Altro uomo odiatissimo era il segretario del Vicerè, conte Méjean, naturalizzato italiano, un napoleonista cieco e oggetto del livore universale: più ancora di lui quel Darnay, che dal gabinetto del Principe era passato alla direzione generale delle Poste, e, ignobilmente, aveva ridotto il pubblico servizio ad un'insidia quotidiana di polizia, violando, sopprimendo, disperdendo le lettere.

Le gesta di questo osceno — è proprio la parola — di questo osceno gabinetto nero, oltrechè d'orrore a tutti i cittadini onesti e pacifici, tornavano di grave danno ai commercianti, già esasperati per le difficoltà create dal blocco continentale e stremati di forze dai balzelli; sicchè, tutt'insieme, non si respirava che fiele e vendetta.

I fallimenti erano incessanti e disastrosi e.... scandalosi, quasi come adesso; e ciò, mentre le campagne, come ho già detto, erano infestate dai malandrini e dai mendicanti, e le città divise fra chi osava imprecare apertamente all'Imperatore e i più furbi che, pensando potesse egli tornare alla strapotenza di prima, si rammaricavano che gli alleati avessero passato il Reno.

Le caricature e i giuochi di parole esprimevano gli umori del tempo. Il citato De Castro ricorda una stampa che rappresentava il padrone del mondo con quattro enormi gozzi, sopra ognuno dei quali erano le lettere componenti la parola Sire; le iniziali delle quattro nazioni: Spagna, Italia, Russia, Egitto, ch'egli aveva voluto ingoiare, e che gli erano rimaste in gola.

Così la parola di moda era quella che doveva tornare in voga, colla tragica desinenza in ismo, presso i rivoluzionari della Russia contemporanea: la parola Nihil, e questo solo perchè le sue cinque lettere erano le iniziali dei nomi latini di cinque re detronizzati o che stavano per esserlo, cioè: Napoleone, Joseph, Hieronimus, Joachim, Ludovicus.

Le colpe della Francia, gli eccessi del liberticida, dello sterminatore, favorivano la riscossa della vecchia Europa, preparavano la ristorazione del vecchio regime, davano un colore di novità preziosa e desiderabile a tutto ciò che, sotto le parvenze di un ordine riparatore, pur celava le cupidigie grette e crudeli della reazione secolare.

In quei giorni, cogli alleati alle porte e mentre il Senato convocavasi pel 17 aprile, per offrire la corona al Beauharnais, aumentavano le irrequietudini di un partito che si era dato un bel nome: quello degli Italici puri, ma che mancava di un vero e buon programma.... forse perchè italici, a quei tempi, non voleva ancor dire italiani.

Di questa fazione facevano parte uomini di non comune levatura, che si radunavano presso un noto avvocato, oriundo valtellinese, il Traversi, la cui moglie avida, intrigante, stizzosa contro la corte, a lei preclusa, aiutava il marito, vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno.

In quelle sale, ove si voleva ad ogni costo un re italiano, ma dove, in attesa di inventarne uno, inconsciamente forse, si faceva il giuoco dell'Austria, bazzicavano i Bossi, i Cicogna, i Durini, i Fagnani, i Balabio, i Silva, Carlo Castiglioni, Luigi Porro e più raramente, perchè si teneva in disparte, Carlo Verri. E capo e despota di questo partito, voleva farsi anche l'aristocratico, l'altiero e il liberale — liberale d'idee, non di abitudini — Federigo Confalonieri, del quale conte Confalonieri, si diceva altresì che odiasse il Vicerè, perchè questi aveva osato ammirare oltre il segno la sua bellissima e castissima sposa.

Ed altre e ben meschine gelosiucce, altri ancor più bassi risentimenti, come per gradi e cariche non ottenute a corte e concesse invece ad ufficiali, erano forse le più gravi cagioni d'inimicizia contro il Beauharnais, specie nei giovani patrizi, fautori di una nuova dinastia, colla quale, più proficuamente, venire a patti. Volevano un altro padrone: o il re del Piemonte, o il re di Napoli, o il general Pino, o un patrizio lombardo d'alto nome, o alla peggio anche un re straniero.