostre lire, quindi, al valor odierno, a circa mezzo miliardo di traffico; tutta l'Italia oggi non arriva a due miliardi di commercio internazionale.
L'interesse del danaro era in molti punti d'Europa in quel tempo anche del 20 per cento; e se questo era il saggio del profitto che la produzione ed i commerci tanto sviluppati in Italia, ritraevano, si può spiegare agevolmente come in breve tempo le città della penisola mirassero alle grandi concezioni dell'arte, della intelligenza, degli studi. Vi spiegate subito perchè appunto in quell'epoca che chiamiamo Rinascimento si adornassero le città italiane di quei monumenti che formano oggidì la maggiore e più ammirata testimonianza della ricchezza pubblica e privata. Se si raccolgono colle date rispettive in un elenco i grandi edifizi innalzati nel XII, XIII e XIV secolo, si costituisce quasi il riassunto di una guida per tutto ciò che di più altamente artistico oggi ancora in Italia si ammiri. Nè certamente occorre che qui dinnanzi a voi ricordi la gloriosa serie che da Santa Maria del Fiore al Duomo di Monreale, dalla sala della Ragione di Padova al Duomo di Orvieto, dal Palazzo di Belfiore di Ferrara al Duomo di Milano, alla Certosa di Pavia, a San Petronio di Bologna contiene tante manifestazioni di raffinata intelligenza; nè debbo ricordare le opere grandiose quali il ponte sul Ticino, i canali del Veneto, le arginature e deviazioni dei fiumi, ecc., ecc.
Ed è la conquistata agiatezza che dà modo agli studi di svolgersi e di accrescere la coltura; sono le corti dei principi ed i governi degli stati liberi, sono le scuole delle arti e le stesse popolazioni che incoraggiano il rinascimento intellettuale ed onorano i grandi scrittori ed artisti e vanno a gara per disputarseli e vogliono godere della voluttà del pensiero. Egli è che, se mi è permessa una riflessione aridamente economica, il lusso intellettuale viene dopo la diffusione della ricchezza; non si troverà l'arte, lo studio, la poesia, la scienza in quei popoli presso i quali lo scarso profitto del lavoro permette appena la soddisfazione dei materiali bisogni. Nei popoli l'apprezzamento delle più alte manifestazioni del pensiero è quasi sempre incompatibile coll'angustia economica. Nell'epoca a cui accenno le repubbliche decretavano ad esempio che si costruisse il più bel tempio del mondo in attestazione della potenza e della ricchezza della nazione; oggi si farebbe un'asta, con un capitolato d'oneri, col ribasso del vigesimo, ed il Consiglio comunale discuterebbe sulle dimensioni delle arcate e si approverebbero a maggioranza le regole d'arte. E davanti allo splendore antico, in mezzo al quale viviamo, ci lamentiamo della insufficienza contemporanea, e non notiamo abbastanza che deriva dalla scarsezza dei mezzi.
Ma se mai alcuna prova occorresse a questa sconfortante riflessione si ponga mente che il risorgimento economico dell'Italia ed il conseguente rinascimento artistico e letterario, si verifica in tutta la penisola, non ostante la grande varietà degli ordinamenti politici e sociali; tanto a Venezia dove dominava una oligarchia tirannica, quanto a Firenze dove talvolta la turba, che oggi si direbbe scamiciata, afferrò il potere. La storia con numerosi esempi, troppo spesso dimenticati, mostra la impotenza dei governi a creare o a distruggere la ricchezza; nella maggior parte dei casi sono le stesse condizioni economiche quelle che generano un inevitabile decadimento, ed i Governi, fiacchi o corruttori o corrotti, sono essi stessi il prodotto e non la causa di quelle condizioni. Perciò nel tempo di cui parlo vediamo a poco a poco manifestarsi i sintomi di due mali che saranno lenta ma determinante causa del decadimento: da una parte il lusso smodato che si esplica nel godimento dei risparmi accumulati; dall'altra il timore della attività altrui il quale si manifesta colle proibizioni economiche.
Anche qui sono obbligato a brevi cenni.
Già alla fine del 1400 cominciano le leggi suntuarie: non è più il tempo nel quale i Fiorentini vendevano agli stranieri i fini panni delle loro fabbriche, mentre si vestivano di stoffe grossolane. A poco a poco Firenze divenne il centro del lusso, delle belle arti e del buon gusto; la facilità stessa con cui il danaro si guadagnava e da ogni parte affluiva, eccitava alle spese ed alla prodigalità, ed il lusso dell'abbigliamento delle donne fiorentine, già lamentato da Dante, non ebbe più limiti. L'anno scorso un simpatico e dotto conferenziere vi ricordò molte leggi contro il lusso promulgate a Firenze ed in pari tempo ve ne dimostrò la inefficacia; non altrimenti avveniva a Venezia. Trovo un decreto con cui per limitare le spese eccessive “de pasti a colazion de nozze et compagnie„ la repubblica proibisce i confetti pieni di liquori “cioè quelli che se chiamano senza corpo„ e proibisce di illuminare il banchetto con “più di sei torze del peso di lire 6 l'una„; ed alle donne proibisce “de portar al colo più de un filo de tondini d'oro schietti che non eceda el prezio de 25 ducati od una cadenela d'oro schietta la qual no ecceda el valor de ducati 100„; e proibisce pure di portare “maneghe et petorali tessuti d'arzento over d'oro„; di un valore maggiore di venti ducati in tutto; ed ordina che “le maneghe a comedo„ sieno fatte in modo da non richiedere più “de un terzo de brazo de seda„. Ed anche la coda richiama l'attenzione della Repubblica la quale proibisce che “alcuna dona over putta de questa città possino portar alcuna veste la qual habbia più de una quarta de coda, sotto pena de perder la vesta e de pagar 25 ducati per una e cadauna volta„.
Prescrizioni severe ci paiono oggi ma altrettanto inutili. Era il lusso una conseguenza inevitabile dell'accumulazione della ricchezza, od era un prodotto di cause particolari, di ordinamenti civili, di forme di governo, di rilassatezza di costumi?