Se l'amor m'ange, come ardo contento?

Se contento ardo, il pianto onde deriva?

S'ardo, ond'esce l'umor ch'a gli occhi arriva?

Se piango, come il foco non è spento?

Se non moro, a che ognor me ne lamento?

E se moro, chi sempre mi ravviva?

S'agghiaccio, come porto il foco in seno?

Mi fermo qui, ed è anche troppo per ciò che mi proponevo: mostrare in che modo cercassero sovente la poesia non nel pensiero, sì nel contrapposto delle parole. L'uno esempio e l'altro, quel del pappagallo e questo delle domande, ridevoli tutt'e due, scoprono il vizio esterno di grandissima parte della lirica petrarchesca rimessa a nuovo dal Bembo: l'esagerazione. Vizio esterno rispondente all'interno, che già v'indicai, della falsità. Se a chi sente non è facile, nell'esprimere il sentimento proprio, guardarsi dall'ingrandirlo, è impossibile, a chi dice diversamente da ciò che sente, guardarsi dalle spiritose invenzioni, come le chiamava Arlecchino, con frase di cui egli critico letterario non avrebbe saputo trovare una migliore per le bugie in rima di tutti i secoli. Perciò l'esagerazione, nei petrarchisti del Cinquecento, guasta anche quello che avrebbe potuto riuscire garbatamente. Un di loro vede la donna sua (Filli; notate il nome; l'Arcadia ha le radici, nelle rime idilliche e pastorali, fin lassù) Filli che innaffia il giardino. Oh finalmente! vien voglia di esclamare; ecco un po' d'aria aperta, ecco un atto colto dal vero, ecco un oggetto umile, l'innaffiatoio, che ottiene anch'esso, non a torto, un po' di luogo nella poesia, sia pure mascherato da cavo rame, e con un'elsa invece del semplice manico. Coraggio, o Celio Magno, o poeta gentiluomo; se sai vincere la difficoltà, noi vanteremo poi il tuo sonetto come un gaio annunzio dei Lieder di Volfango Goethe. Ah, dove mi va a cascare! I fiori non vogliono essere innaffiati; e dicono alla bella:

. . . . . tua man candida e tersa

Cessi l'onda spruzzar, chè noi ricrea