Quando la ribellione è affermata coll'apostasia, il caso è più facile, benchè non sempre così semplice, come a prima vista parrebbe. Quando invece l'affermazione recisa dell'apostasia manca, le tendenze diverse che notai già scaturire dai primi echi Italiani della Riforma Tedesca non sempre sono distinte; più spesso ci troviamo a fronte di gente, che rivela solo una piccola parte dei proprii pensieri, che afferma, che nega, si disdice, si contraddice, nè sempre è dato cogliere intiero il segreto di quelle anime e distinguerle, a comodo nostro, nelle esatte categorie della storia. Dove, per esempio, gli indizi apparvero più deboli o contradditorii, gli scrittori Cattolici più zelanti se ne valsero per gridare alla calunnia, e scagionare senz'altro i più grandi nomi da questa, secondo essi, nota d'infamia, e non pensarono che quanto più alto era il grado, l'autorità, la fama, tanto più era naturale che il segreto fosse gelosamente custodito. Niuno potrà mai in tal caso pretendere di definire esattamente la misura di una ribellione o di un assentimento, che si svolgevano nella coscienza e poco o nulla si palesavano al di fuori con aperte professioni o con atti di proselitismo, i quali costavano libertà, vita, onori, fama, fortuna, e vi sbalzavano addirittura fuori del consorzio sociale, quando pure non laceravano vincoli ed affetti più intimi. Eppure la storia della Riforma in Italia non va considerata soltanto nelle precise e formali adesioni alle dottrine Luterane e Calviniste, bensì deve cogliersi ovunque si manifesta in anime religiose uno di quei dissensi o una di quelle indiscipline, a cui la Riforma era certamente pretesto od occasione. Tenendo conto di tutto questo si può soltanto presumere di approssimarsi almeno alla verità.

Accennai al Veneto, come a una delle prime regioni Italiane, che in qualche modo risentirono il contraccolpo della Rivoluzione Tedesca e m'interruppi per delineare quelli che, secondo me, sono i caratteri generali e speciali di tale contraccolpo e del moto che in Italia gli tenne dietro. Raccontare ora partitamente i casi dei personaggi più notevoli che quasi in ogni città d'Italia si mostrano seguaci delle nuove idee e quando giunge l'ora della persecuzione o della repressione violenta, o si sottomettono o pagano coll'esilio o colla vita il fio della loro ribellione, non potrei senza eccedere di troppo i limiti di tempo, che mi sono concessi. Del resto quei casi si susseguono e si rassomigliano: lo spionaggio, la denunzia, la fuga, oppure il carcere, un processo, in cui le torture morali di una lotta corpo a corpo colla capziosa casuistica dei giudici eguagliano quasi il tormento delle torture fisiche, alle quali l'inquisito è sottoposto, e infine il supplizio, ora orribilmente misterioso e segreto, ora pomposamente teatrale e solenne, quello a Venezia, dove l'eretico scompare nottetempo nelle acque della muta e nera laguna, questo a Roma, dove fra una processione di monsignori, di soldati in arme e di frati salmeggianti l'eretico sale il rogo a Ponte Sant'Angelo o in Campo de' Fiori. A questi lagrimevoli ricordi si collegano i nomi (per non dire che dei più celebri) di Pier Carnesecchi, di Aonio Paleario, di Fanino da Faenza, di Bartolomeo Fonzio, di Baldo Lupetino, di Giovanni Mollio, e di tanti altri, che sarebbe lungo enumerare. Preterendo adunque di necessità le ribellioni e i sagrifici individuali, accenniamo piuttosto dove il consenso alle nuove dottrine religiose fa gruppo, raccoglie aderenze più calde e più numerose, s'intreccia a vicende di storia politica, e nel dissolversi ci indica personaggi importanti, che poi seguono diverse tendenze di pensiero e di vita.

Notevolissimo a tale riguardo il gruppo, che verso il 1535 attornia a Napoli lo Spagnuolo Giovanni Valdes. Nella sua casa a Chiaia e in vista di Posilippo, o sull'incantevole isola d'Ischia nella villa della Colonna si radunavano il Vermigli, l'Ochino, il Carnesecchi, il Flamminio, il Caracciolo ed altri letterati, teologi e cavalieri, e con essi parecchie gentildonne Italiane e Spagnuole, fra le quali brillavano come stelle Vittoria Colonna, l'inconsolabile vedova del Marchese di Pescara, e Giulia Gonzaga Duchessa di Trajetto, vedova di Vespasiano Colonna, quel prodigio di sempre virginale bellezza (checchè ne dicono le Pasquinate del tempo) che il corsaro Ariadeno Barbarossa tentò sorprendere nel suo castello di Fondi e rapirla per farne dono al Sultano.

È gran segno del tempo il fervore di quelle riunioni e s'intende bene come tutto quell'ambiente di bellezza, di poesia e di religiosi entusiasmi, su quel paesaggio unico al mondo, rimanesse un lungo e soave ricordo per tutti quegli amici del Valdes, e le loro lettere di molti anni dopo, quando il turbine della reazione gli avea sperperati, rimpiangessero amaramente la memoria del Valdes, morto nel 1540, e i bei giorni di quell'intima comunanza di pensieri, di affetti, di aspirazioni. E due soprattutto sono le circostanze notevoli della congrega del Valdes, l'una che per la prima volta vi apparisce il libro famoso del Beneficio di Cristo, che fu pei dissidenti e Protestanti Italiani del secolo XVI quello che l'Instituzione Cristiana di Calvino fu per i Francesi e per gli Svizzeri; libro tenuto qualche tempo per innocuo e che poi sarà delitto capitale aver letto, averlo posseduto o prestato ad un amico; l'altra il vario e sempre tristo destino, che aspettava tutti i componenti di quella congrega. Di quelli soltanto, che ho nominati, Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga finiscono volontariamente relegate in un monastero; Pietro Martire Vermigli in esilio a Zurigo; Bernardino Ochino in Moravia, dopo aver errato per mezz'Europa e sorpassata di molto col suo pensiero la Riforma Protestante; Pier Carnesecchi a Roma sul rogo; Marcantonio Flamminio in sospettata oscurità, ma più indietreggiando che avanzando; Galeazzo Caracciolo a Ginevra, Calvinista schietto; il che dimostra come dalla riunione del Valdes escano quanti aspetti diversi prese il moto protestante in Italia, quello di chi rimane entro il circolo della dottrina Cattolica, ma non vi trova più nè la tranquilla fede nè la posizione di prima; quello di chi si spaventa a mezza strada e indietreggia; quello di chi si associa del tutto al moto Protestante e per esso dà la vita o si sottopone alla perpetua miseria dell'esilio; e quello di chi neppur trova posa nella dottrina Protestante e finisce anatemizzato del pari dalla Roma del Papa e dalla Ginevra di Calvino.

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Come già dissi, forza di vero e largo consenso popolare la Riforma non trovò mai in Italia. Per questo appunto ci sentiamo tratti ad osservare con più sollecita cura i punti, dove una certa espansione, sia pur momentanea e con fattezze diverse, ci fu, o parve esserci.

Nell'Istria ad esempio, e per opera specialmente d'un uomo, Pier Paolo Vergerio, Vescovo di Capodistria, che è uno dei tipi più complicati ed anche oggi più difficilmente giudicabili, che abbia avuto la storia della Riforma in Italia; grande ingegno, vastissimo sapere, e nel tempo stesso la più strana mescolanza di bene e di male, di tenebra e di luce. C'è in lui del santo e dell'avventuriere, dell'apostolo e dell'imbroglione, del fanatico e dell'astuto; ma se poi si considera ch'egli non avea che da starsene o, date le prime mosse e visto che gli attiravano guai, non avea che da fermarsi, per continuare in quell'auge di fortuna, che lo avea portato subito in cima della scala, e invece tentò, ritentò più volte e corse di deliberato proposito alla propria ruina, bisogna dire che un gran fondo di sincerità, di buona fede e di schietto entusiasmo fosse nell'animo del Vergerio. Certi aspetti del suo carattere vanno dunque forse attribuiti alla mobilità, alla foga, alla superlatività del suo spirito, per cui nella polemica religiosa del suo tempo reca la temerità, l'improntitudine e insieme le male arti dei peggiori politicanti e giornalisti odierni e pare anzi un loro predecessore. Dal 1533 sino a dopo la dieta di Worms del 1540 fu in Germania negoziatore pel Papa e per la Francia di compromessi religiosi e politici coi Protestanti, si abboccò con Lutero e narrò il colloquio in una lettera mirabilmente efficace e caratteristica del 1535. In essa è ancora avverso a Lutero, ma non consentendogli l'acuto ingegno quel dispregio ignorante, che non fa caso di nulla nella Riforma Tedesca, nè di uomini nè di idee, perchè giudica tutto farina del diavolo, accadde al Vergerio, diplomatico Pontificio, di finir persuaso di molta parte delle nuove dottrine. Tornato alla sua diocesi applicò savie riforme e, aiutato dal fratello, Vescovo di Pola, le proseguì arditamente; ed in ciò fare non gli pareva se non di compiere il suo dovere di Vescovo. Processato due volte, respinto dal Concilio di Trento, la persecuzione, l'esilio ne fecero un eretico per forza, ma il moto da lui destato nell'Istria (caso unico in Italia) trovò gran seguito e favore nel popolo e perdurò quasi trent'anni. Quanto a lui, ad ogni passo poneva la meta più innanzi e dopo una vita agitata, errabonda, travagliatissima, finì a Tubinga nel 1565 rimanendo incerto anche oggi, se puramente aderì alla Riforma, se la sorpassò, o se presunse farsi centro ed autore d'un nuovo moto, che da lui solo pigliasse forma e sostanza.

Meno persistente, meno larga, ma pure con un certo carattere di popolarità, che manca altrove, è l'agitazione religiosa di Modena, cominciata fra il 1537 e 38. Poco dopo, come apparisce dal compendio dei processi del Sant'Uffizio di Roma, pubblicato dal Corvisieri, Modena era già una città diffamata per eretica. Intorno all'anno 1540, Alessandro Tassoni il vecchio, cronista Modenese, narra che non solo uomini dotti, indotti e d'ogni condizione aderivano alla Riforma, ma persino le donne ne disputavano, citando a dritto e a traverso Santi Padri e Dottori, che non conoscevano neppur di vista. Quest'entusiasmo, com'è naturale, era cominciato più in alto, in una specie d'accademia, come il volgo la chiamò, che s'adunava in casa dei Grillenzoni, e della quale il personaggio più importante era Lodovico Castelvetro. La casa del Grillenzoni era un interno patriarcale, sette fratelli, dei quali cinque ammogliati e quarantacinque o cinquanta tra figliuoli e nipoti e, se le si univano amici e maestri, una vera falange, che talvolta stava a chiacchiera nella spezieria dei Grillenzoni, e quando si muoveva per andarsene pareva, dice un altro cronista, un branco di stornelli che si disperdesse. Si occupavano di studi umanistici, ma Modena è città arguta, beffarda; i chiacchiericci di spezieria eccitano i begli spiriti delle piccole città; sicchè i cosidetti accademici ebbero buon giuoco nel pubblico a burlare e a interrompere anche in chiesa i predicatori più triviali, esaltando invece il Ricci, l'Ochino, dotti ed eloquentissimi, ma già sospetti di deviazioni dalla pura dottrina ortodossa. Roma e l'Inquisizione si destarono; s'interposero i soliti pacieri, il Morone, Vescovo di Modena, il Contarini, il Sadoleto; fecero firmare agli Accademici una professione di fede e tutto per il momento parve quietato. Ma una burla fatta a Pellegrino degli Erri nella spezieria Grillenzoni risuscitò la tempesta, perchè a vendicarsene costui denunciò per eretici e per lettori e divulgatori di libri ereticali i suoi amici, contro i quali escirono tosto bandi fierissimi. L'Accademia si ecclissò; più degli altri rimase in vista come sospetto Lodovico Castelvetro, forse perchè il più autorevole per ingegno, per studi e per le tendenze della sua ipercritica letteraria, la quale tirò addosso a lui i guai peggiori.

Nel 1553 criticò acerbamente la canzone di Annibal Caro in lode dei Farnese e dei Reali di Francia, che comincia coi noti versi:

Venite all'ombra de' gran gigli d'oro,