Si fuggì come un poltrone.

In una città ghibellina ed imperiale per antica tradizione, Carlo V acquistava naturalmente un predominio, ch'era in sostanza una poca larvata signoria. Dava consigli ed inviava oratori a riformare, a condividere co' magistrati il governo, a comandare presidii spagnuoli. Siena era altera del suo Cesare, come del suo più forte e leale paladino: si disse che i Senesi fin nel ventre della madre avevano il nome di Cesare in bocca. Quando l'impassibile Carlo la visitava, ed entrato in quei confini ebbe detto, nel discingere le armi: “siamo in casa nostra (vedete che non faceva complimenti!) vada ognuno come più gli aggrada„, i Senesi lo accolsero con vero fanatismo. Si videro giovinetti della più cospicua nobiltà abbracciare e baciare le gambe del suo cavallo: ed egli intanto visitava premuroso le fortificazioni e le mura. Gli agenti imperiali tiravano a far gl'interessi propri e del padrone; e le fazioni pur troppo ne aiutavano l'opera distruggitrice; i Nove sopratutto, esasperati dai contrasti e dalle sventure. Quel Monte aveva dato a Siena un governo prospero e glorioso; ma degenerato poi in un'oligarchia stretta e gelosa, ed avendo fatto capo ad una famiglia di tiranni, eccitava oramai contro di sè tutti gli altri, Riformatori, Gentiluomini e popolo. Ebbero i Nove le qualità e i difetti degli antichi ceti privilegiati, che per le antiche proprie benemerenze, e coll'insistere nel potere orgogliosamente, non soffrono gli altrui meriti nuovi, nè si adattano a cedere, anche quando è prudenza, sapienza, dovere, carità. Volevano ad ogni costo il predominio, magari sacrificando la patria agli Spagnuoli. Nè i popolari andavano senza deplorevoli eccessi. Fra loro era sorta una turba licenziosa, i Bardotti, una specie di sanculotti (le rivoluzioni come gli uomini che le fanno si somigliano un po' tutte) che avevano formata congiura contro ai nobili ed ai cittadini. Levavano per insegna una scudo tramezzato di bianco e di verde, andavano a squadre la notte, e commettevano ogni sorta d'insolenze, pretendendo i maestrati. Erano macellai, sarti, falegnami, nè tutti d'infima condizione, ed in una città d'ingegni vivissimi, dove la cultura era diffusa nel popolo tanto che l'altra congrega popolare dei Rozzi si adunava a commentare Dante e il Petrarca, e a scriver commedie in prosa ed in versi, non è a stupire che i Bardotti si adunassero a leggere Livio, Vegezio e il Machiavelli, addestrandosi alle armi con finti abbattimenti. Faziosi, irrequieti, protervi forse dai governanti vennero esagerati i loro torti. A buon conto si obbligavano alle pratiche religiose, a soccorrere i compagni poveri ed infermi, a pregare pei loro morti ed accompagnarli al sepolcro. Furono violentemente soppressi, non osando essi resistere, poichè Mario Bandini, il grande agitatore, li sconfessava, gridando loro in collera di tornare a bottega. Chiesero perdono ai Signori, consegnarono la bandiera e vi tornarono. È fra di loro uno dei più bisbetici cervelli nella schiera bizzarra degli artisti, Girolamo Del Pacchia o Pacchiarotti, soprannominato fra i Rozzi il Dondolone. Durante la persecuzione dei compagni egli corse a nascondersi nientemeno che in una sepoltura, dove rimase celato alcuni giorni, uscendone poi tutto pallido, contraffatto e coperto di vermi; uno spaurito insomma che faceva paura (tutto dire!) più di quella che non sentisse.

IV.

Di tutti i ministri cesarei i più savi furono il cardinal Granvela e lo Sfrondato, ed i peggiori Don Giovanni De Luna e Don Diego di Mendoza, i quali, credendo venuto il momento di fare coi Senesi a fidanza, li trattarono coi modi più imprudenti e burbanzosi, e, l'ultimo sopratutto, come se comandasse non ad una cittadinanza che aveva saputo innalzarsi un così bel Duomo e un sì fiero ed elegante Palagio; ma ad una turba di servi della gleba o di lanzichenecchi. Feriti nel più vivo dell'animo, nell'amore e nel decoro della città natale, dinanzi alla giustizia villana, immeritata, brutale, quei discordi offrono lo spettacolo commovente di una concordia sublime; hanno un palpito ed un fremito solo, e dopo la prima cacciata o meglio licenziamento di Don Giovanni co' suoi e coi Nove, quasi energico avviso a non ridurli agli estremi, proruppero nell'altra di Don Diego:

Arcimarrano

Nemico a tutta Italia, al cielo e al mondo;

Pensando farsi in Siena a Dio secondo,

Fu privo de' favor che aveva in mano.

Che Don Diego Urtado di Mendoza avesse proprio il “viso arcegno di un moro bianco coll'occhio porcino; cera proprio di furbo e di assassino„ (come scrisse il Mangia al Riccio pittore), io non so; ma che fosse un furbo di quelli che talora si mostrano goffamente malaccorti, e dei quali il Manzoni ci porge il ritratto nel notaio che vuol portare in carcere il povero Renzo, vel dice la storia. In Siena aveva incominciati, ma non compiuti gli studi legali; aveva fatto il frate; pizzicava di poesia; aveva scritto storie e romanzi, ottenute protezioni e favori, e la carica di oratore di Sua Maestà Cesarea in Roma. Accolto a gloria dai Senesi, comincia dal raffazzonare il governo a modo suo, imponendosi a tutto ed a tutti. Vuoi perfino che si mandi un oratore a Cesare con carta bianca, e i Senesi lascian fare ed obbediscono. Chiama in Siena bisogni, i quali portano via i ferraioli dalle spalle ai viandanti, scassano le botteghe, rubano per le case, impongono taglie, percuotendo coloro che si fossero provati a resistere; ed affinchè quei marrani meglio attendessero al comodo proprio, il degno governatore ordinava il disarmo dei cittadini, che pazientavano ancora, e obbedivano a ritroso. Appena osava lamentarsi la musa popolare dei Rozzi:

La ricolta del vino è trista stata,