Voi sapete infatti che cessata sino dal trecento e quattrocento la servitù della gleba ed affievolitosi il feudalismo politico, la libera proprietà fondiaria andava sempre più determinandosi e costituendosi, e l'allodio, cioè la terra libera da vincoli feudali, che in tempi precedenti sembrava una eccezione, cominciava a divenire la regola.
L'agricoltura infatti sotto i comuni, o per miglioramenti giuridici ottenuti, o per maggiore facilità di smerciare i prodotti, era salita in onore così che occupava cospicuo posto nella pubblica economia. Ricorderò il catasto che già avevano i Veneziani, che se non era esclusivamente un registro di terreni, e se rappresentava piuttosto il censo degli ebrei e dei Romani, cioè “il libro nel quale erano descritti i beni immobili e mobili e qualsivoglia ricchezza e provento dei cittadini colla stima del loro valore e coi nomi dei possessori per metterli a gravezza„, — conteneva già la misurazione delle singole proprietà, la loro descrizione ed il loro estimo; ricorderò l'estimo dei Fiorentini riformato nel 1427 su proposta di Rinaldo degli Albizi che dall'esempio di Venezia aveva tratto le regole e l'esperienza; — ricorderò infine che dopo queste due maggiori città alcune altre o costituirono o perfezionarono il loro catasto, non solo nei riguardi fiscali, ma, ciò che più importa notare, per rendere più facili le negoziazioni della proprietà immobiliare, segnatamente quella rustica. E qui vorrei che il tempo mi permettesse di annoverare soltanto le forme che la imposta fondiaria assunse in quell'epoca; mentre Venezia aveva senz'altro la decima, Firenze cominciò a stabilire prima il valsente, che era la aliquota sul censo mobiliare ed immobiliare, ma poi lo contornò di cinquine, di novine, di ventine, di settine, di aggravi, di piacente, di dispiacente, di arbitri, di accatti, di scale oneste, nomi questi molto singolari a sentirsi, ma che corrispondono a quei famosi decimi di guerra che aggravano tante nostre imposte e tasse anche in tempo di pace.
All'ordinamento, almeno tecnico se non fiscale, che si dava in Italia alla proprietà fondiaria col catasto e coll'estimo nocque senza dubbio la dominazione spagnuola che fece rivivere tanti privilegi di principi, che allargò le concessioni agli ozi non sempre onesti dei conventi, che contribuì così in una parola a diminuire la potenzialità della terra.
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Ma di un altro grave fatto è accusato il regno di Carlo V, quello della falsificazione delle monete, non perchè a quel tempo si debba attribuire la malefica invenzione, ma perchè Carlo V ha largamente usato di tale espediente, stretto dai bisogni del suo erario troppo spesso esausto per le guerre.
Si suol dire che nel medio evo i principi falsificassero le monete, ed è questa una credenza abbastanza generale; ma mi par opera di giustizia scagionare, almeno per molti casi, quel tempo da una accusa che va circondata da opportune spiegazioni. I principi solevano in molti luoghi percepire una tassa che si chiamava di signoraggio sulla coniazione delle monete, e più spesso anzichè riscuoterla — come si fa oggidì — dal cittadino a cui si consegnavano le monete, si riscuoteva dirò così sulle monete stesse trattenendo nella zecca una porzione più o meno grande del metallo prezioso, di cui così le monete rimanevamo depauperate. Fino a che la tassa di signoraggio si limitò all'uno od all'uno e mezzo per cento, il mercato se ne risentiva assai poco, ma quando, crescendo i bisogni dei principi per le continue guerre e per il lusso delle corti, la tassa fu portata a grande altezza, allora le monete messe in circolazione divennero sensibilmente depauperate di metallo prezioso. Da ciò l'idea nei sovrani di allora di ritirare dalla circolazione quelle che non erano state assoggettate a tale tassa per diminuire la quantità di metallo che contenevano. Era dare ad un provvedimento fiscale un effetto retroattivo, come si fa oggidì con certe leggi di catenaccio, colle quali si colpisce anche merci già importate e già entrate nei magazzini. Il disordine che veniva recato nel commercio e nelle contrattazioni per la esistenza di queste monete più o meno depauperate di metallo fino, è facile ad immaginarsi. Molti però non sanno spiegarsi come in quel periodo non si comprendesse che diminuendo la quantità del metallo, cioè accrescendo la tassa, si diminuiva il valore della moneta. Forse la spiegazione della illusione di quei tempi potrebbero darla coloro che sostennero e sostengono ai nostri giorni che il dazio sul grano nella misura del venti per cento del valore non ne aumenta il prezzo. Egli è che pur troppo il fisco ha voluto sempre rimaner celibe per quanto tutti gli offrano due spose: la scienza e la esperienza.
Del resto nei primi tempi i principi erano in tanta buona fede nel commettere queste alterazioni delle monete, che le zecche mettevano un segno a quelle che erano state adulterate; più tardi si trova qualche ordinanza che raccomanda agli ufficiali delle zecche di mettere il segno alle monete calanti in modo meno facile a vedersi; e poi si vieta assolutamente di mettere qualunque segno, ed è noto il decreto, francese che ordina al direttore della zecca: “abbiate caro come il vostro onore, che i cambisti non conoscano la lega sotto pena di essere chiamato traditore„.
Anche su questo delicatissimo argomento che forniva all'Imperatore un mezzo così facile per riparare le angustie del suo erario, Venezia e Firenze opposero al disordine monetario il solo ostacolo che la economia politica suggerisce: la lealtà; — lo zecchino ed il fiorino d'oro ebbero corso in tutto il mondo e diventarono la moneta universale, perchè se ne seppe conservare la sincerità.
E tanto più grave era nel XVI secolo la questione delle monete in quanto verso la prima metà si cominciò a sentire la influenza che la scoperta d'America portava sui prezzi. Consentitemi una breve considerazione su tale argomenti dei prezzi. Avrete tante volte udito ripetere che i traffici cresciuti molto più della quantità dei metalli preziosi durante i secoli XI al XVI avevano resa proporzionalmente scarsa e quindi cara la moneta; bastava quindi una piccola quantità di moneta per comperare molte cose, si aveva cioè uno straordinario buon mercato. E si aggiunge che nel secolo XVI avendo la scoperta d'America reso abbondanti l'oro e l'argento, essi diminuirono di valore, e quindi i prezzi di tutte le cose aumentarono, perchè occorreva maggior quantità di monete per comperare i prodotti.
Esaminiamone rapidamente i fatti.