Non mancavano i candidati di fuori: si parlava, ad esempio — tanto è grottesca la politica, veduta da lontano — del duca di Chiarenza, uno dei dodici figli del re Giorgio III d'Inghilterra; con che gli Italiani si sarebbero assicurata la protezione di lord Castlereagh, che a quei giorni faceva la pioggia e il sereno nell'orizzonte diplomatico d'Europa. — Tale era il funesto effetto della dominazione napoleonica, sorta con la fortuna e con la violenza di un uomo, che, al suo declinare, tutte le ambizioni pazzamente si sfrenavano in un campo rimasto vuoto a un tratto, e quasi in balìa di un nuovo fortunato occupante.
È facile immaginare come in un ambiente simile, fra tante correnti diverse, con tanti interessi in giuoco, trovassero la loro cuccagna gli agenti segreti, i provocatori, gli imbroglioni politici, le spie, specialmente austriache e inglesi!
L'Austria, però, aveva per sè, in Milano, fautori assai più abili ed efficaci dei soliti arnesi di polizia. Un tristo miscuglio di odii e di vendette contro il Beauharnais, e in genere contro la Francia, di ambizioni e di cupidigie personali, di servile ed ostinata devozione all'Austria, moveva a congiurare in favor suo gente formidabile per astuzia e malvagità.
Il posto d'onore tocca al marchese Filippo Ghislieri di Bologna, già consigliere aulico di Francesco I, poi relegato a Mantova, come spia austriaca, poi liberato dal Beauharnais: uomo turbolento, il quale da anni covava nell'animo, e sapeva celarla a tempo, la smania di riafferrare colla restaurazione dell'Austria, le ricchezze e gli onori perduti; abile parlatore, elegante, sarcastico, capace di tutto pur di riuscire.
Dopo la parte trista avuta negli eventi a cui siamo arrivati, un'altra ancor più trista egli doveva avere di poi, nel processo politico per cui furono condannati il celebre medico Rasori, il generale De Maister, i colonnelli Gasparinetti, Moretti ed altri, prime vittime dell'Austria rifatta padrona; e in fine dai padroni stessi disprezzato e gittato in un canto, doveva vestire l'abito fratesco, per morire in pochi mesi, dilaniato dai rimorsi.
Il Ghislieri era di nascosto a Milano, a riannodare — vestito ora da frate, or da contadino, or da giocoliere.... persino da donna! — i vecchi intrighi col conte Gambarana, col Mellerio, con Alfonso Castiglioni, intrinseco suo, e cogli altri sfegatati austriacanti, o, come erano detti, materialoni; e in quegli stessi giorni giungevano da Mantova il Vaccari e il Méjean per indurre il Senato a proclamare re il Beauharnais. Ma il conte Dandolo, al Senato appunto, presentava un decreto, il quale, anzichè l'offerta della Corona, conteneva per Eugenio una specie di benservito, e invano tentavano di opporvisi il Vaccari e gli altri Eugenisti e lo stesso ministro Prina.
Durante il 17 e il 18 aprile tutti a Milano si chiedevano: Che farà il Vicerè? Che cosa farà l'esercito? E l'Austria? E gli alleati?
Agli angoli delle vie si leggeva: «Non re chi, vicerè d'Italia, sprezza e spoglia.»
Al Municipio, uomini di tutti i partiti, firmavano in odio ai francesi, una richiesta di convocazione dei collegi elettorali. V'erano i nomi del Pino e dei più noti fra gli italici puri, quelli di molti austriacanti, dell'anglomane Trecchi, dello stesso podestà Durini e altri già insigni nelle arti e nelle lettere: il Cagnola, il Monteggia, il Rosmini — Carlo Porta e Alessandro Manzoni.
Il Melzi — povero duca di Lodi! — era inchiodato in casa dalla gotta, e anche di ciò gli austriacanti gongolavano.