Nato alla gioia, all'amore, alla poesia, a tutti i nobili e grandi ideali, sensibile, immaginoso, suscettibile, delicato e nervoso, fa pena vederlo in quell'ambiente di egoismo, di dispotismo, d'ipocrisia, — di cortigiani, di pedanti e di bigotti.... Quando vediamo piovere una grandine di sventure sopra un Dante, un Milton, un Shakespeare, un Cervantes, non ci badiamo tanto. Sappiamo che quei giganti hanno spalle da resistere, e armi da vendicarsi.... ma il povero Tasso! Ci fa l'effetto di veder picchiare un bambino.... Si direbbe una muta di mastini e di bull-dog alla caccia di un rosignolo. O amici eruditi, voi vi affannate molto a cercare le vere cause, i documenti della follia del Tasso, — e non vi accorgete che sono legione, — e che la cosa veramente maravigliosa è che non sia impazzato prima, e che poi sia guarito.
Era così ingenuo, e primitivo, e ostinato nei suoi poetici sogni, che le lunghe e ripetute esperienze non gl'insegnarono mai nulla. Solo a Sant'Onofrio, nella terribile imminenza della morte, vide, come nel bagliore di un lampo, la tragica realtà della vita. Avrebbe avuto, per difendersi dal mondo e da sè stesso, un bisogno supremo di volontà, e non seppe mai fortemente volere: fu come una piuma di cigno in balia d'un infernale Simoun! Restò sempre un illuso, un debole, un poetico adolescente. Pensate, per contrapposto, alla scienza della vita di Lodovico Ariosto! che abisso di differenza!...
II.
L'anima tenera e dolorosa del Tasso contempla la natura, o meglio si abbandona subbiettivamente alle impressioni della natura: non ha la immaginazione attiva e dominatrice dell'Ariosto; ma sente anche nelle voci della natura la voce malinconica dell'umanità. È il poeta inspirato, e come inconscio, di un mondo lirico e sentimentale, che succede al mondo ariostesco del Rinascimento. Quindi, paragonato all'Ariosto, ci può parere monotono. Si sono dipinti nei loro versi. L'Ariosto: “Signor, far mi convien come fa il buono — Suonator sovra il suo strumento arguto — Che spesso muta corda e varia suono — Ricercando ora il grave ora l'acuto„. E il Tasso: “In queste voci languide risuona — Un non so che di flebile e soave — Che gli occhi e lacrimare invoglia„....
L'Ariosto è grafico e preciso, — il Tasso è suggestivo: il primo descrive pittorescamente, il secondo musicalmente, come più tardi lo Shelley e il Lamartine. Il Tasso, come i grandi musicisti, riesce incomparabilmente superiore a tutti i poeti del suo secolo nell'esprimere il vago, l'indefinito, e l'infinito, dei grandi spettacoli della natura. I cieli, le aurore, i pleniluni, le trasparenze primaverili, le malinconie delle foreste in autunno, i grandi silenzii meridiani, sono il suo incontestato dominio.
È largo, luminoso, malinconico e solenne, come una Campagna romana di Claudio Lorenese. La sua Musa chiude un mondo, il mondo plastico del Rinascimento, e ne apre un altro, — il mondo moderno del sentimento lirico personale, e della musica. Certe ottave di Erminia sembran preludere a certe note del Freyschütz e della Sonnambula. È il vero fratello di Palestrina e di Pergolese.
E che dire delle sue adorabili donne? Paragonate ad esse, la maggior parte delle donne dell'Ariosto sono dei bellissimi e sanissimi animali. Dico la maggior parte, — chè sarebbe ingiusto dimenticare la soavissima Fiordiligi. Ma Erminia e Sofronia e Clorinda Gildippe e Armida! Come si riconoscono tutte al sorriso triste e fatale della passione, — allo sguardo umido e voluttuoso, alla smania del sacrifizio e della morte! Non sono bel marmo pario, ma carne e sangue vivente, — anime e cuori di vere donne.
La loro forza sta nella loro debolezza — (e non accade solamente alle donne del Tasso) — alcune sono idilliche ed elegiache, come Erminia; alcune poetiche e ideali, — fiere e tenere a un tempo, — come Clorinda; altre passionate e ardenti come Armida. Armida è creazione di gran poeta. Nella maga c'è la donna, — la donna perdutamente innamorata (già tutte le innamorate sono un po' maghe). Essa talvolta ha il grido di Saffo, di Didone, e di Fedra. “In Armida — dice il De Sanctis — si sviluppa tutto il romanzo di un amore femminile, con le sue voluttà, coi suoi ardori sensuali, con le sue furie, i suoi odii, le sue gelosie. Nessuno aveva ancora colta la donna con un'analisi così fina nell'ardenza e nella fragilità dei suoi propositi, e nelle sue contradizioni. La lingua dice: odio; e il cuore risponde: amo. La mano saetta, e il cuore maledice la mano.„ — Belle e giuste parole.
L'amore sensuale la fa delirare come Fedra: è una bella e terribile malata. È giunta a quel grado di passione che fa dimenticare ogni rispetto, ogni riguardo umano; la dignità, la coscienza, il dovere, e la vita. Sembra dire anch'essa col poeta francese:
Oh laissez-moi sans trève écouter ma blessure,