Ho ricordato lungamente — forse troppo — questi avvenimenti, perchè parmi opportuno sottoporre alla vostra riflessione una questione economica.

Fu veramente la scoperta del Capo di Buona Speranza una rovina per Venezia? — Parmi che l'economista, fondandosi anche un poco sulla statistica, debba dare un giudizio meno assoluto di quello che hanno dato gli storici.

Che la scoperta del Capo di Buona Speranza abbia danneggiato Venezia in quanto rese commercialmente forti il Portogallo prima, l'Olanda e l'Inghilterra poi, nessun dubbio; — che danno sia venuto alla Repubblica dal fatto che le regioni orientali, dove Venezia aveva colonie, possessi, stabilimenti, traffici, sieno diminuite di importanza col diminuire del commercio indo-egiziano; questo pure è certo. Ma che la scoperta possa avere portato un effetto immediato sulla ricchezza veneziana, e che essa possa, come fa uno scrittore moderno, dirsi una catastrofe, non lo credo veramente. Già basterebbe il fatto che la Repubblica Veneta seppe sopravvivere a tale catastrofe per altri tre secoli per comprendere la inesattezza della espressione; ma se poi si riflette che proprio quando la scoperta del Capo di Buona Speranza cominciava a dare i suoi risultati, la Repubblica intraprendeva la guerra contro la lega di Cambrai, dalla quale sembrava dover rimanere schiacciata e sulla quale invece in breve volger d'anni prendeva quella meravigliosa riscossa, che fu sancita dagli stati Europei nella pace di Cambresis, non si può in verità concludere che Venezia rimanesse ad un tratto fiaccata dalla scoperta del Capo africano. Il sultano d'Egitto fin dal 1502 si lagnava che i Veneziani avessero diminuito il loro traffico, ed ho notato che, nei tempi più prosperi, si faceva salire ad un milione di ducati il costo delle spezierie che Venezia comperava in Egitto; è egli presumibile che la perdita di un commercio anche di un milione di ducati potesse sconvolgere e rovinare la ricchezza dei Veneziani, quando il loro commercio totale si valutava a 10 milioni di zecchini, cioè 80 milioni di ducati circa?

Egli è che molte volte nella storia le leggende prendono il posto della verità e vi si assidono inamovibili. Esempi di simili giudizi erronei ne abbiamo anche al tempo nostro. Chi non ricorda che fu predetta la immediata catastrofe del commercio inglese per il taglio dell'Istmo di Suez? E Venezia non sognò nel 1869 il ritorno immediato dell'antico splendore per la riapertura della via dell'Oriente, per mezzo di quel canale di cui sino dal 1502 i Veneziani avevano pensato la escavazione?

Ma i popoli si muovono lenti; ed è solo la nostra fantasia che correndo sbrigliata, legge negli eventi quello che essi non dicono, e prevede quello che è soltanto desiderio.

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Se non che lo stato delle cose che ho cercato di tratteggiare — il lusso, la gravezza delle imposte, la protezione della produzione di una contro l'altra città, e per giunta la perturbazione commerciale — erano condizioni così opposte a quelle di un'epoca precedente in cui i cittadini, sebbene intesi al commercio, non cessavano di addestrarsi nell'armi per acquistare la libertà, che non può fare meraviglia se nel XVI secolo l'Italia non fosse pronta a combattere per difendere la libertà così faticosamente ottenuta.

Mentre i Veneziani lottavano senza successo per conservare il loro traffico coll'Oriente, in altre parti d'Italia la dominazione spagnuola e la rivalità tra Carlo V e Francesco I portavano nuovi elementi di decadenza economica. Nè parlo soltanto di danni e perturbazioni derivanti dalle devastazioni degli eserciti indisciplinati e talvolta feroci; nè delle esigenze degli Spagnuoli che dappertutto aumentavano le gravezze; nè dei crescenti bisogni dell'uno e dell'altro sovrano per condurre imprese guerresche; mi riporto invece ad un vero e proprio mutamento di indirizzo economico.

Le città italiane avevano nei secoli precedenti conquistati i mercati di quasi tutto il mondo, sia colle industrie manifatturiere, sia col meraviglioso ordinamento bancario. Ma avevano anche trovati imitatori nell'una e nell'altra attività; specie la Francia settentrionale, le Fiandre e le città anseatiche, o per spontaneo impulso o per fortunata imitazione, avevano avuto esse pure molte industrie, delle quali prima soltanto l'Italia aveva il privilegio, ed a poco a poco arrivarono, migliorando e perfezionando, ad esercitare una vera e propria concorrenza ai prodotti italiani. Gli stessi congegni bancari, in Olanda, nella Germania, nel Portogallo e nella Spagna avevano avuto arditi e sagaci imitatori.

La dominazione spagnuola con a capo un imperatore di nascita fiammingo, non poteva che tornare dannosa all'Italia anche sotto l'aspetto economico. Non mi arrischierò certamente di affermare che il regno di Carlo V segni un ritorno al feudalismo e rappresenti per l'Italia un regresso di molti secoli; è questione molto complessa che gli storici a suo tempo vi esporranno; ma dal lato economico il giudizio è già stato manifestato. Uno scrittore della storia dell'Economia politica dice: “Il regno di Carlo V è stato contrario sopratutto al progresso della economia politica nel senso che ha distolto violentemente l'Europa dalle vie normali della produzione per precipitarla nei rischi della guerra e nel vecchio sistema di sfruttamento proprio della feudalità. Tutte le false dottrine e tutti i funesti pregiudizi economici che oggi dobbiamo combattere derivano dal suo sistema di governo continuato e peggiorato dal suo esecrabile successore.„ — Per quanto tale giudizio del Blanqui possa sembrare eccessivo nella sua concisa severità, e quindi per ciò stesso sospetto di esagerazione, pur troppo i fatti stanno, almeno in parte, a confermarlo. I produttori italiani in breve tempo videro la potenza dello Stato che si costituiva più o meno saldamente in tanta parte della penisola e dell'Europa, rivolta a danno della produzione nazionale ed a profitto di quella straniera. Già il concetto della bilancia del commercio, nel senso che lo Stato dovesse regolare il movimento delle merci, fu applicato in tutta la sua violenza a danno dell'Italia; — tassata la materia prima all'entrata, i prodotti manufatti all'uscita, proibito il commercio dei grani, i monopoli imperiali per uno od altro ramo di produzione sorretti da privilegi larghissimi, schiacciavano ogni iniziativa privata; la aristocrazia dell'industria e del commercio si sentì presto sopraffatta da quella della spada che rendeva nuovi servigi al trono; la plebe, che nei secoli precedenti aveva operato in Italia tanti miracoli gloriosi di attività, di forza, di splendide manifestazioni, fu considerata dai Francesi e dagli Spagnuoli che si disputarono il predominio della penisola, come fatalmente destinata alla soggezione, ed incapace di aspirare al governo di sè stessa. — E partendo da tali erronei principî che, se non formulati nella teoria, erano però violentemente esercitati nella pratica, il regno di Carlo V trovò in alcuni punti d'Italia terreno adatto abbastanza perchè quegli errori germogliassero rigogliosamente. Un principe che aveva a propria disposizione le ricchezze, dalla fama centuplicate, dell'America la quale appena allora si cominciava a sfruttare, che, tutto infiammato dal pensiero del diritto divino o di una missione provvidenziale, aggiungeva alla smodata violenza degli atti un contegno tra il mistico ed il fatalista, un principe infine che conduceva seco o mandava innanzi uno stuolo di personaggi spagnuoli tutti ripieni di personale alterigia, resa più grave dalle pompe esterne del portamento, dalle complicazioni delle cerimonie, dal fasto sconfinato, doveva trovare nelle città italiane, dove già abbiamo visto che molti cittadini tendevano a godere nel lusso le ricchezze accumulate dagli avi, non solamente imitatori, ma esageratori. E così fu. Sunt bona mixta malis certamente nella figura e negli atti di Carlo V, ma per l'Italia e per la sua economia pubblica i mali molto e molto superarono il bene. In Italia dove la potestà civile aveva per lo più saputo frenare la prevalenza delle autorità ecclesiastiche, doveva essere funesto il predominio di un monarca che intendeva di farsi campione della Chiesa contro la Riforma religiosa al fine di ottenere dalla Chiesa stessa il maggior vantaggio, specie se si pensa che la dominazione spagnuola non estese soltanto il potere dell'inquisizione, ma lasciò moltiplicare i monasteri ed accrescere le loro proprietà immobiliari, con gran danno della agricoltura e dell'ordinamento della proprietà stessa.