E l'uva sì non m'ha mezze le tina:
Che gli Spagnuoli me l'han tutta scarpata.
Essi: “avean fatto tanto„
Che Siena era ridotta all'olio santo.
Molti si ritraevano per le ville; alcuni pel dolore si ammalavano; Tommaso Politi era decapitato; quand'ecco, come fulmine, la nuova che l'imperatore ha deciso di edificare sul colle di Siena, nel cuore del giardino delicato, una fortezza. Doveva sorgere sul poggio di San Prospero, dove ora è il passeggio della Lizza; ma si vociferava perfino che sarebbesi costruita sulle ruine della cattedrale. La città abitualmente sì gaia, par colpita da un pubblico flagello; si chiudono i traffici e le botteghe; ma i Senesi pazientano ancora, fidando nelle suppliche, nelle ambascerie e nella Madonna loro protettrice. Si eleggono commissioni, s'inviano oratori; ma Cesare rispondeva: “Così voglio, così comando, contro ogni ragione sta il voler mio; e se non bastano le torri (già Don Diego ne faceva abbattere alcune) si rovinino i palazzi, purchè il castello si faccia.„ Gli premeva assicurarsi di Siena, posizione importantissima nelle guerre colla Francia; farne un valido presidio spagnuolo; quel che fu più tardi lo Stato dei Presidi; ed era irremovibile. Orlando Malavolti, lo storico, gli presentava un memoriale firmato da 1032 cittadini di tutti gli ordini. Speravano, vi si legge, che Cesare vorrà considerare che nei “fondamenti del castello ha da star sepolta in eterno la reputazione, l'onore e la gloria del nostro nome, e colla libertà ogni altro nostro bene„; lo scongiuravano, chiamandolo “idolo nostro„, e l'idolo replicava che il castello aveva appunto per fine la libertà e la giustizia. Dipoi agli ultimi oratori che gli s'inginocchiarono dinanzi con abito lugubre e con lacrime, egli in collera rispose: non volere che i tristi, turbando quella città, gli mettessero gli stati suoi d'Italia in pericolo, e additò senz'altro la porta. Anche il papa avea detto che se non bastava un castello, se ne fabbricassero due, e Don Diego spergiurava ch'era per farlo a dispetto degli uomini e di Dio.
Pareva non restasse altra speranza che il cielo, ed infatti si offrirono solennemente le chiavi della città sull'altare della Vergine, e i battuti andavano attorno, dandosi la disciplina; ma anche il cielo era sordo, e “bisogna ingoiare (è un senese che parla) questo treppiede rovente„. Qui rimanendo il pubblico Consiglio “come insensati e fuor di sè„ sorge una voce inspirata, eloquente, l'abate Lelio Tolomei, ad esortare, confortare, ammonire: il suo discorso è una gran fiamma che vien dal cuore e riscalda ed accende gli altri cuori: “le rovine (egli grida) son nate dall'intender la città a monti ed a fazioni; abbiamo empiuto de' nostri cittadini tutte le città d'Italia; abbiamo imbrattate di sangue tutte le strade della città; non più tanti monti e monticelli; uno è il monte dei cittadini; non più Siene; è una Siena; una è la città della Vergine.... La cittadella ci porrà a discrezione della roba, della vita, dell'onore di ogni minimo soldato.... vada tutta la città intiera ai piedi dell'imperatore per tor questa ruina, o morire in qualunque altro modo onoratamente ad arbitrio suo; ma non consenta mai a queste forche così vituperose; si vestano a bruno la signoria, i maestrati, non suonino più le trombe e le campane del palazzo; non si facciano più banchetti, feste, nozze finchè non si tolga tanta ruina.„
Così messer Lelio, ingegno alto e coltissimo di cospicua famiglia, mentre un povero e rozzo contadino, il pazzo di Cristo, Brandano da Petroio, che il popolino toscano non ha ancora dimenticato, a modo suo esprimeva identici sensi. Egli fu l'ultimo lamento del popolano del medio evo, co' suoi terrori e le sue celesti speranze; e la prima protesta del povero moderno, che sdegna mendicare, tratta i ricchi ed i potenti, come eguali, e spesso minaccia. Avea grandeggiato popolarmente poetico e terribile come una profezia del Savonarola, nella Roma del Risorgimento, offrendo al papa ed ai cardinali stinchi di morto; eppoi, gittato nel Tevere, n'era riapparso come vindice spettro della coscienza, tutto fango e presagi. Era stato peccatore e bestemmiatore, come il Santo Davide di Montelabro, ma quanto diverso per sincerità e fervore di sentimenti dal barrocciaio maligno e corrotto che a' nostri giorni sfruttò i poveri contadini con mascherate ridicole terminate in modo sì tragico! Era andato di luogo in luogo, intimando: “fate penitenza che la morte viene„, e, pieno di amore sviscerato per la sua cara città, fu visto un giorno sui baluardi della nascente fortezza gridare a un capitano che sollecitava col bastone i lavoranti: “fate quanto volete, che non vedrete questa cittadella finita„. Il capitano vuol farlo tacere a furia di bastonate, ed egli sempre più forte: “levati di qui, scellerato, e non tribolare questi poveri uomini.... non vedrai finita questa cittadella per cui tanto ti affatichi„. Straziato con ogni sorta di torture, insisteva nel rispondere: “di aver parlato per ordine di Dio„. Chiuso nella fortezza di Piombino, fugge e torna a Siena, riappare sui lavori della fortezza, e intuona a Don Diego: “Don Diego, se tu ci tradisci, ti rinnego; Don Diego, questa tua tela l'hai ordita male; ti mancherà il ripieno, e non la finirai„. Una volta il romito si pose in seno due buone pietre vive, deliberato di darle in testa allo Spagnuolo, lassù in mezzo alla sua fortezza, ed ai suoi guerrieri. Fallì il colpo, scambiando pel duce supremo un ufficiale col saio rosso; catturato ed interrogato rispose: che voleva dare a Don Diego, “perchè non voglio facci la fortezza ai miei cittadini, che non la meritano„. Il Mendoza, colpito da superstizioso terrore, osservava ch'egli era un pazzo o un profeta; se pazzo, alle sue parole non si può prestar fede, e se profeta, di necessità seguirebbe tutto quello che avesse detto, ancora che si ammazzasse. Si contentava pertanto di farlo bandire dalla città. Il pazzo di Cristo è una protesta gagliarda e spontanea del popolo calpestato e tradito dalle fazioni, dai principi e dagli stranieri; è una figura che ricorda i pazzi che grandeggiano talora più sapienti dei savi fra il cozzo delle passioni di un dramma dello Shakespeare, di uno di quei drammi simili ad aurore boreali vaste, terribili, che illuminano ad un tratto i più foschi e misteriosi orizzonti del passato, e gli abissi più imperscrutabili e le tenebre anche più nere del nostro povero e fragile cuore.
V.
In Roma un senese, pur di umile stirpe, il Benedetti, soprannominato Giramondo, eccitava i Francesi a soccorrere la sua infelice città; due congiure si ordivano, e le fila se ne propagavano in Siena e pel suo territorio. Enea Piccolomini ed altri animosi colle bande della montagna eran pronti. Gli Spagnuoli insospettiti ordinano ai cittadini di rimaner chiusi in casa per lunghe ore; cercano di munire il castello; pongono dappertutto vedette. Ed ecco una di queste a gridare dalla torre del Mangia: “Molta gente è arrivata a Porta Nuova!„ Erano i liberatori; dai tetti e dalle torri i poveri Senesi tendevano loro le braccia. Vi fu un momento di ansietà, d'incertezza inesprimibile. In quel lungo e fervido tramonto d'estate tutti i cuori battevano impetuosamente. Ad un tratto è abbruciata una porta; i liberatori sono entrati; un grido si propaga: Francia, Francia; vittoria, vittoria, libertà! Tutte le finestre, calando le grandi ombre notturne, come d'incanto appaiono illuminate “a tal che per tutta la città si andava come se fosse levato il sole„. Gli Spagnuoli in silenzio si schierano nel Campo, presso la fonte; ma già sono assaliti da ogni parte con quell'impeto del quale solo un popolo oppresso ha il terribile segreto; ricacciati via via per le strade tortuose ed anguste, molti balenano e cadono, mentre dai rossi palagi, che a' riflessi delle fiaccole paiono anch'essi ardere di sdegno, dai gotici balconi, dagli alti tetti sporgenti vien giù ogni sorta di proiettili; è una tempesta più formidabile di quelle dell'Oceano; un'ira di Dio; l'aria è piena di grida, di lamenti; il selciato, le case rosseggiano di larghe chiazze di sangue. È sempre deplorevole una zuffa, orrida sempre la strage; ma le battaglie contro lo straniero insolente ed oppressore hanno una poesia, un'armonia che scuote e rapisce come i versi più belli di Omero e di Dante; come gli Ugonotti del Meyerbeer ed il Guglielmo Tell del Rossini.
Pur troppo i frutti principali di tanto valore andarono alla Francia, misera condizione dei deboli che non escono dalle mani di un prepotente se non per cadere in quelle di un altro, che li protegge o li abbandona secondo il proprio tornaconto. Comunque, ebbero quei cittadini la soddisfazione suprema di buttar giù la fortezza; magistrati, preti, nobili e plebei, e, come là dicono, citti e citte con picconi, martelli e pali di ferro, come se ciascuno andasse a nozze, con quell'unanime entusiasmo del quale essi soli son capaci, la spianarono sì bene che nello spazio d'un'ora ne fu guasta tanta “che non ne saria murata in quattro mesi„.