Nel secolo XVI, scossa da convulsioni sempre più frequenti ed implacabili, andava Siena incontro alla morte, eppure allora forse più che in altro tempo gl'ingegni e le arti belle vi sorridevano, come i fiori in un bel giardino di primavera. Il Pinturicchio, quell'infelice mingherlino, dall'ingegno sovrano, che solea chiamare la pittura “arte peregrina e da concorrere colla poetica„, faceva esultare di vita immortale le pareti della libreria Piccolomini nel Duomo, co' dipinti ne' quali palpita tutta la giovinezza del rinascimento, e che sono l'apoteosi dell'eleganza e del colorito. Un'onda perenne di armonia virgiliana, un'onda di sole rende perpetuamente giovani quelle figure, quell'oro, quell'azzurro, quel verde, le arie di quelle teste, gli alberi, gli orizzonti fuggevoli, paesi e città, i corteggi sfolgoranti, l'imperatore che muove incontro alla giovine sposa. Domenico Beccafumi, coi lavori di commesso, rendeva il pavimento della cattedrale degno degli angioli, tanto che il nostro piede si perita quasi di sfiorarlo. Antonio Bazzi, il Sodoma, fermava sulla tela, nello svenimento di Santa Caterina, una visione di Paradiso, che, veduta una volta, rimane in fondo al cuore, quasi melodia che “intendere non può chi non la prova„, un'eco di quei concenti che i Santi della leggenda udivano nell'eremo selvaggio, sulle cime de' monti, fra i silenzi dell'alta notte scintillante di stelle; trasformava il solitario convento di Montoliveto in una reggia dell'arte. Il Peruzzi, che nell'arguta geniale fisionomia offre, come nelle opere, l'armonia stupenda del galantuomo col valentuomo, co' suoi edifici “non murati ma veramente nati„, colle sue prospettive leggiadre, e i fregi delle facciate, e le figure che paiono luce di sorriso su di un volto onesto e gentile, cooperava a trasformare la sua città in un solo monumento, ove il bello rifulge nell'altero palagio e nella casa dell'artigiano, negli stalli di un coro e negli angoli oscuri di un trivio; in una finestra solinga occulta sotto un'umida grondaia, in un fondo oscuro di bottega, sulle bare delle confraternite, sui registri e tra le cifre de' buoni trisavoli della burocrazia e della finanza, e infine nella grazia colla quale le contadine si acconciano il cappellone di paglia. Come la città, tal'è la campagna ove quelle pittoresche figure s'incontrano, e che ricorda i paesaggi della scuola umbra, e del Sodoma; le descrizioni del Poliziano e dello Ariosto; quella poesia della natura che il Risorgimento ne trasmise così fresca e salubre, e che i moderni colorirono di così intima e soave mestizia. Agostino Chigi, il gran mercante, era intanto un gran mecenate, degno di Roma e di Raffaello, che ornava per lui la Farnesina delle immortali bellezze di Galatea, dinanzi alla quale ogni fervido cuore, come Pigmalione alla statua, grida spontaneo: vivi, palpita ed ama.

III.

Tornando dal cielo in terra, l'amministrazione della repubblica era allora confusa ed imbrogliata tanto quanto erano armoniose e pure le creazioni dell'arte. Ristretta ai Reggenti, alla fazione vincitrice, veniva esercitata da un Senato o Consiglio della General Campana, da un Consiglio del Popolo e da un Concistoro, formato da nove Priori e dal Capitano del Popolo. Le urgenti necessità ed i pericoli avevane poi dato origine ad una Balia, dapprima temporanea ed in seguito ordinaria e permanente; varia per numero e per durata, e nella quale si riflettono via via le vicende dell'instabile governo, come le nuvole di un cielo burrascoso in un limpido specchio d'acqua.

Indi mutamenti continui nella direzione degli affari, insieme col danno di gente che amministrava senza esperienza sufficiente della cosa pubblica. Indi Siena veniva governata (è il Commines che parla) “plus follement que ville d'Italie„; mentre il Malavolti, un senese, bruscamente dichiara che “le novità vi si facevano, non ad altro fine che per robbare il pubblico ed il privato„ e su questo robbare il pubblico insistono altri storici e cronisti cittadini; tanto è vero che nulla è nuovo sotto il sole! Bandi di Siena per chi sì e per chi nò, ripetè fino ai dì nostri il proverbio; il contado era sfruttato o negletto; la reputazione della repubblica scossa, compromessa tanto all'estero quanto all'interno. Giovanni di Giorgio, pittore e architetto sulle fortificazioni (e si era alla vigilia della guerra) scriveva ai signori: “Ho servito a ingegnere, a solecitatore, a guastatore tale che so' invecchiato, e mi risolvo a dire che tanto vale dire ingegniere quanto furfante.... questo fumo senza arosto non fa per me, perchè quando mi sento dire signore ingegniere, e mi guardo in borsa e non v'è uno quatrino....„ e basti la citazione quanto al trattamento degl'ingegneri militari della repubblica.

La prima conseguenza di una simile condizione di cose fu di eccitare l'allarme, la vigilanza e la cupidigia de' potenti vicini e lontani, ed anche degli impotenti. La vaga Siena ebbe proci innumerevoli; il Valentino, il papa, l'impero, il re di Francia, e più assiduo ed accorto di tutti il duca Cosimo. Chi l'ambiva, come il duca, per estendere ed assicurare il principato; chi per afforzarsi nel centro della penisola, dominando la strada fra Roma e Firenze, e occupando la Maremma co' suoi lidi fortificati; chi per meglio tener quieta e soggetta l'Italia. A colorire tali ambizioni i fuorusciti erano il mezzo più naturale e diretto, e Clemente VII lo tentava aiutando coi suoi fiorentini i Nove; ma qual disinganno! Come ai giorni di Montaperti, il popolo senese, quasi fiume ingrossato che rompe gli argini e dilaga, dalle porte e dalle mura precipita a innondare il campo nemico; ne inchioda i cannoni, ne rovescia le tende, lo rompe, lo fuga, lo insegue. Scrisse il Vettori che la battaglia di Camollia del 1526 gli parve un fatto straordinario, se non portentoso, tanto da ricordare gli esempi della Bibbia; ora ne resta un vivo ricordo in un dipinto nella chiesa di San Martino, coi particolari del costume cercati indarno nelle istorie e nei documenti ufficiali; la porta coi suoi fortilizi, gli accampamenti; gruppi, squadre di soldati, di popolani, cannoni dalle forme svariate, bizzarre, baracche, bandiere, e perfino le baldracche che accompagnavano l'esercito, seminude, impaurite. Del resto l'imprudenza dei Fiorentini e degli alleati non meritava loro di meglio, nè ebbero tutti i torti i Senesi cantando de' generali sconfitti:

Quel conton di Pitigliano,

Mangiafichi, bufalaio;

Si armò prima col tribbiano,

E poi fece un grand'abbaio.

Quel ventron dell'Anguillara