Al secolo XVI, il dissidio profondo, che esisteva fra il Cattolicismo e lo spirito del Rinascimento, quel dissidio, contro le minaccie del quale aveva inutilmente tuonato l'eloquenza del Savonarola, quel dissidio, che i Papi avevano creduto di togliere, promovendo essi per primi, proteggendo essi per primi la nuova cultura da Niccolò V a Leone X, quel dissidio si palesò tutto ad un tratto e colse il Papato nel momento peggiore, quando cioè più per forza degli eventi, che per volontà sua, era senza più divenuto uno dei tanti signorotti Italiani e mirava a difendersi o ad allargarsi colle arti e le violenze comuni a tutti gli altri.
È strano sentire ora il Creigthon, uno scrittore Protestante, sostenere la tesi opposta e dire che se la crisi fosse sopravvenuta, quando il Papato era politicamente insignificante, esso non avrebbe potuto resistere e si sarebbe forse ridotto un Vescovato Italiano. Per me non lo credo. Non credo che possa aver giovato al Papato una serie di Papi, come quella che, salvo poche eccezioni, va da Innocenzo VIII e dal Borgia a Clemente VII e a Giulio III. Ciò accrebbe, invelenì il dissidio sempre più, scrollò sempre più dalle fondamenta la moralità pubblica e privata, separò sempre più la politica dalla morale e dalla religione, tanto che, svanito fra le fiamme d'un rogo il tentativo eroico del Savonarola, corsa e ricorsa l'Italia dagli stranieri, fra tanto abbassamento e contaminazione di tutto, il patriottismo disperato del Machiavelli gridava in quell'agonia: “poichè il Dio invocato dal Savonarola non viene, facciamo senza di lui, ma la patria si salvi!„ Tutto il Machiavelli è qui, ma neppur esso potè per allora salvare l'Italia.
Allorchè scoppiò in Germania la rivoluzione Protestante, le anime, che in Italia se ne sentirono subito agitate e commosse, furono quindi appunto le più atterrite e sgomente di questo abisso, che sempre più s'allargava fra la vita e la fede, fra la civiltà del Rinascimento e l'antico sentimento religioso. Le vediamo riunirsi subito in Roma nell'Oratorio del Divino Amore, più tardi in Venezia a San Giorgio Maggiore, in Napoli presso Giovanni Valdes, in Treviso presso Gregorio Cortese, Luigi Priuli, Marco Antonio Flaminio, in Padova presso Pietro Bembo, il quale s'associa a queste riunioni più forse per evitare i possibili eccessi d'una reazione seccante e meticolosa, che per vero spirito religioso; altra notevole varietà d'uno stato d'animo, che è di carattere puramente Italiano. Poco prima, poco dopo, in questa o quella città d'Italia tali riunioni raccolgono uomini, donne, ecclesiastici, letterati, il fiore dell'intelligenza e del patriottismo Italiano, scampato in parte alle guerre del Milanese e di Napoli, al sacco di Roma, alla caduta della repubblica di Firenze.
La questione, che le agita tutte, è quella della giustificazione per la sola fede, formola, che è bensì, come sapete, il fondamento della protesta Luterana, ma di cui allora era perfettamente lecito discutere, perchè antica nella dottrina ortodossa e non ancora definita, come lo fu poi nel Concilio di Trento. Tale questione (senza che io entri ora in sottigliezze teologiche, che non converrebbero nè a voi, nè a me) è naturale che primeggiasse e accendesse gli animi, perchè col dar prevalenza ai meriti della sola fede e della redenzione di Cristo, coll'ammettere cioè che la fede da sè sola basta all'eterna salute, sentivano d'opporsi a tutta quella corruzione della Chiesa, per cui la religione pareva ridotta a sole forme esteriori, la fede a zelo di persecuzione, l'assoluzione delle colpe alla confessione o a comprate indulgenze, e tutto il destino dell'anima umana pareva abbandonato all'arbitrio d'un sacerdozio non meno corrotto del laicato ed unico intermediario fra Dio e l'uomo.
Da questi prodromi scaturiscono tre tendenze diverse, nelle quali è compresa intiera la storia della Riforma in Italia. La prima, che segue irresistibilmente l'impulso ricevuto dalla rivoluzione Luterana Tedesca, e non solo si associa ad essa, ma spesso, com'è dell'indole Italiana, la oltrepassa; la seconda, che senza separarsi mai del tutto dal Cattolicismo prosegue fino all'ultimo la generosa utopia d'una conciliazione e termina in una piena sconfitta; la terza, che dà mano a rinvigorire, a risanare in parte, a stringere gli ordini della Chiesa, ne accresce terribilmente la forza militante e trionfa col Sant'Uffizio, l'Inquisizione, i Gesuiti ed il Concilio di Trento.
La prima di queste tendenze, quella che si associa alla ribellione Protestante, è, se si considera in sè stessa, la più curiosa e pietosa, ma se si considera ne' suoi effetti, certamente la meno importante; ed è naturale che sia così in una società, com'è l'Italiana del Cinquecento, la quale o è in gran parte indifferente e non presta fondamento a nessun vero e largo movimento religioso, o ha già percorso collo sviluppo della sua cultura, pagana d'inspirazione e novatrice di desiderio, tutti i gradi di questo indifferentismo sino, direbbe il De Leva, “alla negazione della persona morale consacrata dal Vangelo„, e neppur la formola Luterana le può più bastare.
La seconda tendenza, quella che anela ad una conciliazione, raccoglie una delle più schiette tradizioni Italiane, e fra i disinganni, gli abbandoni, i dolorosi isolamenti, ci rivela le agitazioni e il segreto d'una parte fra i più elevati e incorrotti spiriti del nostro Cinquecento, fra i quali basta che io vi ricordi Vittoria Colonna e il cardinal Gaspare Contarini.
La terza tendenza, quella che organizza la resistenza ad ogni costo, è troppo vasta nelle cause, nei fatti e nelle conseguenze da poterne discorrere affrettatamente insieme all'altre due.
*
Alla formola Luterana, adoperata a significare la necessità di correggere le degenerazioni del dogma e i disordini della Curia Romana e della gerarchia ecclesiastica, anche prescindendo da quelle riunioni, alle quali ho accennato, si potrebbero indicare molti riscontri in Italia subito dopo Lutero ed anche molto prima di lui. Ma sarebbe inutile per noi e soverchia una tale ricerca. Del resto queste anticipazioni dottrinali non mancano mai, ma contan poco. Ogni rivoluzione è di chi la fa e al momento di farla. La ribellione di Lutero ha date certe e stiamo a queste: l'Ognissanti del 1517, quando Lutero oppone le 95 tesi alla Bolla delle Indulgenze, che è il prologo del gran dramma, il 10 dicembre 1520, quando Lutero brucia dinanzi alle porte della cattedrale di Vittenberga e fra una folla di popolo entusiasta la Bolla di Leone X, che lo ha condannato.