Meglio de' vili cavalli di Franza,

Le nostre donne fecero provanza.„

Tutto non era ancora perduto. Il signor Piero, sulla cima del Poggio delle Donne, armato alla leggera di armi nere dorate, su di un cavallo turco, e collo stocco in pugno, facendo gli uffici di generale e di soldato, conforta le fanterie, esclamando che quella fuga è un suo artifizio; fa dare nei pifferi e nei tamburi; sventolano le bandiere; gli Svizzeri scendono giù a precipizio, urlando: Francia, Francia; mentre dall'altro lato rispondono: Spagna, Imperio. I bruni Spagnuoli, che si erano inginocchiati a pregare prima di menar le mani, Francesi, Italiani, Svizzeri e Tedeschi si urtano, si mescolano, si uccidono. Si videro ferite stravagantissime; monti di uccisi, e il fosso ripieno di morti talmente che la retroguardia lo passava con facilità. Lo Strozzi avea proibito ai suoi di tragittarlo; ma chi poteva trattenerli? Giunti al di là, ecco di nuovo i cavalieri vittoriosi che l'investono di fianco; oramai agli imperiali e ai cosimeschi non resta che uccidere e far prigionieri; de' Francesi e dei Senesi non se ne trovavano insieme neppur cinquanta per segno di qualche residuo di ordinanza. La strage fu di qualche migliaio; i superstiti gittavano le bandiere in terra, e domandavano la vita, levandosi le bande bianche. Furono inseguiti per oltre due miglia, fin sotto Lucignano che si arrese. La furia della preda fu tale che i morti vennero “ignudati totalmente„. Lo Strozzi, ferito in un fianco ed in una mano, è travolto negli amari passi della fuga: solamente sei ore sono trascorse; ma quante speranze e quante vite distrutte; quanti anni di vedovanza e di lutto; quante lacrime, quanti orfani, qual mutazione solenne di destini, mentre il sole fa trafelare i guerrieri nelle armi rilucenti (scrive il Montalto che vi scoppiavano dentro) e continua implacabile a flagellare gli aridi campi allagati di sangue! Frattanto il duca gittava i danari a manciate dalle finestre di Palazzo Vecchio “talchè in quella piazza vi si rassembrava un altro fatto d'arme, stante la gran quantità di pugna che vi correvano„; faceva appendervi le lacere bandiere conquistate; adunarvi musici e cantanti; far salve di gioia; suonar campane, cantare il Te Deum, e scrivea a Cesare: “che Dio è restato servito, dare a Vostra Maestà ed a me, suo devoto servitore, la vittoria contro i nostri nemici„. Quella vittoria si festeggiò perfino in Inghilterra.

X.

Alcuni giorni dopo la battaglia di Gavinana Firenze si arrendeva; dopo quella di Marciano e di Scannagallo, Siena resiste ancora per oltre otto mesi; scrive allora l'ultimo canto, forse il più bello della sua epopea. Ritiratosi lo Strozzi in Montalcino, fu Dittatore il Montluc. Tutte le bande del duca erano intorno alla città; le trincee giungevano fino alle porte. Nella notte di Natale i nemici preparano un orrido festino: la scalata, che non riusciva, perchè il Montluc, saltato fuori delle mura coi soldati e colle schiere cittadine, fa chiuder la porta colla ingiunzione di non aprirla, anche se morisse con tutti i suoi, eppoi perchè il Marignano colle sue fiaccole rese micidiali i tiri degli avversari. Di lì a poco si annunzia la batteria, cioè il bombardamento; alcuni vociferano di resa; ma il Montluc ne pensa un'altra delle sue. Era stato malato tanto che quando non vedeva i nemici non avea forza (dice lui) di ammazzare un pollo; ma in quel frangente, per incuorare i Senesi, che l'avean visto andare attorno tutto imbacuccato, e lo facevano spacciato, infila le sue belle calze di velluto cremisi, che avea portate quando faceva all'amore, ed avea tempo (com'ei si esprime) da consacrare alle belle, e maschera il cereo pallore del volto impiastricciandosi col suo vin greco, finchè non ebbe preso un po' di colore. Vi giuro, egli esclama, che io non riconosceva me stesso, mi pareva “essere innamorato, come una volta!„ I suoi capitani ridevano come matti; ma intanto lo accompagnano al Palagio, dov'ei tiene un bel discorso e li fa giurare: “inanzi Iddio che noi moriremo tutti l'arme in mano con essi loro per adjutar li (il buon generale si compiace di saper bene e di scrivere anche l'italiano) a deffendere lor sicuressa et libertà; et ogni uno di noi s'obbligi per li soi soldati: et alsate tutte le vostre mani„. Le destre valorose si alzarono, e si udirono più voci: “Io, io, huerlic; ouy, ouy, nous le promettons„. I Senesi, anche una volta promettevano da parte loro di mangiare sino ai propri figli, prima di arrendersi. La batteria non fece effetto; un buon senese con un suo mezzo cannone smontò e fe' tacere i pezzi nemici; il Montluc gli gridava: “Fradel mio, da li da seno, per Dio, facio ti presente d'altri dieci scoudi et d'un bichier de vino greco„. I cittadini gridavano dalle mura: “Marrani, venete qua, vi meteremo per terra vinti brassi di muri„. Il Marignano dovea oramai fondare nella fame ogni sua speranza.

Un pittore, Pietro Aldi, così presto rapito alle visioni dell'arte e della gloria, volle in un bel quadro esprimere le atroci sofferenze de' Senesi; povero Aldi, qual pittore al mondo saprebbe uguagliare i quadri terribili della realtà? Ora sono i vinti di Marciano che rientrano svaligiati, malconci, feriti e che si buttano piangendo per le strade, che già lo spedale era pieno a quattro per letto, e di più erano piene le banche, le tavole, le chiese; ora sono alcuni poveri gentiluomini, che, sulla sera, vergognosi, battono agli usci implorando un pane per amor di Dio; qua sono le visite domiciliari fin nelle cantine, conquassando ogni cosa per trovare il grano nascosto; là bare e battenti, o infelici, i quali ad un tratto, camminando, cadono morti sulla piazza. Qualche volta lo scoraggiamento s'impadroniva del pubblico Consiglio, che non poteva deliberare anche pe' contrasti ed il mormorio; era sempre la vecchia discordia; ma fuori dell'aula, e sulle mura tornavano tutti unanimi nel valore e nei patimenti; unanimi perfino in qualche improvvisa, eroica allegrezza. Mentre tetro e lento scorreva il carnevale del fatale 1555, più magro e digiuno della più scarna quaresima, i Senesi (indovinate!) fecero un ballo tondo in piazza e un bellissimo giuoco di pallone, nel quale un hidalgo spagnuolo fatto prigioniero da un prosaico pizzicagnolo, riportò i primi onori, “perchè era benissimo in gambe; nè c'era alcuno che facesse li corsi che faceva lui„. Dopo vi fu un bellissimo affronto di pugna; si udì una voce: “alla guardia, alla guardia!„, ed ognuno tornava ai luoghi deputati. Sul volto abbronzato del Montluc si videro lacrime di tenerezza.

XI.

Quel tripudio fu lampo fugace. L'assedio diveniva sempre più duro; le citole vestite di bianco, scapigliate e scalze, andavano a processione, gridando: oh Christe audi nos! o intuonando laudi dal verso immensamente piatoso; già ognuno andava a capo basso, senza parlare; appena tre o quattro donne erano rimaste nella loro prima effige; i vivi portavano invidia ai morti; parenti ed amici, incontrandosi, esclamavano: mi è venuto a noia il vivere. Si cuoceva la malva in luogo di pane, perchè facesse ripieno. Il Montluc avea tirato il collo all'unica gallina regalatagli dal Marignano affinchè godesse di qualche uovo fresco, e si era ridotto a mangiare una sola volta al giorno col Bentivoglio ed il Cajazzo, il suo panino di una libbra con un po' di pesce e di lardo; “ma era un pranzo, egli esclama, se tornavamo affaticati e vittoriosi da una scaramuccia„. Dovè consentire alla Signoria di trattare, vedendo che “non c'era rimedio che mangiarci fra noi„. I Francesi e lo Strozzi avevano abbandonata la misera città, promettendole di continuo il soccorso che non arrivava mai. “Almeno, dicevano i popolani, se ci vogliono dare di queste carote facciano che si mangino col pane!„ Il duca stipulò l'accordo, come luogotenente di Cesare; l'antica libertà fu da Cesare, secondo l'uso, promessa e non mantenuta, e Siena, trattata come un feudo di Spagna, finì decaduta e avvilita nelle mani di Cosimo, che, italiano e toscano, era stato il più subdolo e crudele fra i suoi nemici, ed infine il più lieto, facendo dipingere in Palazzo Vecchio il leone e la lupa avvinti dalla stessa catena d'oro; ma su quell'oro quanto sangue!

I padri narrarono ai figli le atrocità di quell'assedio insieme coi ricordi di Montaperti e delle secolari discordie, e nel cuore de' Senesi durò per lungo tempo ancora un risentimento invincibile contro Firenze; fin nel secolo XVII v'erano Senesi ch'esaltavano il loro vernacolo a scapito del fiorentino; che si ostinavano a disconoscere il genio di Dante perchè fiorentino, che facevano le meraviglie se udivano che Firenze era più bella di Siena. La repubblica avea mandati i suoi cannoni contro Firenze, ed ora soccombeva allo stesso destino; era tradita ugualmente; nell'ultima sventura diveniva sorella dell'antica rivale, ma sorella gelosa, irrequieta ed altera.

“Come un turbine spazza via dalle immondezze una piazza, così i poveri Senesi (dice il Sozzini) spazzarono a un tratto la piazza del Campo„ dalle vettovaglie che vi si erano da ogni parte accumulate. Sfido io! Si erano arresi più che al nemico alla fame: per forza, Siena, ripetè il proverbio, o neppure arresi veramente perchè molti uscivano coi Francesi, a bandiere spiegate, ed a tamburo battente, lunga e stupenda processione giù per i poggi brulli e rossastri. Dove sono i cittadini, là è la patria. I profughi aveano avuta dagli Spagnuoli la cortesia di pochi muli per le vecchie e pe' fanciulli, ch'esse presero sulle ginocchia; gli altri procedevano a piedi, uomini e donne; queste ultime portando sul capo le culle dove i lattanti vagivano. Più di cento giovinette seguivano i padri e le madri; molti uomini tenevano per una mano la figliuola e coll'altra la moglie. “Non ho mai visto in vita mia (così il Montluc) partenza sì desolata„. All'Arbiarotta gli Spagnuoli stessi erano accorsi a porger loro il pane della carità, che salvò la vita a più di duecento di quegl'indomiti repubblicani affamati. Mario Bandini era con loro. Siena, divenuta spagnuola e granducale, ridotta da 40 a 7 o 8 mila anime, non era più la patria de' loro cuori e de' loro sogni. La repubblica continuò, risorse in Montalcino coi suoi magistrati, la balzana, la moneta, le sue vecchie passioni. Certo era un simulacro; ma i più umili simulacri, un cencio di bandiera, una logora medaglia non sono anche grandi ricordi, conforto, auguri, speranze? La vita stessa non è un lungo ricordo ed una continua, inquieta speranza?