La repubblica di Montalcino era sotto il regime militare del comandante francese; gli esuli sussidiati dalla Francia; il loro numero si andava sempre più assottigliando, ma pure resistettero, per quattro anni resistettero alle armi, alle lusinghe, ai tradimenti, fra i quali uno proposto da Pietro Fortini turpe nella vita come nelle novelle turpissime. Infine nel trattato di Cateau-Cambrésis insieme colle sorti di regni e di sovrani si definirono pur quelle della minuscola città di Montalcino, e tutta l'Italia si addormentava nel sonno della servitù.

XII.

Queste vicende insieme colla pietà ed il terrore destano nell'animo un senso di raccapriccio, dacchè, ne' due campi avversi, sulle labbra de' combattenti suonava la dolce loquela di Dante, di Santa Caterina e del Petrarca. Eppure quei vinti han sempre, di generazione in generazione, destata una simpatia istintiva, irresistibile; offerte inspirazioni ed ammaestramento. Se non altro vediamo in loro meglio delineata e colorita la fisonomia di questo nostro Comune singolarissimo. L'indole sua fu da Dante e dai cronisti paragonata con quella di Francia, nè il raffronto è una semplice figura rettorica. I Francesi, la grande nation, han sempre dato lo spettacolo di virtù straordinarie, eroiche, e de' più incredibili eccessi. Sono effervescenti, calorosi come il vino della loro Sciampagna. Il ne quid nimis, la giusta misura, l'aurea mediocrità non han mai fatto per loro. Ripensate alla grande rivoluzione, a Giovanna d'Arco e alla Saint-Barthélemy, al Marat, alle Crociate, a San Luigi, agli epigrammi del Voltaire, al Rousseau, a San Vincenzo de' Paoli e al Terrore, alle poesie ed ai romanzi di Vittor Hugo, alla rocca di Solferino, al Boulanger. Lo stesso può ripetersi, serbate le debite proporzioni, di quella cittadinanza vivace, mobile, irrequieta che bevve l'acqua di Fontebranda. Non vi è eccesso, e dite pure pazzia che non abbia commessa, nè bellezza peregrina ed eroismo, del quale non sia stata capace.

“Solinga dalle altre e in sè romita„ (come il Prati cantava) Siena, la rossa città, altiera e gentile, come una delle sue contadine leggiadre, dritta a guardare dai suoi poetici poggi, certa di esser bella ed ammirata, formò un mondo a parte, che spesso per l'antico Senese era tutto il mondo. Nelle sue fazioni, nell'arte, nei costumi, nelle leggende, nelle sacre rappresentazioni, nel suo teatro, negli scrittori ha quasi un impeto lirico, romanzesco e fantastico; dalla satira più acuta corre alla malinconia più solenne; dalla commedia più gaia e scollacciata alla tragedia più cupa con rapidi, improvvisi, impensati trapassi. Siena eccede sempre, o, come i Senesi dicono, sforma; ma è bella e simpatica sempre, anche nelle sue ritrosie e ne' suoi sdegni. Guardate gli artisti. Eccedono nella conservazione de' tipi antichi, negli ornamenti, nella eleganza; ma nè il sapiente disegno della scuola fiorentina, nè lo sfolgorante colorito dei Veneti hanno la grazia carezzevole e tutta casalinga delle immagini senesi. Il Bazzi nol dirò senese di genio, come lo fu per adozione, perchè visse fra bertuccie, gatti, asini e barberi tanto che la sua casa parea l'arca di Noè, o per una supplica e una denunzia de' suoi beni ai magistrati della repubblica, “un orto che io ho lo lavoro, e gli altri ricogliono; un corvo che favella, che lo tengo, che insegni a parlare a un asino teologo in gabbia; un gufo; tre bestiacce cattive che sono tre donne„; nol dirò senese perchè i frati di Montoliveto l'avevano soprannominato il mattaccio (quanto a matti tutto il mondo è paese); ma per lo sfarzo, la dolcezza, le inspirazioni, la bizzarria de' suoi quadri, nonostante che la sua tecnica risenta dell'arte lombarda, egli che alla senese dischiuse nuovi e più larghi orizzonti. La pittura storica, allegorica, morale e filosofica in nessun'altra scuola, ebbe più ampia e più ricca espansione; i solitari della Tebaide nel Camposanto urbano di Pisa, l'assedio di Montemassi, la disfatta della Compagnia del Cappello nella sala del Mappamondo, la sala della Pace vel dimostrano; ma nelle scene più solenni ecco ad un tratto qualche stravaganza, la vecchia che fila nell'Annunziazione del Berna, il cane che lecca un piatto e il gatto che lo punta, nell'ultima cena del Lorenzetti. Ora idealità paradisiache, ed ora particolari realistici, come un Giuda appiccato, putrefatto, e cogl'intestini fuori.

I novellieri senesi sono i più licenziosi ed i più delicati; dipingono la fanciulla che muore d'amore; e si ravviluppano nel brago della pornografia tanto da fare arrossire i pornografi moderni, se questi signori possedessero una prerogativa sì bella. Un umanista senese spinse l'entusiasmo pel latino fino a proporre che fosse insegnato alle balie affinchè i bambini si abituassero a balbettare sentenze di Tito Livio ed emistichi di Virgilio; Bernardino Ochino prima è il padre Agostino dei suoi tempi, eppoi uno degli eretici più audaci e sventurati, ed era nato, avvertite, nella stessa contrada di Santa Caterina; pei Sozzini Lutero e Calvino erano moderati e conservatori; le fazioni senesi sono le più intricate ed infuriate, l'assedio è, se non il più lungo, certo il più ostinato d'Italia; le miserie di Siena sono le più lacrimevoli, le sue feste le più popolarmente liete, fragorose e bizzarre. Narrano che Pietro Leopoldo, pregato dai Senesi a favore del Manicomio, rispondesse: chiudete le porte, e il manicomio è bell'e fatto. Ma oh che bel manicomio da fare invidia ai savi!

XIII.

La Repubblica si era condannata a morte da sè stessa; ma il governo mediceo non riuscì proprio di gran lunga migliore. Anche il Monte dei Paschi, più che ai Medici fu dovuto alla operosità ed alla accortezza de' Senesi, mentre tutte medicee furono le persecuzioni fin contro gli studenti protestanti dell'antichissima università. Gli eccessi de' libertini non debbono far dimenticare che imperatore e duca avrebbero potuto essere meno impazienti, cupidi, orgogliosi, violenti, un po' meno sovrani ed un po' più umani. Co' bisogni de' tempi nuovi, coll'ambiente, con quel comodo servo muto del fato storico voi proverete che le Repubbliche di Firenze e di Siena, così dissimili in vita, doveano perire di ugual morte; ma intanto un istinto, un sentimento che la critica spigolistra non è degna d'intendere, ci avvisa che non ebbero po' poi tutti i torti coloro che considerarono quei vinti, quei morti come i precursori ciechi, inconsapevoli, ma degni de' morituri, i quali, meditandone le gesta, volarono ad altre battaglie, non pel campanile, sia pure splendido e caro, e per le mura natali, ma per la gran patria comune, incoronata da' suoi monti, baciata dal suo duplice mare, e per le sue cento città dalle mille gloriose torri, sulle quali doveva sventolare finalmente la stessa bandiera. Chi pugnò per salvare, se non la vita, l'onore dell'antico Comune, diè il sangue, o Signori, per un'istituzione eminentemente nazionale; per la più intima, antica e schietta manifestazione della nostra travagliata nazione e della sua civiltà; per una delle patrie, senza le quali la gran patria era impossibile. Dante che fu il poeta più universale, fu altresì il poeta nazionale per eccellenza; ma ei fu il più splendido fiore della civiltà dei Comuni, coi quali la coscienza nostra d'italiani pronuncia la sua prima ed incerta, eppure la sua più italianamente robusta ed efficace parola. Nessun'altra se ne udì più potente, nonostante le invocazioni del Machiavelli, un altro figlio del Comune, fino ai dì nostri, fino alla generazione che, incoronata dall'aureola del martirio e della gloria, ne precede e si dilegua per l'oscuro sentiero della tomba.

Sappiano le animule blandule, beffarde, leggiere che si aggirano così amabilmente indifferenti nel circolo vizioso de' sensi e del sentimentalismo, sghignazzando, sospirando e sbadigliando con tanta grazia, senza infilar mai la via maestra dello affetto e del sentimento, e delle quali il numero cresce ad occhio veggente come le mosche e le zanzare in un'afosa giornata d'estate, ritemprarsi a quella antica fortezza di propositi, a quell'ardore di entusiasmi, deplorarne i traviamenti, dirigerli a ben altra, a più nobile meta. I tesori di abnegazione che i padri nostri prodigarono nelle discordie, prodighiamoli, una buona volta, nella concordia e nell'amore. Ma ricordiamo, a ben comprenderli ed a ben giudicarli, che la storia ha da essere, più che tema di erudizioni e di critiche inesauribili, più che fredda dimostrazione matematica di ciò che doveva o non doveva accadere, più che un'alterna vicenda sistematica di demolizioni, di riabilitazioni e di ricostruzioni, la lampada della vita che i giovani si trasmettono l'un l'altro inestinguibile, nella corsa infaticata per la conquista dell'avvenire.

Gli scrittori politici del Cinquecento

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