Sul finire del 13 si raccolse in Ferrara, dove il suo cardinale, esperimentato Leone di volontà non migliore che Giulio, s'era ridotto, e dove anche Alessandra venne, vedova com'era d'un Tito Strozzi gentiluomo ferrarese.

Per un anno e mezzo attese a fornire e limare il poema, del quale nel luglio del dodici alle dimande del marchese di Mantova aveva risposto non essere limato nè fornito ancora come quello che è grande ed ha bisogno di grande opera. Amore la agevolò. Dicono che la Benucci esigesse, per aprire al poeta, compiuto un canto ogni mese. Ai 26 ottobre del quindici l'Ariosto supplicava al doge di Venezia, che, avendo egli “con lunghe vigilie e fatiche, per spasso e ricreazione de' signori e persone di animo gentile e madonne, composta un'opera in la quale si tratta di cose piacevoli e dilettabili d'armi e di amori, e desiderando ponerla in luce per sollazzo e piacere di qualunque vorrà e che si diletterà di leggerla,„ volesse il doge dar privilegio nel suo dominio alla stampa che l'autore preparava. Più di un mese innanzi (17 settembre) il Cardinal d'Este aveva scritto al suo cognato marchese di Mantova, come, essendo per far stampare un libro di messer Ludovico Ariosto suo servitore ed a questo bisognandogli estrarre da Salò mille risme di carta, lo pregava per esenzione del dazio al porgitore della lettera. Il Furioso era dunque finito nella seconda metà del quindici che l'Ariosto aveva quarantun anno, età giusta, pensa un francese del giusto mezzo, per l'epica: troppo presto il Tasso, troppo tardi il Milton. E a' 22 aprile del sedici era finito anche di stampare da Giovanni Mazzocchi dal Bondeno in Ferrara.

Nella seconda carta di codesta prima edizione si può leggere una bolla di Leon X del 26 marzo contrassegnata dal Sadoleto, con la quale il pontefice, lodando la singolare e antica osservanza dell'Ariosto a sè e alla sua casa, la egregia dottrina in lui delle lettere e arti buone, l'elegante e chiarissimo ingegno ne' più miti studi e specialmente nella poesia, risolve che tutti questi e meriti e pregi paiono quasi per diritto esigere che il pontefice conceda liberalmente e graziosamente al poeta ogni cosa che possa tornargli in vantaggio, specialmente dimandando egli cose giuste ed oneste; séguita anche lodando i libri dell'Orlando Furioso scritti in volgar lingua ed in verso, scherzevolmente (ludicro more), pur con lungo studio e meditazione e con molte veglie: dopo che viene alle solite comminazioni di multe e pene, compresa la scomunica, a chi riprodurrà o venderà, senza il permesso dell'autore, il Furioso. Per un poema dove l'apostolo San Giovanni figura per dimostratore di certe cose nel mondo della luna non c'è male da parte di un papa; ma fu la sola larghezza che il patrono di Baraballo facesse al maggior poeta del secolo; se pur larghezza s'ha a dire, dando retta al poeta nella satira quarta:

Di mezza quella bolla anco cortese

Mi fu, de la quale ora il mio Bibbiena

Espedito m'ha il resto e le mie spese.

V.

E ora che dire del Furioso? Anzi tutto, non cose nuove.

Che Angelica e Bradamante non raggiunte mai da' cavalieri i quali si ostinano a seguitarle rendano imagine del genio d'Italia; che anche Orlando dia come una somiglianza del popolo italiano inebriato dal filtro del medio evo; che l'Ariosto abbandoni, abbattuto dal trono, alle risate del volgo il vecchio Cesare, il quale aveva di tante illusioni pasciuto lo spirito di Dante, che colpisca l'impero di Carlo V e il regno di Francesco I, rimandando essi oltr'alpe con in dosso a pena gli stracci degli orpelli onde la tradizion cavalleresca aveva ammantato le loro povere persone; sono volate di fantasia storica che nella poetica prosa del Quinet posson piacere, anche perchè movono da un principio di vero; ed è, che il Furioso è tutto informato al sentimento e alla vita del tempo in che fu composto. Non so se la fantasia storica del Quinet fosse almen di lontano ispirata da un'idea estetica del Gioberti, il quale, cercando invano con dottrinali preoccupazioni nel Furioso una finalità epica, scoprì in vece in quella continuata ironia la satira della cavalleria e del medio evo.

Ma la finalità del poema romanzesco è in sè stesso, è, come scriveva l'Ariosto al doge di Venezia, nel raccontar piacevole a ricreazione delle persone d'animo gentile. L'Ariosto in questi propositi continuava il Boiardo; il quale scherzò anch'egli su gli eroi e su le donne, e mescolò l'umore all'entusiasmo e la novella all'epos, e pure è giustamente annoverato tra i più seri e sentimentali poeti della cavalleria. L'epopea romanzesca, nel lavorio di rifacimento col quale gl'italiani la vennero di continuo trasmutando, non pur non rimase nè potea rimanere in fedel soggezione d'uno spirito tradizionale o quasi originale che la movesse e atteggiasse sempre ad un modo, ma nè fu nè si tenne obbligata mai a riprodurre caratteri stabilmente fermati in un tipo consuetudinario, anzi nello svolgersi a fasi nuove rinnovava tuttavia spiriti e colori secondo gli ambienti diversi. E come gli autori de' poemi franco-italiani e dei cantàri veneti del secolo decimoterzo e decimoquarto avevano con un primo natural processo italianizzati i paladini francesi delle canzoni di gesta, e come i cantastorie di Firenze gli avevano poi ridotti alle proporzioni e alle fattezze intellettuali de' Ciompi; così l'Ariosto vide e ritrasse gli eroi del Boiardo e degli altri suoi prossimi antecessori tra il prisma del molteplice Rinascimento. E male fu scambiato per intenzionale ironia quel fine spirito del tempo nuovo che scherza luminoso e tranquillo fra i pennoni dei paladini e i veli delle dame del buon tempo antico. E male si giudica prosaicamente ironico e volgarmente scettico quel tempo, nel quale anzi lo spirito italiano (e fu questa la sua gloria e la sua grazia immortale) giunto al sommo dell'ascensione parve abbracciare, se mi si conceda l'imagine, l'antichità e il medio evo, l'occidente e l'oriente, con tale una potente gioia di amore espansivo che anche parve per un momento volerli e poterli in quel suo divino abbracciamento fondere e confondere a sè. La generazione poi della quale era l'Ariosto serbava ancora, malgrado gli Sforza ed i Borgia, qualche sentimento di cavalleria: lo attestano i soldati francesi in quella memorabile liberazione e resistenza di Pisa giuratisi campioni e difensori alle dame, lo attesta la disfida di Barletta e la figura di Baiardo cavalcante severo e gentile tra i lanzichenecchi. La luce del Furioso spuntò tra la battaglia di Ravenna e la battaglia di Marignano, vinta quella da un giovin capitano che per amore della dama vi combattè con un braccio tutto ignudo, vinta questa da un giovine re che prima di dar dentro volle esser armato cavaliere da Baiardo. Che se la vittoria di Ravenna fu guadagnata dalla fanteria villana di Dumolard e dalla artiglieria sapiente del duca Alfonso (le due arme della rivoluzione e della monarchia moderna), la cavalleria italiana fece nella resistenza dalla parte dei confederati prove gloriose; e Fabrizio Colonna, dopo romanamente respinti dalle mura delle città sette assalti, si precipitò nella battaglia caricando a capo dei suoi cavalieri i cannonieri e i cannoni d'Alfonso e di Francia sin che fu fatto prigione in mezzo ai pezzi. E la battaglia di Marignano che durò tre giorni, e nella quale eserciti di tre lingue si mescolarono al lume di luna per iscannarsi, e il re di Francia credendo aver raggiunto un corpo di suoi si trovò in mezzo a ottomila Svizzeri, che per farsi riconoscere gli puntarono (come egli scrisse) seicento picche al naso, “bevve dell'acqua d'un ruscello tutta sanguinosa, mentre un trombetta italiano al suo fianco soffiava tutta notte nel corno, come Orlando a Roncisvalle, contro i corni di Unterwald ed Uri; la battaglia di Marignano non è veramente ariostesca? Tanto poi l'Ariosto fu di per sè lontano dall'intenzione d'una finale ironia contro l'ideale cavalleresco, che a gloria della spada e della lancia fe' maledire a Orlando l'arma da fuoco e l'artiglieria, forza e vanto del suo duca. Ma come si può parlare d'ironia intenzionale dell'Ariosto? dell'Ariosto, che al personaggio di Carlomagno, mortificato dalla famigliarità birichina dei piazzaiuoli di Firenze, restituì la maestà d'imperatore e il contegno d'eroe? dell'Ariosto che l'Astolfo fatto buffone dal Boiardo rifece cavaliere d'avventure e miracoli, pronto a tutto affrontare, le porte così dell'inferno come del paradiso, con quella sua seria audacia inglese che lo costituisce degno istromento della provvidenza alla salute d'Orlando? dell'Ariosto che in Orlando il peccato dell'amore, peccato per l'eroe e pe'l cristiano, punisce con la terribil pazzia? E come si può parlare d'ironia continua e finale dinanzi alla terribilità tragica di quella pazzia in quella più che descrizione e narrazione epica, la quale dalla minuta e fedele osservazione dei succedentisi momenti psicologici va a passo a passo crescendo vorticosa e vertiginosa e finisce in uno scoppio titanico? dinanzi all'eroica grandezza dell'ultimo abbattimento fra i tre re saracini e i tre paladini, e alla mossa, tutta di cuore, del poeta, su'l cadere di Brandimarte,