Per la morte del Bembo un sì gran pianto
Piovea da gli occhi de l'umana gente.
Ch'era per affogar veracemente,
Come diluvio, il mondo in ogni canto.
A questo modo, l'un l'altro, in vita e in morte, si celebravano tutti, anche se non si fossero veduti mai; anche se non conoscevano, del lodato, che un qualche povero sonetto di proposta; anche se nulla sapevano ch'egli avesse detto o fatto. I cimiteri, si sa, sono la reggia della Bugia; ma le fandonie scolpite sulle lapidi dall'amore o dalla riconoscenza han pure una ragione ed una scusa: ragione e scusa non hanno, nè verso la verità nè verso l'arte, gli encomii rimati dei più tra i cinquecentisti. Volevano, dovevano comporre versi; ogni occasione, ogni pretesto era buono. Posso qui fare a meno dell'esempio, perchè voi rammentate il sonetto di messer Buonincontro per la morte della duchessa d'Urbino, e la caricatura disse meglio che la verità non direbbe su que' trionfi di vane parole.
Quando erano stanchi di descrivere madonna, di supplicare madonna, di piangere madonna; quando non sapevano cui rispondere in rima, o chi celebrare; quando avevano finito, per quella volta, di lagnarsi seco stessi del tempo gittato via nelle vanità del mondo; due altri argomenti restavano loro: l'Italia e la fede; l'Italia decaduta ancella da donna di provincie; la fede di Cristo minacciata da Lutero e dai Turchi. Non che fosse tutta retorica: anzi, devo qui espressamente richiamarmi alla distinzione che stimai prudente di fare tra l'uomo e l'artista; l'uomo amava ed odiava veramente quando anche, nell'arte, si ostinava a mentire vestendo di colori falsi gli odii e gli amori suoi. E il sentimento della grandezza della patria, quale un tempo era stata, doveva spesso scuotere gli animi, col balzare dai libri de' Latini, su cui si venivano fin da' primi anni educando; e il sentimento della fede doveva spesso muovere i cuori, allora che la Riforma sottraeva a Roma tanta parte d'Europa e il vessillo mussulmano correva le nostre marine, con tanto danno di rapimenti e di prede, con tanta minaccia di peggiori conquiste. Onde da un lato il fantasma dell'Impero che s'imponeva ancora alla coscienza italiana; dall'altro, le scomuniche, i tormenti, e l'ultimo sforzo vittorioso di Lepanto. Non solo v'era dunque, pure in ciò, materia altamente poetica; ma nella vita politica e nella religiosa durava e si manifestava non di rado poeticamente un sentimento verace. Ne facciano testimonianza i nomi di Francesco Burlamacchi e di Pietro Carnesecchi, morti ne' supplizi, l'uno per l'Italia, l'altro per la fede, con fermezza romana e cristiana. Se non che la patria, come accadeva dell'amore, soltanto di rado era cantata con rispondenza vera al sentimento del poeta, il quale parteggiava per Carlo, per Francesco, per Venezia, pel pontefice, soltanto nella vita; nell'arte non sapeva che volgersi quasi per esercizio di scuola, a quelle “antiche mura che ancor teme ed ama e trema il mondo„, che il Petrarca aveva salutate con lagrime nel grido della sua ammirazione. A guardar la cosa secondo politica, ben dicevano i tanti Lamenti sullo stato miserando d'Italia, e ben diceva il Venier. Così cominciava un Lamento, famoso a metà del secolo:
Io son l'afflitta Italia, anzi pur fui,
Che piango la mia gloria in terra scesa,
E doler mi vorrei, nè so di cui.
Deh, poi ch'io non son forte a far difesa,