tasse sui pesi e sulle misure;

tasse sull'imbottato, sul macinato, sul panificio;

tasse sulle alienazioni degli immobili, dei mobili; sulle contrattazioni, sulle pigioni, sui fitti, sulle successioni, sugli atti civili, sulle affrancazioni degli schiavi, sugli atti giudiziali, sulle tutele, sulle registrazioni pubbliche, tasse sul lusso, e perfine sui morti.

E poi pedaggi sulle strade e sui ponti, diritti di approdo, di ancoraggio, di scarico, di dogana.

Soltanto da Mantova a Pavia per il Po le mercanzie pagavano quindici dazi!

Auguriamoci in verità che i nostri Ministri delle finanze non istudino i documenti di quell'epoca; temo che troverebbero nuovi tormenti.

Ma il tempo ne sospinge e non mi è permesso se non di riassumere il concetto che avrei desiderato svolgere più a lungo. La prosperità delle città italiane che nei primi secoli dopo il mille aveva resistito a tante guerre, cominciò lentamente a declinare quando germogliarono e troppo rigogliosamente fruttificarono i tre fattori di ogni decadimento economico:

················

Appunto negli albori non certo fausti del XVI secolo, che portava in sè tali germi di decadenza, si maturarono fatti i quali per la loro stessa natura accelerarono la caduta economica dei più deboli e non lasciarono ai forti se non la tenacia della conservazione e della resistenza.