Nei due anni o poco più, che intercedono fra queste due date, e dopo poi sempre più, la propaganda coi libri, colle corrispondenze, colle dispute pubbliche, cogli emissari, colle predicazioni è attivissima e larghissima in Germania e nella Svizzera, dove Ulrico Zuinglio, forse qualche mese prima di Lutero, aveva iniziato un movimento analogo al suo e in certe parti più radicale.

Ben presto se ne ripercossero gli echi in Italia, nel Veneto da prima, e poi altrove.

Se non che, intendiamoci, non si tratta di nulla di simile a ciò che accade in Germania o nella Svizzera. Leggendo il libro inglese del Maccrie sulla storia della Riforma in Italia, che è anche oggi il solo, il quale abbia trattato ex-professo e in modo compiuto questo argomento, e vedendo il moto riformista ripercuotersi così rapido e così determinato quasi in ogni città d'Italia, vien fatto di chiedersi: o come dunque l'Italia non è divenuta tutta Protestante? Ma quel libro, ricchissimo di notizie, è nel suo insieme e organicamente sbagliato.

In Italia si sparge subito e largamente una curiosità, un'agitazione, una febbre, che invade specialmente le classi più alte e più culte, gli ecclesiastici, i claustrali, i letterati, i filosofi, e, poichè la questione tocca così da vicino quanto v'ha di più intimo nel cuore umano, le donne, quelle specialmente di animo più elevato e che hanno più approfittato dell'alta educazione femminile del Cinquecento. Ma tutto questo fervore, che diviene anche un poco una moda, non oltrepassa certi limiti. Tutta questa gente, che disputa così accanitamente della giustificazione per la sola fede, che si abbandona con tanta delizia interiore e con tanta ingenuità d'intenzioni al dolce sogno d'una Chiesa e d'una società rinnovata col ristaurarvi e purificarvi il sentimento religioso e cristiano, non pensa, non sospetta neppure di rasentare l'eresia, e molto meno di ribellarsi, o di mettere comunque a repentaglio l'unità della fede. Per questo, nella prima fase, nel primo riecheggiare in Italia del moto Protestante Tedesco, i consensi sembrano così rapidi, così larghi, così numerosi. Ma innanzi tutto questa agitazione si ferma in alto; non discende che pochissimo dalle classi superiori alle inferiori; non acquista mai o quasi mai carattere schiettamente popolare; ed in secondo luogo quando la Chiesa dominante si rende conto essa stessa, ha essa stessa coscienza del grave pericolo che la minaccia, i più indietreggiano, pochi si risolvono di varcare il limite estremo, il moto s'impicciolisce, diviene sempre più isolato, individuale, e scompare.

Le conseguenze morali (diciamolo) sono disastrose, perchè manca alla Chiesa dominante, come le è mancata sempre, l'intelligenza delle cagioni profonde, per le quali più d'un terzo d'Europa s'era distaccato da lei; perchè tutta impigliata ad armeggiare colle esagerazioni sofistiche, che Lutero, negli impeti della lotta, deduceva da' suoi stessi principii, e che Calvino esagerò sempre più, la forza vera di quei principii, le loro conseguenze vere le sfuggono; perchè non intende e non sente che l'importanza del moto Protestante non sta già nella fede senza le opere, nella negazione del libero arbitrio, nell'ammettere la predestinazione; il solo concetto ragionevole per gli stessi credenti essendo anzi quello che Dio giudichi gli uomini non per quanto avranno creduto, ma per quanto avranno operato; perchè, non intendendo e non sentendo questo, la Chiesa dominante mira quindi, più che a riguadagnare il terreno perduto, a salvare quello che le rimane, e lo fa, e le riesce, ma più esagerando alla sua volta il principio d'autorità contro il principio del libero esame, che rinnovando intieramente sè stessa.

Ad ogni modo, è verissimo, la sua resistenza è enorme e meravigliosa. Ma non è quella, che le chiedevano i più veggenti, i più moderati, i più pii fra i suoi amici contemporanei alla rivoluzione Luterana; non è quella, a cui accennò essa stessa per un momento, quando sotto Paolo III l'azione del cardinal Gaspare Contarini, capo dalla parte conciliatrice, prevaleva nel Sacro Collegio, e quando nel 1536 era eletto un Consiglio per la correzione della Chiesa, in cui col nome del Contarini, vediamo quelli del Caraffa, del Fregoso, del Sadoleto, del Giberti, del Polo, del Cortese, del Badia, dell'Aleandro, non tutti d'una mente, ma certo i più autorevoli e virtuosi uomini, che avesse allora la Chiesa; non è quella, che questi uomini le proponevano con una relazione, che poco dopo, sotto Paolo IV, diveniva essa stessa un documento addirittura ereticale, e invece di essere adottata dalla Chiesa si pubblicava con un preambolo e le chiose di Lutero.

Da un giorno all'altro il programma del Contarini è abbandonato, ed (è giusto dirlo) non per intiera colpa del Papato, ma molto ancora delle generali condizioni politiche europee e dell'ormai trionfante preponderanza Spagnuola; gli uomini, che hanno caldeggiato il programma del Contarini, finiscono nella disgrazia e nell'abbandono, alcuni anzi, come il Morone, processati e carcerati; la resistenza ad oltranza e le persecuzioni incominciano e allora va cessando altresì quella larga e numerosa agitazione, che la protesta Luterana avea da prima suscitata in Italia; il moto si isola qua e là; diviene frammentario, disgregato, individuale; ha martiri, non capi e seguaci; si mostra qui in un convento, là in una corte, altrove in un'accademia, in un gruppo di famiglie; non ha seguito, non contrasti vigorosi, non consensi efficaci; tra gli stessi ribelli veri, i più forti oltrepassano subito le precise dottrine Luterane e Calviniste, in molti altri si rinnova il caso delle antiche lotte politiche dei nostri rabbiosi Comuni. Come cioè s'ebbero allora i Ghibellini per forza, così si hanno ora gli eretici per forza. Molti non domanderebbero di meglio che fermarsi a mezza via, ma le persecuzioni del Sant'Uffizio, istituito nel 1542, il fanatismo degli Inquisitori, i sospetti dei Principi, l'intolleranza spietata, che vede eretici dappertutto, che spia e commenta ogni atto, ogni gesto, ogni parola, un segno d'allegrezza, una smorfia di malumore, il terrore, che non dà quartiere e non conosce misericordia, gli spinge, gli incalza, gli costringe all'aperta ribellione.

Voi vedete, signore, che quantità di ardui problemi e delicatissimi contiene questa storia della Riforma in Italia. C'è un modo di spicciarsi di tutti con franca disinvoltura, collocarsi al punto di vista protestante e propagandista del Maccrie, o a quello del Sant'Uffizio e degli Inquisitori dell'eretica pravità. La prospettiva è allora una sola e invariabile; poco monta chi sgarra più e chi meno, son tutti eretici di tre cotte e o col Maccrie s'incoronano di gloria o col Sant'Uffizio e gli Inquisitori (e diciamolo pure col Cantù, nonostante tutte le sue contraddizioni) si decreta a tutti quanti rogo e anatema. Ma questa non è storia!

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Ogni volta che ho pensato al moto filosofico e religioso in Italia nel Cinquecento, m'è sempre ricorso spontaneo alla mente il confronto con quello dell'emancipazione civile d'Italia nei tempi nostri. Nell'uno o nell'altro gli stessi velami, le stesse esitanze, le stesse clandestinità di consensi, gli stessi eccessi, le stesse diversità e gradazioni di tendenze, di apparecchi, di tentativi, di silenzi longanimi e di audaci rivolte. Il confronto non si potrebbe continuare senza dare in falso. Ma io non voglio dir altro se non che l'elemento morale nella storia è altrettanto necessario quanto il positivo, e che se lo studio dei fatti si sottomette ad un preconcetto, che vi tiranneggi il cervello, o si scompagna dallo studio psicologico, si perde ogni speranza di cogliere a distanza di tempo e riprodurre meno imperfettamente la realtà piena delle umane vicende. Tanto più nella storia d'un qualsiasi moto religioso, tanto più in una storia, come quella della Riforma in Italia.