Ecco Fontebranda colla porta in fondo ad una valle chiusa e pittoresca, e l'erto poggio sul quale torreggia San Domenico, non sai bene se convento o fortezza, coi ricordi della Santa, della quale “la mirabil vita, meglio in gloria del ciel si canterebbe„, e de' sudici bisogni spagnuoli, pieni di cupidigia e di peccati, che al cenno di un triste figuro recano lassù le armi rapite ai cittadini traditi ed oppressi. In quei memori luoghi un'alba estiva del 1487 (per carità non vi spaventate se prendo le mosse un po' troppo dall'alto) scalava le mura Pandolfo Petrucci, introducendo segretamente i suoi partigiani, mentre la città era ancora immersa nel sonno. Indi correvano alla piazza del Campo, che ha viste tante stragi, tante feste e tanti pali, e Siena, destandosi ad un'altra delle tante sue rivoluzioni, acclamava Pandolfo a signore. Apparteneva a nobile, ma povera e numerosa famiglia della fazione de' Nove; aveva sofferti i dolori dell'esilio; ma ora diveniva ricchissimo, e gustava la vendetta, il piacere degli Dei.

La sua effigie è quella dei tiranni del risorgimento; ampia la fronte; oscure, ma non arcigne la ciglia; sguardo fisso e calmo che mentre non esprime nulla, par tutto discernere, labbra voluttuose, eppure compresse con risolutezza più che virile. Quanto all'intelletto il Machiavelli lo stimò prudentissimo, ponendolo in quella classe di cervelli che intendono ciò che altri dimostra. Ora volpe ed ora leone, stimava le cose obbedire alla forza, e Antonio da Venafro, dal segretario fiorentino proclamato “il caffo degli uomini„, era “il cuor suo„, o piuttosto il suo Mefistofele. Ebbe infatti del mefistofelico, ed un giorno al papa che gli chiedeva come facesse a tenere a segno i cervelli bizzarri de' Senesi, rispose franco: “colle bugie, Padre Santo.„ Il Petrucci, arbitro di una Balìa e capo degli stipendiari, soleva convenire in una bottega di piazza insieme con quelli della sua fazione, che poi lo accompagnavano, camminando dietro a lui, a rispettosa distanza. Formavano una specie di società segreta, giurando di esporre l'un per l'altro la vita e la roba, ed il suo governo fu il frutto delle improntitudini democratiche, e della politica de' Nove, dei quali Pandolfo fu il più ambizioso, il più astuto ed il più fortunato. Era in fondo un piccolo Borgia, colle attenuanti dell'ambiente e dell'indole toscana e senese; e se il Pecci lo ammirò per aver saputo (cosa invero mirabile) tener quieti i concittadini, il Tizio contemporaneo scrisse “ch'ei turbava le cose umane e divine, e lo chiamò tiranno colle mani tinte di sangue fraterno„. È vero ch'egli amò e protesse gli studi e le arti belle, e ne fa fede il suo palazzo colle campanelle ed i bracciali del Cozzarelli, un de' sorrisi più cari dell'arte senese, ma nessuno vorrà assolverlo della uccisione di Nicolò Borghesi suo suocero, e perdonargli le immani crudeltà di persone precipitate ne' trabocchetti o sepolte vive nelle razzaie od ossari, e fra gli altri il caso di un infelice spinto a tradimento nel carnaio dell'ospedale, dove se ne udirono per alcuni giorni i lamenti sempre più fiochi, che poi si spensero. Godè il favore della Francia che lo preservò dall'estrema ruina, quando il Valentino, che ambiva Siena, obbligò i Senesi ad allontanarlo; avaro, prestò ad usura al Comune, e ne ottenne terre e castella; invecchiando si tuffò nei più grossolani piaceri, e la figlia di un fabbro, la bella Caterina di Salicotto, tenne ambo le chiavi del suo gelido cuore. Il popolo soleva chiamarla “spada a due mani„, e di lei si cantava: “questa spada, o giovani, cautamente stringete; per questa vivono gli uomini, per questa periscono.„

Pandolfo non riuscì a fondare la dinastia; i suoi figli ed i parenti con molti de' suoi difetti non ebbero alcuno de' suoi pregi. Si succedono, s'incalzano l'un l'altro a breve intervallo, come percossi da un'arcana maledizione.

“La man degli avi seminò l'ingiustizia,

I figli l'hanno coltivata col sangue,

E omai la terra altra messe non dà.„

Il cardinale Alfonso fu strangolato in Castel Sant'Angelo da un moro, per ordine di Leone X; Borghese era un giovinastro dissoluto, e fu cacciato dal cugino Raffaello, cui il sentimento popolare inflisse una terribile condanna. Quando il suo cadavere era portato a seppellire in San Domenico facea “uno stranissimo tempo„, talchè parea che “fusse aperta la bocca dell'Inferno„; ma più terribile era la furia de' ragazzi che urlavano che si buttasse alla Vetrice, e cioè al luogo delle carogne. “I frati tutti si fuggiro„ (scrisse un cronista), e dovè accorrere il bargello, rimanendo sola la bara in mezzo ai birri. Mentre il giovinetto Fabio sognava il dolce sogno di amore colla bionda e delicata Massaini, si ordiva una congiura, alla quale aderiva il di lei fratello, ed al grido di libertà era per sempre cacciata la rea e sventurata famiglia, mentre alcuno proponeva per ispengerne affatto la memoria d'incrudelire perfino contro i sepolcri. “Prima morir che libertà vi manchi„, scriveva allora un oscuro poeta, mentre Mario Bandini, che ha tratti che ricordano il Mirabeau e gli eroi della Gironda, facea giurare duecento compagni di essere in perpetuo nemici di chiunque avesse tentato di rinnuovare la tirannide. I Petrucci più non risorsero, ma i Nove scamparono al naufragio, e riuscirono ad imporre un de' loro, Alessandro Bichi, e forse il migliore di tutti loro. Effimero trionfo! Il Bichi cadde crivellato dai pugnali degli emuli che insistentemente, quasi voluttuosamente, lacerarono le aperte sue piaghe, spirando infine, sia detto a sua gloria, col perdono sulle labbra, come aveva incominciato. Un rimpasto de' Monti a vantaggio de' Popolari coronava il nuovo, fragile edificio.

II.

Ho pronunziata la gran parola, ch'è il filo di Arianna nel fosco labirinto delle senesi discordie. I Monti sono i vari ceti, ordini e gruppi della cittadinanza, che, prevalendo una data forma di governo, avevano ottenuti o perduti via via i supremi magistrati o vi aspiravano, dai nobili ai più poveri popolari della costa di Porta Ovile. Ogni ceto formò setta, ed anzi più sette, che si dividono e suddividono all'indefinito, tentando le più svariate combinazioni, e scomponendosi e ricomponendosi senza tregua fra disaccordi sempre più gravi e molteplici. La serie delle contese, dei tumulti, delle riforme dei Monti dei Gentiluomini, dei Nove o borghesia grassa, dei Dodici, dei Riformatori e del Popolo sono come un mare sempre in burrasca, un turbine che dà il capogiro, l'insegna di Dante “che girando correva tanto ratta, che d'ogni posa mi pareva indegna„; con buona pace della gravità istorica, sono come un immenso arcolaio che gira e rigira sempre con una matassa viepiù arruffata tanto da provocare il sorriso, se non lasciasse dietro a sè una traccia sempre più larga e più lunga di sangue. Alcune volte fu proposto di formare un Monte solo; ma parve un attentato alla vita della repubblica, della quale i Monti erano le membra, gli organi più vitali. Ciascuno di essi formava anzi una piccola repubblica, ma sempre ostinata, indomabile, o democratica, o aristocratica, o moderata, o radicale, talchè Siena era un aggregato, o, come scrisse il Varchi, un guazzabuglio di repubbliche. Immaginate quale dovea essere l'affetto e l'orgoglio che nutriva pel suo Monte il senese del buon tempo antico, vedendo come anche oggi la tradizione delle contrade resti viva e indistruttibile in quel popolo, e come si manifesti in occasione del palio, ne' baci al cavallo vincitore che n'è il simbolo e la gloria; l'immagini chi ha veduto, come me, un buon prete in mezzo alla piazza saltare di giubilo, e gittare in aria il tricorno, quando l'anima popolare di Siena si effonde in un immenso fremito misto d'imprecazioni e di evviva che sale assai più in alto dell'agile torre, e disturba le rondini dai rapidi voli. Si effonde su dalla piazza ove curvi sui ronzini trasformati ad un tratto, e per quell'unica circostanza, in ardenti corsieri, volano i fantini nerbandosi di santa ragione, nerbandosi e cadendo, prima uno eppoi due, tre; mentre gli altri, come se nulla fosse, continuano la corsa sfrenata, e il pubblico li segue, intento alle bestie, con un palpito sempre più accelerato, dimentico dei caduti, finchè un urlo, un applauso, un colpo di mortaletto, e tutto è finito; cioè, no, poichè anzi incomincia la scena più originale; i deliri della contrada vincitrice, i commenti fragorosi, i pugni entusiasti; ne buscano i vinti, ed anche un po' i vincitori, sopratutti l'eroe della giornata, il fantino trionfatore, malmenato da baci e carezze peggiori de' pugni, pel troppo bene. Talora un Monte ne figliava un altro; la sola democrazia senese, una delle più audaci, offre una serie, una moltitudine di gradazioni e di associazioni, dai comodi bottegai ai discendenti dei facchini della compagnia del Bruco, che vollero dipinto come stemma il leone sulle nere casipole; dai Bigi ai Biribatti ed ai Bardotti. Non vi fu accozzaglia di persone che non si trasformasse subito in congrega, in fazione, o almeno in accademia. Di accademie nel secolo XVI su quarantadue che fiorivano in Toscana, ventitrè appartennero a Siena, i Rossi, gl'Intronati, la Corte de' Ferraioli, gli Sborrati, e chi più ne ha più ne metta. E con tante congreghe mai un po' di vera concordia: il che starebbe a dimostrare ch'essa è in ragione inversa del numero delle associazioni, dei comitati, dei fasci più o meno sfasciati; ma per tali dimostrazioni, c'è proprio bisogno di ricorrere alla vecchia Siena? Comunque, quivi bastava un ammasso di terra preparata per un torneo, il cader delle vetrate abbattute dal vento per far saltar fuori gli armati a combattere, e i ragazzi alla pari degli adulti, e con loro le donne, giovani, vecchie e bambine; e non erano pugni e legnate; ma colpi di punta e di taglio, e un lampeggiare terribile di stocchi, di alabarde, di partigiane, di scuri e di pugnali; urli come di fiere, e rantoli di agonizzanti.

Eppure nessun altro Comune ha dipinti nel suo palagio tanti esempi ed allegorie veramente grandiose del buon governo! Nella sala de la Pace (v'era una sala di questo nome, come di tanto in tanto fra una rivoluzione e l'altra si celebrava la messa della pace), avete un poema didascalico sul reggimento politico creato dal Lorenzetti, a tratti di pennello; un bel vecchio maestoso, ch'è appunto il buon governo; le virtù; una gran bilancia, e i cittadini a due a due che reggono un lungo cordone, ch'è quello della concordia, tutti umili e quieti “come i frati minor vanno per via„. In altra sala splendono le immagini dei Savi antichi, Camillo, Curio Dentato, Scipione, Aristotele, Cicerone. Ironiche pitture! Affidati alle mute pareti quei bei propositi, il contrario i Senesi scolpivano nei cuori. Esaltavano la pace, e praticavano la guerra!