Tuttavia, e forse, anche per ciò, era popolare: la moltitudine non vedeva in lui che l'eroe vincitore della Pomerania, della Spagna, della Russia; pareva alla gente che quel bell'uomo che sfoggiava teatralmente la divisa e le decorazioni, potesse essere anche un buon sovrano e «Viva Pino re d'Italia!» si ripeteva nelle conventicole dei mestatori, nelle osterie, per le piazze.

E il Pino, ringalluzzito, cominciava a ingannare anche il Murat dopo il Beauharnais, e lasciava gridare, e lasciava fare.... Perchè no? «Viva Pino re d'Italia» ripeteva in cuor suo. — Perchè no? — e così, prima blandito e adescato, poi, spiato e raggirato, cascava nelle trappole di quella parte dell'aristocrazia che aspettava coi desiderî, coi brogli e cogli imbrogli, l'avvento dell'Austria, e vedeva nel generale Pino, non già un re, neppure da palcoscenico, ma uno strumento per le sue stesse debolezze prezioso.

Solo il popolo, il popolino malaccorto, poteva credere ancora a quella pazza fortuna dei generali napoleonici, che dalle più umili origini erano saliti, per la via dell'armi, ai troni. A quei generali, a quei marescialli, venuti su dal nulla, tutto era stato possibile. Ma questo appunto non voleva la vecchia nobiltà, piena di sprezzo e di astio contro tutti quegli avventurieri, che le avevano tolto la sua vecchia supremazia — non solo non voleva ch'essi fossero gli eredi del loro autore, ma con la caduta di lui voleva sparissero anche gli strumenti della sua potenza, quei chiassosi affascinatori del popolo, che già troppo lungamente avevano sconvolte le cose d'Italia.

Frattanto, Austriaci e Inglesi s'inoltravano nel Veneto, nella Romagna, in Toscana; si avanzavano i Napoletani con non ben definite intenzioni. Il Vicerè dirigeva ai sudditi vibrati proclami, scongiurandoli a stringersi intorno alla sua insegna: «Onore e fedeltà» e il dì 8 febbraio 1814, avanzando da Mantova e da Peschiera, batteva gli Austriaci.

Il piccolo esercito italiano, mentre tutto rovinava intorno al colosso napoleonico, impavido ed incorruttibile, gli dava l'illusione di saper vincere ancora d'oltralpe.

***

Firmato l'armistizio del 16 aprile 1814, rimpatriate le truppe francesi, il Beauharnais si trovò in Milano, in mezzo ai politicanti che lo odiavano, come sopra un terreno minato.

I varî partiti, quello degli italici, degli austriacanti, dei murattiani, si univano non solo nelle congiure per rovesciare il Vicerè, ma nelle calunnie per diffamarlo, per renderlo inviso, odiato.

Dice un cronista che «le genti pie o di austere massime non entravano nel palazzo del Vicerè senza provare un segreto raccapriccio; chè di bocca in bocca correvano novelle di donne sedotte, di mariti di padri maltrattati ed anche uccisi.» E si narrava che, per ordine del Vicerè, fosse stata fucilata una guardia d'onore per aver pensato alla diserzione; che fossero stati torturati con cinquanta colpi di bastone al giorno, per un mese di seguito, i condannati ai lavori forzati nelle prigioni di Mantova.

I nobili soffiavano nel fuoco, e aizzavano l'odio del popolo anche contro i ministri, tre dei quali specialmente invisi, perchè non milanesi: il Prina di Novara, il Paradisi di Modena e il Vaccari di Bologna.