Parlare ad un tempo delle conseguenze della politica dell'epoca, dello spostamento del commercio coll'India, della scoperta dell'America, della dominazione spagnuola e del suo regime proibitivo, dell'eccesso del fiscalismo generato dalla altezza dei balzelli, del sistema coloniale italiano, e delle condizioni economiche delle diverse città, sarebbe troppo arduo ufficio. Accennerò ad alcuno dei più interessanti argomenti, e tra i primi a quello che è di maggiore importanza per l'Italia, cioè la scoperta della via marittima che conduceva all'India per il Capo di Buona Speranza.
È noto che Vasco di Gama, dopo i tentativi di Enrico il Navigatore e di Bartolomeo Diaz, girando l'Africa era arrivato presso lo stretto di Bab-el-Mandeb e poi nell'India, il paese, come allora lo si chiamava, delle spezierie; ed alla fine del decimoquinto secolo, nel 20 maggio 1498, dopo dieci mesi di traversata, Vasco di Gama con tre navi portoghesi gettava l'áncora dinanzi a Calicut; l'ardito navigatore che già conosceva l'Oriente e sopratutto il commercio proprio di quelle regioni, ritornando dall'India a Lisbona potè facilmente infiammare l'animo del suo re Emanuele, perchè si intraprendessero regolari spedizioni, affine di ricevere le spezierie, gli aromi e le pietre preziose che avrebbero potuto arrivare a Lisbona molto più a buon mercato che non a Venezia, la quale doveva trarle dall'Egitto di seconda e terza mano. Il navigatore ed il re maturarono il disegno politico-economico, ardito rispetto a quel tempo, di fare Lisbona l'emporio di approvvigionamenti di tutta l'Europa, specie occidentale, per i ricercati prodotti dell'India. Nè l'impresa era senza pericoli, poichè il Portogallo non aveva nè forza marittima nè ricchezza, e si trattava di disputare il mercato commerciale alla più potente repubblica del mondo di allora, a Venezia. Ma Vasco di Gama nel re Emanuele trovò un uomo capace di concepire, di sostenere e di attuare l'audace disegno, non fosse altro per la prospettiva dei vantaggi pecuniari che prometteva. La prima spedizione ufficiale, composta di tredici navi, protetta dagli auspici e dagli aiuti dello Stato, partì da Lisbona il 9 marzo 1500.
Questo avvenimento formò per lungo tempo il tema politico-economico di discussione si direbbe ora dei circoli Europei, i quali si appassionarono alla lotta che ben presto, più o meno apertamente, sorse tra Venezia ed il Portogallo, l'una per parare le conseguenze della nuova scoperta, l'altra per trarne il maggiore profitto.
Le cronache ed i documenti dell'epoca sono abbondanti di notizie in proposito, e ci mostrano che le distanze allora enormi, la differente civiltà, il più lento procedere degli avvenimenti non impedivano che simili fatti suscitassero parlari, partiti, previsioni, ipotesi, diffidenze, illusioni non dissimili da quelli che sorgono oggi in analoghe questioni.
Venezia aveva di fatto il monopolio del commercio dei prodotti orientali; stretta con trattati e con tributi al Sultano d'Egitto, al quale essa pagava, oltre le gabelle, un canone annuo, e col quale aveva stipulato di comperare ogni anno un minimo di mercanzie, Venezia mandava nella stagione propizia (la Muda) la sua flotta commerciale, che si divideva in tre frazioni: la maggiore approdava ad Alessandria, un'altra a Bayrut, la terza composta di due o tre galere, costeggiava la Barbaria arrivando sino a Tunisi. Nelle città principali dell'Egitto, della Siria e della Tripolitania i Veneziani tenevano magazzini sempre provvisti di merci europee e di merci asiatiche, ed un grande vascello magazzino rimaneva quasi sempre in uno od altro dei porti egiziani; negozianti veneziani stavano tutto l'anno in Egitto, nella Siria, nella Barbaria a rappresentare le case commerciali, ed apparecchiare le contrattazioni prossime, a sorvegliare l'esecuzione di quelle convenute. Rame, olio e stoffe, specchi, vetrerie, cristalli onde Venezia andava famosa, erano i principali prodotti che si vendevano all'Egitto; pepe, indaco, incenso, gomma lacca, cannella, rabarbaro, zucchero, zafferano, pietre preziose, si comperavano dagli Egiziani che erano in diretta corrispondenza coll'India. Alcuni scrittori calcolano che il traffico dei Veneziani coll'Egitto oltrepassasse il milione di ducati per ogni anno; altri lo limitarono a seicentomila ducati, dei quali la metà erano mercanzie europee vendute agli Egiziani, e l'altra metà oro ed argento che si consegnava in cambio di mercanzie orientali.
Saputosi a Venezia della scoperta dei Portoghesi e dei primi viaggi intrapresi da quegli audaci navigatori, cominciò il lavorio per impedire il decadimento del commercio coll'Egitto e la perdita di così importante monopolio. Mentre però gli agenti diplomatici e consolari che la Repubblica teneva in Portogallo od in Ispagna informavano il Governo dei successi ottenuti da Vasco di Gama e dal re Emanuele, e mentre alcuni cittadini, tra cui un esperto negoziante, Girolamo Priuli, comprendevano tutta la importanza di tali fatti, la massa dei Veneziani aveva così profonda nell'anima la tradizione della incontrastata supremazia marittima della Repubblica, che si rideva dei tentativi che si facevano a Lisbona e si compiaceva di predirne l'insuccesso; — o si diceva che il viaggio intorno all'Africa era così lungo che il trasporto delle spezierie sarebbe riuscito più costoso per quella via che per l'Egitto; — o si dipingeva la impotenza finanziaria del Portogallo di fronte alle difficoltà di un'impresa che sarebbe stata temeraria perfino per la regina dell'Adriatico; — o ancora si credeva che il sultano d'Egitto avrebbe impedito ai Portoghesi di trafficar coll'India, affine di conservare a sè il commercio asiatico-europeo. Non mancarono infine coloro che, più ridicoli, negavano la possibilità di giungere all'India girando l'Africa e giudicavano fanatici, sognatori, pessimisti coloro che prestavano fede alle notizie venute dal Portogallo.
Ma i fatti ben presto diventarono troppo evidenti; i sultani dell'India, dapprima diffidenti verso i Portoghesi, cominciarono a trattare con essi, ed il primo effetto ne fu una sensibile diminuzione del traffico tra l'India e l'Egitto e quindi tra l'Egitto e Venezia. Conseguentemente rincararono le spezierie delle quali l'Europa aveva bisogno; il pepe nel 1502 aumentò di prezzo circa del 40 per cento, e questo stesso aumento guastò maggiormente i primi esperimenti commerciali dei Portoghesi.
Datano da allora una serie di atti, ora arditi ora prudenti, della Repubblica Veneta per parare i danni. Prima sono ambascierie spedite in Egitto per dipingere a quel sultano Kausouh el Ghouri tutto il danno che avrebbe potuto risentire il suo regno se il commercio colle Indie prendesse la via del Capo: e Benedetto Sanudo, Peldi Francesco, Alvise Sequendino nel 1505 e 1506 sono inviati ad Alessandria ed al Cairo ed istigano il sultano d'Egitto ad allestire flotte per combattere nell'India le navi portoghesi, e per costringere i sultani indiani a non vendere che a negozianti dell'Egitto le loro merci preziose. Dal canto suo il sultano Kausouh manda in Europa un suo legato, un monaco francescano chiamato Maurus che si reca dal Pontefice per significargli necessaria la sua intromissione contro i Portoghesi, affinchè il sultano d'Egitto, irritato pel danno che gli veniva dalle spedizioni in India, non si vendicasse distruggendo i luoghi santi di Palestina. Ma il re Emanuele seppe colla energia della sua politica sventare tutti i piani e le mene immaginati contro il Portogallo, e nello stesso tempo colla vigorosa azione seppe accrescere il traffico così felicemente iniziato.
Ma i Veneziani non ristettero dai tentativi: prima mandarono a trattare collo stesso re di Portogallo per stabilire un accordo commerciale. Per conservare la continuazione dell'approvvigionamento di tutta l'Europa dei prodotti orientali i Veneziani offrirono di comperare a Lisbona anzichè in Egitto le spezierie, domandarono in cambio l'esclusivo diritto del traffico; e non essendo riusciti, per mezzo del console veneziano a Damasco, Pietro Zeno, tentarono di accordarsi colla Persia per il trasporto delle merci indiane. Sventuratamente la guerra contro la lega di Cambrai paralizzò la attività della Repubblica e ne pose in forse per un momento la esistenza: ma appena Venezia fu informata che l'Ambasciatore del re di Francia, Andrea le Roy, era arrivato al Cairo colla missione di cercare di sostituire in Egitto la influenza francese a quella veneziana, la quale era dipinta al sultano come ormai finita, la Repubblica compiè uno di quegli atti di sommo accorgimento politico che hanno resi così celebri i suoi uomini di Stato. Una flotta mercantile numerosa quanto altra mai, venne radunata nei porti delle isole del Mediterraneo occidentale, e ad un tratto approdò ai diversi porti dell'Egitto riprendendo su larga scala il traffico fino allora quasi sospeso per le gravi vicende della guerra. Il risveglio improvviso e le prove di quella meravigliosa potenza produssero l'effetto desiderato; il sultano d'Egitto, che per le pratiche iniziate dai Veneziani colla Persia, era diventato ostile, si riconciliò repentinamente e consentì di riprendere la discussione dei trattati commerciali.
Domenico Previsoni venne allora destinato a condurre a termine i negoziati per far comprendere al sultano la necessità di riportare il commercio per l'antica via ribassando le gabelle affine di vincere la concorrenza dei Portoghesi; la stessa Repubblica col decreto del 3 maggio 1514 esonerò dalle imposte i mercanti che portavano il pepe dall'Egitto e dalla Siria. Ma tutto fu inutile, la logica economica ebbe il suo corso; il pepe — giacchè i documenti di quel tempo quasi esclusivamente di questa piccante droga si occupano — costava a Lisbona il 20 per cento meno che a Venezia. E Lisbona divenne allora l'emporio del traffico indiano-europeo.