Se si riflette che gli stessi inconvenienti si lamentavano e gli stessi inutili rimedi si tentavano a Venezia, a Milano, a Mantova, a Genova, a Firenze, a Roma dove pure tanto diverse erano le condizioni politiche e dove i Governi avevano caratteri tanto differenti, è da credersi che il lusso smodato, che non si limitava al vestire delle donne, ma si manifestava nel giuoco, nelle feste pubbliche, nei funerali, nei viaggi con seguiti numerosi, non fosse che un prodotto, inferiore se si vuole, ma egualmente intrinseco di quelle stesse cause, che avevano dati i templi sontuosi, le fabbriche pubbliche ricche di marmi, i palazzi splendidi di ornamenti. Dall'arte pura si passava grado a grado a quella esuberanza di decorazione nell'ornamento che troverà più tardi nel barocchismo la sua sgraziata apoteosi.
Ma ho detto dianzi che assieme al lusso un altro germe roditore della ricchezza pubblica e privata si manifestava nelle città italiane: il timore della attività altrui. Finchè a tenere il commercio e l'industria nel maggiore splendore erano sopratutto e quasi unicamente le maggiori città italiane Firenze, Genova, Milano, Venezia, la libertà della produzione era dai comuni quasi generalmente accettata e fatta rispettare; si può anzi dire che sopratutto sulla libertà del lavoro sorgessero e si consolidassero queste nuove collettività italiane. Le diverse costituzioni o statuti, come allora si chiamavano, che ci rimangono, o che più furono dagli storici studiati, più che mirare ad un ordinamento politico, tendevano ad assicurare alla cittadinanza, dopo la giustizia, franchigie economiche, finanziarie, fiscali. Il giuramento del capitano per mantenere le consuetudini di Genova è tutto un riassunto di diritto civile sulle servitù reali e personali: i Pisani avevano principalmente chiesto ed ottenuto il riconoscimento e l'osservanza delle costitutiones quas habent de mari; e Messina e Lucca e tante altre città fondano il nuovo diritto di libertà sulle esenzioni doganali, sul diritto di coniar moneta, sulla libertà di tagliare nelle foreste regie per il naviglio, sulle imposizioni fiscali, sui livelli, sulle prescrizioni, ecc., ecc.
Ma quando la attività industriale e commerciale si diffonde e si estende, allora sorgono le invidie, le rivalità, e incomincia il protezionismo con quelle forme violente che caratterizzano tutti i rapporti di quell'epoca tra città e città. È infatti poco prima del 1500 che si estendono dovunque le dogane, specie di fondaci dove dovevansi introdurre tutte le merci che venivano di fuori e che erano custodite da un Massaio di dogana, nè più nè meno dei nostri magazzini generali e dei nostri porti franchi; ed è nella stessa epoca che i decreti che applicano i dazi cominciano a parlare non soltanto di necessità dell'erario, ma della importanza di proteggere le arti e gli operai della città.
Nel monito del Sercambi ai Guinigi di Lucca trovo già che lamentando la decadenza dell'arte della seta “la quale era quella che riempiva Lucca di denari„, esprime il consiglio che non se ne permetta la importazione, colla sentenza: “almeno quello che per noi far si può per altri non si faccia.„ E poi voleva che i vini forestieri non si ammettessero in Lucca e nel contado “se non con grossa e smisurata gabella„ giustificando la sua proposta coi soliti sofismi, che i vini forestieri essendo migliori allettavano di più, mentre quelli del paese si gettavano, rovinando così l'economia dei poderi. E da questi particolari suggerimenti passando a più grandioso concetto, il Sercambi formula una completa teoria protezionista. Trova triste la condizione delle arti e crede che migliorerebbero se il contado comperasse soltanto in Lucca quello di cui abbisogna; allora ogni cittadino Lucchese guadagnerebbe e si aprirebbero fondachi sperando di vendere al contado; vorrebbe a tale scopo che fosse sequestrata ogni merce che “si conduce nel contado et non sia tratta di Lucca„; fa eccezione per alcuni commestibili e per il legname contentandosi che siano tassati nella entrata e nella uscita. E conclude:
“Tutte quelle mercanzie che di Lucca si cavassero si possino portare per tutto il contado senza pagare cosa alcuna, e di questo avrà il comune due gabelle, l'una in nell'entrare, l'altra in nell'uscire, et il guadagno rimarrà in Lucca.„
Non altrimenti parlano oggi per il protezionismo rifiorente, tanti illustri uomini di Stato italiani e stranieri, ed è cosa che fa disperare del progresso economico.
E le corporazioni d'arti e mestieri, nelle città, dove erano rimaste, colla potenza che avevano acquistata in quei tempi, non ebbero piccola parte nel creare e nell'incrudire degli impedimenti verso la produzione forestiera, dappoichè estesero ai produttori delle altre città, mano a mano che si svilupparono le industrie, quelle stesse idee grette e tiranniche colle quali per gelosie interne governavano l'esercizio della industria. Anche intorno alle corporazioni un illustre scrittore vi ha intrattenuto nell'anno passato e nulla potrei aggiungere a quello che egli vi ha dottamente esposto.
Se non che, il lusso da una parte, le proibizioni ai commerci dall'altra, portarono ben presto come fatale conseguenza un considerevole aumento delle spese pubbliche e private. Anche qui i caratteri della natura umana furono in azione più che mai violenta. Col lusso dei cittadini i governi, fossero essi a libero reggimento od a monarchia, cominciarono a gareggiare; ed allora il fasto non ebbe più freno. Ricordate il viaggio del duca Galeazzo Maria Sforza da Milano a Firenze? I principali feudatari del duca ed i consiglieri gli facevano corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi d'oro e d'argento; ciascuno di essi aveva un buon numero di domestici splendidamente ornati; tutti gli stipendiati ducali erano coperti di velluto. Quaranta camerieri erano decorati con superbe collane d'oro. Altri camerieri avevano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca avevano la livrea di seta ornata d'argento. Cinquanta corazzieri, con selle di drappo d'oro e staffe dorate: cento uomini d'arme, ciascuno con tale magnificenza come se fosse un capitano; cinquecento soldati scelti a piedi: cento mule coperte di ricchissimi drappi d'oro ricamati: cinquanta paggi pomposamente vestiti; dodici carri coperti di superbi drappi d'oro e d'argento; duemila altri cavalli e duecento muli coperti uniformemente di damasco per l'equipaggio dei cortigiani. Cinquecento paia di cani da caccia, e sparvieri, falconi, trombettieri, musici, istrioni. Tale è il racconto di un cronista contemporaneo.
Del resto basta pensare allo splendore delle pubbliche feste che si davano a Mantova, a Venezia, a Roma per ogni circostanza e per ogni pretesto, come le caccie di Leone X, e si comprenderà facilmente quali enormi spese pubbliche fossero necessarie, anche senza por mente che col fasto e col lusso la corruzione pubblica, il peculato e lo sperpero delle entrate andavano compagni.
Perciò le città italiane, che nei secoli durante i quali avevano lottato per ottenere la libertà avevano dovuto anche sostener guerre per reggersi, per rivaleggiare nella potenza, per costituirsi e per allargare il loro dominio, nei tempi immediatamente precedenti al cinquecento, che furono se non pacifici certo meno fecondi di contese, portarono le pubbliche gravezze al di là di ogni equa misura. Siamo soliti ora di lagnarci per il peso delle molteplici tasse ed imposte che ci aggravano, ed assistiamo sgomenti e meravigliati ai faticosi studi dei Governi e dei Parlamenti diretti a trovare nuova materia imponibile. Ci pare che mai l'arte della finanza abbia potuto essere tanto raffinata. Sono però costretto a far notare che la fantasia dei finanzieri del decimoquinto e decimosesto secolo aveva già mietuto tutto il campo fiscale non lasciando ai moderni, nemmeno la consolazione della spigolatura. Riassumo più brevemente che mi sia possibile: