Care muse, devote a miei giacinti.
Annibal Caro, cortigiano felice, col vento in poppa, colmo di prebende e d'onori, se l'ebbe a male. Ne seguì una delle più atroci baruffe letterarie che si ricordino, finita col denunziare il Castelvetro, prima come eretico, poi come eretico insieme e come assassino. Qui i fiori letterari del Caro, delizia dei buongustai, coprono una trama d'iniquità, di cui il Castelvetro fu vittima, perchè dall'accusa d'assassinio riescì a purgarsi, non da quella d'eresia. Citato a Roma, v'andò; durante il processo, fuggì: stette molti anni fra Chiavenna, Ginevra, Lione e Vienna; nel 1570 tornò a Chiavenna, ove l'anno dopo morì fra le braccia del suo amico e protettore, Rodolfo Salis, il quale sulla tomba dell'esule scrisse queste significanti parole: morto libero, liberamente riposa in libera terra. Pure siamo alle solite di doverci chiedere: fu veramente eretico e quanto lo fu il Castelvetro? Difficile rispondere fra lo zelo degli accusatori e quello degli apologisti. Le apparenze, le vicende della sua vita rafforzano il sospetto, ma manifestazioni precise mancano. Però quasi tre secoli dopo, nel 1823, in una villa prossima a Modena, stata già del Castelvetro, fu scoperto un ripostiglio murato, e abbattutolo si trovò pieno di carte manoscritte e di libri di Lutero, di Calvino e di altri eretici. Le carte furono consegnate a un dabben prete, che, saputele del condannato Castelvetro, le abbruciò; i libri passarono alla Biblioteca Estense e dalle date dei medesimi si rilevò, che il nascondimento risaliva al tempo delle persecuzioni sofferte dal Castelvetro.
Questa voce d'oltre tomba, che esce fioca dopo circa tre secoli dai ruderi della sua vecchia casa, lo accusa dunque, ma, grazie all'imbecillità del pretino incendiario, neppur essa dice tutto; ci lascia solamente congiungere il nome di Castelvetro al piccolo movimento ereticale Modenese, e bisogna contentarsi di questo.
Più aperto, più determinato nelle sue conseguenze è quello invece che contemporaneamente manifestasi a Lucca. Anche qui v'è un nome, che accentra e personifica il moto, Pietro Martire Vermigli, Fiorentino, che già vedemmo a Napoli nella congrega del Valdes. A metà del 1541 fu fatto Priore di San Frediano e avea intorno a sè uomini imbevuti anch'essi delle stesse dottrine, il Martinengo, Bresciano (che fu poi primo Pastore della Chiesa Riformata Italiana in Ginevra), il Tremellio, Ferrarese, lo Zanchi, Bergamasco, il Lazise, Veronese, ai quali s'aggiunse poco dopo Celio Secondo Curione, il più celebre dei Protestanti Piemontesi. Mezz'Italia è qui rappresentata e il Vermigli fonda una scuola, in apparenza pei novizi del suo ordine, in realtà una Scuola Protestante, che accolse altresì le più cospicue persone di Lucca. L'Inquisizione era sull'intesa e vigilava, ma tutto andò quieto, anche quando Paolo III e Carlo V s'abboccarono in Lucca. Un aneddoto curioso è che l'Imperatore fu svegliato una notte da gridi di dolore. Chiesta la cagione, gli è risposto che una gentildonna, dimorante vicino al palazzo, aveva partorito un bambino, che Carlo V per cortesia volle tener esso al battesimo, celebrando il rito Paolo III in persona. Questo bambino fu poi il padre di Giovanni Diodati, il celebre volgarizzatore della Bibbia. Se la paternità spirituale avesse gli effetti, che la scienza attribuisce alla paternità naturale, si direbbe che qui la legge dell'atavismo agisce al rovescio. Più sicura invece si mostra in Michele Burlamacchi, figlio del celebre patriotta e cospiratore Lucchese, perchè troviamo Michele Burlamacchi fra i Protestanti più caldi, ed in lui la ribellione religiosa si direbbe la continuazione e lo svolgimento della ribellione politica paterna. Fatto sta che quando l'Inquisizione ebbe costretto il Vermigli a fuggire e nella sua propaganda gli sottentrò Aonio Paleario, bruciato poi a Roma nel 1565, i rigori aumentarono a segno, che s'ebbe una prima emigrazione di più di venti cospicue famiglie Lucchesi nel 1555 e una seconda nel 1567, la quale comprese anche Michele Burlamacchi con la sua vezzosa donna, Clara Calandrini, il suocero Giuliano Calandrini con l'altra figlia Laura e il marito di lei, Pompeo Diodati, nonchè il fratello e gli altri figli di Giuliano. Giunsero in Francia durante la seconda guerra civile fra Cattolici e Ugonotti, e costretti a seguire le fortune dell'esercito del Principe di Condè, sarebbero periti fra gli stenti e i disagi, tanto più che Clara Burlamacchi e Laura Diodati erano incinte ambedue, se, saputili Italiani e proscritti per causa di religione, non gli accoglieva nel suo castello di Montargis, Renata d'Este, quella Duchessa di Ferrara, presso cui vedemmo già Calvino nel 1536 e che ora dopo la morte del marito, era tornata in Francia fin dal 1560 e vivea solitaria a Montargis, professando apertamente il Protestantismo.
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Renata è una delle più singolari figure della storia della Riforma in Italia, e i fatti, che le si riferiscono, uno dei più singolari episodi di questa storia. Per opera di lei, figlia di Luigi XII, re di Francia, e venuta sposa nel 1528 ad Ercole II d'Este, la Riforma penetra in una delle più illustri corti Italiane del Cinquecento e la tiene per più di vent'anni agitata così nelle intimità domestiche, come al difuori e per indiretto nelle sue relazioni politiche col Papa e cogli altri Stati Europei. Era il periodo, in cui si dibatteva il problema, se la preponderanza nel sistema politico Europeo dovesse appartenere alla Spagna o alla Francia, ed il principal campo di tale contesa, ormai risoluta in favore della Spagna, era sempre l'Italia. Quindi la difficoltà pei suoi principati minori di reggersi in bilico alla meglio fra i due litiganti, nè già coll'illusione proverbiale d'essere fra i due il terzo che gode, ma appena appena colla speranza di non farsi divorare per primo. A tal fine i pericoli della politica e della guerra erano già troppi senza aggiungerne altri di peggior natura, senza accogliere cioè dottrine nuove di religione, sulle conseguenze politiche delle quali i pensieri dei potentati maggiori non erano forse ancora ben fermi. Tanto più apparisce quindi straordinario l'ardimento di Renata, la quale nel piccolo Ducato di Ferrara, feudo del Papa, osa vagheggiare e tentare due programmi del pari pericolosissimi, una politica risolutamente Francese e la riforma religiosa. Nell'atmosfera morale del Cinquecento, questa donna, che, salvo qualche ora di debolezza nei più penosi contrasti dei suoi affetti, si mantiene fedele tutta la vita a quei due ideali, e quando l'ideale politico le sfugge, perchè la morte del marito la priva del trono, innalza l'ideale religioso sino al concetto tutto moderno della tolleranza civile, e tornata in Francia allo scoppiare delle guerre di religione, rimprovera ai Cattolici le loro crudeltà e agli Ugonotti le loro vendette, questa donna, dico, è senz'alcun dubbio una delle più grandi e nobili figure del suo tempo. Ne sparlino pure scrittori rabbiosi e intolleranti dai contemporanei fino al Cantù. Ci contenteremo che l'abbiano lodata non col solito gergo cortigianesco, ma quasi con senso di misteriosa riverenza l'Ariosto ed il Tasso. Mi duole non aver tempo a narrare i suoi casi, oggetto anche oggi di ricerche e di studi (fra i quali ricordo ad onore quelli del Fontana) e per affrettarmi al fine torno agli esuli Lucchesi, da Renata ospitati, durante la seconda guerra civile di Francia, nel suo castello di Montargis. Vi rimasero fino alla pace di Longjumeau e in questo tempo Clara Burlamacchi mise alla luce una figlia, a cui la Duchessa fu matrina e diede il suo nome, e che ci ha lasciato alcune Memorie delle vicende sue e de' suoi genitori. Da Montargis ripararono a Sédan, da Sédan a Parigi ove nel 1572 si trovarono alla strage degli Ugonotti nella notte di San Bartolomeo. Anche in quella notte li salvò forse la protezione di Renata, che era in Parigi, perchè trovarono scampo nel palazzo del Duca di Guisa, gran nemico dei Protestanti, ma genero di Renata. Si rifugiarono di nuovo a Sédan, quindi nel 1579 a Muret, ove Clara Burlamacchi morì. Finalmente, ricominciata la guerra, Michele Burlamacchi stabilì di condursi nel 1585 a Ginevra, il già antico rifugio degli Italiani perseguitati per causa di religione ed il solo luogo oramai, dove, allorchè la reazione ebbe domata in Italia ogni velleità di novatori ed ogni resistenza, il solo luogo, dove, si può dire, va a concentrarsi o a terminare (se si eccettuano le valli Valdesi) la storia della Riforma in Italia.
L'arrivo dei Burlamacchi a Ginevra fu una festa pegli esuli Italiani, i quali si recarono tutti uniti ad incontrarli fuori della città. V'erano di Lucchesi i Balbani, i Diodati, i Calandrini, i Turettini. L'anno appresso Renata Burlamacchi sposò Cesare Balbani. Nel 1621, dopo aver pianto la morte di dieci figli perdette il marito, col quale avea vissuto trentacinque anni. Renata Burlamacchi dovea ormai avere un'età più che sinodale, ma nell'austero costume della Repubblica Calvinista le vedove non erano tollerate, perchè sta scritto (lo dirò in latino) in viduis laboriosa castitas. Renata dunque obbedì al precetto di S. Paolo: io voglio che le vedove si rimaritino, e sposò in seconde nozze Teodoro Agrippa d'Aubignè, il poeta, il soldato, il diplomatico dei tempi eroici della Riforma. V'erano a Ginevra altri cinque fratelli di Renata e questi e gli altri esuli Lucchesi furono lo stipite di molte e molte fra le più illustri famiglie Ginevrine; ma sono quelli che poterono adattare l'antico spirito del Rinascimento Italiano alle rigidità delle dottrine Calviniste. Altri invece dei più famosi riformisti Italiani, l'Ochino, i due Socini, l'Alciati, il Vermigli, il Vergerio, preferirono ramingare pel mondo ad un dispotismo peggiore di quello che aveano lasciato in Italia e che andava dritto alle stesse conseguenze, alle quali giungeva Pio V. C'è di più. In Italia v'ha non solo chi aderisce al Protestantismo e chi lo sorpassa, ma trovano aderenti e seguaci anche tutte le sette, tutte le variazioni, per adoprare la parola del Bossuet, nelle quali il Protestantismo si divise in forza del suo più largo e fecondo principio (questo il Bossuet non lo dice) il libero esame, il quale fondava la libertà di coscienza, come la Rivoluzione Francese fondò l'uguaglianza civile.
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Contuttociò la Riforma in Italia non attecchì. Se considerate le condizioni politiche e morali dell'Italia d'allora, non vi occorrerà cercare altre spiegazioni di questo fatto. Sull'indifferentismo dei più un moto religioso non si propaga; trova per eccezione aderenti, trova chi lo sorpassa, trova chi vorrebbe conciliare il nuovo col vecchio, ma non riattaccandosi a nessun avanzo di antiche e tradizionali fazioni politiche Italiane, contrariando anzi del pari Guelfi e Ghibellini, nel momento stesso che Papato ed Impero si ridanno la mano, è naturale che tra questi due colossi si dibatta penosamente con sforzi parziali e individuali, ma finisca per rimanere schiacciato.
Sopravvissero la colonia italiana di Ginevra, e nelle Valli Alpine del Chisone, del Pellice, di San Martino e Luserna, fra il Moncenisio e il Monviso, il piccolo popolo dei Valdesi. La loro storia è assai più antica della Riforma Protestante, ma nel secolo XVI essi l'accettarono e a traverso mille vicende resistettero e perdurarono. V'ha un'armonia tacita e profonda fra certi luoghi e la gente che v'è nata e cresciuta. Nelle valli Valdesi la natura si mostra in tutti i suoi aspetti dal più ridente al più melanconico, dalla vegetazione più ricca e più gaia ai larici, ai licheni, ai muschi; dal mite spettacolo della pianura e del colle all'orrido e solenne dell'Alpe solitaria e coperta di nevi eterne. Tale armonia anche quel piccolo popolo la rivela nella semplicità de' suoi costumi, nel vivere parco e laborioso e in pari tempo nella sua storia, la quale dimostra con che impeto, con che tenacità disperata, quando la sua fede fu minacciata, diè di piglio alle armi, riparò sulle cime de' suoi monti e di là sfidò impavidamente la potenza e la moltitudine de' suoi nemici.