Credeva di fare, a questo bel modo, un'alcaica! quel metro, cioè, che, ripreso dall'arte di Giosuè Carducci, suona a' giorni nostri così:

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi

Del Foro, io segno con dolci lacrime

E adoro i tuoi sparsi vestigi,

Patria diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d'Italia,

Per te poeta, madre di popoli,

Che desti il tuo spirito al mondo,

Che Italia improntasti di tua gloria.

Dopo i quali versi io non oserei davvero recarne altri a documento della scuola del Tolomei. Meglio dell'alcaica trattarono, di rado, la saffica, quasi sempre il distico elegiaco; ma tutta la raccolta dei versi barbari (chiamiamoli pur così, chè se lo meritano!) non offerse alla lirica nostra un'ode sola di che possa vantarsi. Gli esempii buoni cominciarono soltanto con Gabriello Chiabrera, che non fu grande anima di poeta, bensì fu artista di arditi intendimenti e di eleganze squisite. Se non che il Chiabrera, sebbene nato nel 1554, appartiene nei modi e nell'efficacia dell'opera sua piuttosto al decimosettimo che al secolo decimosesto; come Ottavio Rinuccini che, insieme con lui, mirando da un lato ai Greci, dall'altro ai Francesi, iniziò il melodramma a imitazione di quelli, e la canzonetta leggiera, melodica, variata di rime in parole tronche, a imitazione di questi. Dei metri barbari uno solo riuscì nel Cinquecento a tale bontà da vincere la forza della tradizione e ottenere la cittadinanza italiana: il metro dell'Eneide del Caro, del Giorno del Parini, dei Sepolcri del Foscolo, delle Ricordanze del Leopardi: l'endecasillabo sciolto.