Grave e controversa è una circostanza di quei giorni, che verrebbe a cumulare sovra persone irradiate più tardi dalla luce del patriottismo, la grave, la dolorosa responsabilità della vergogna incombente.
Voglio dire gli accordi che sarebbero intervenuti prima in casa della letterata Bianca Mileti, poi in quella del consigliere Freganeschi, tra il Gambarana da una parte e il Confalonieri, il Porro, il Botti, il Ciani ed altri italici, dall'altra.
Se si pensa che cosa meditassero e affrettassero il Gambarana e il Ghislieri e il Traversi, la loro comunanza coi patrizi riesce profondamente amara, rattristante.
Due dei loro emissari, un tal Fontana e un sinistro figuro, il Tencino, stavano raccogliendo nel contado, specialmente nel Novarese e nella Lomellina, la feccia dei malfattori: l'assoldavano regolarmente, con mercede fissa — sei lire italiane al giorno per ogni collo da forca, e assicurazione di cibo e di vino. I patti?
Trovarsi tutti in Milano la notte del 19 aprile e la giornata seguente: — Ci sarebbe stato da fare! —
Gli italici avevano apparecchiato una delle solite «dimostrazioni» contro il Senato: or bene, quella feccia di malfattori, quella marmaglia, avida di stragi, d'anarchia e di rapine, doveva a mano a mano ingrossare il gruppo dei Signori; doveva a mano a mano mutare la chiassata in tumulto, il tumulto in rivoluzione.... rivoluzione che avrebbe costretto il generale Neipperg, comandante l'avanguardia dell'esercito austriaco, ad entrare in Milano, per ristabilirvi l'ordine.... e una volta entrato poi.... anche a rimanervi, per mantenerlo!
Che orribile giornata quella del 20 aprile 1814! II cielo buio, caliginoso, la pioggia diaccia e fitta.
Prima ancora del mezzogiorno, intorno al Palazzo del Senato, si formavano capannelli di persone, per lo più ben vestite, che discutevano in tono iracondo, sfidando il maltempo che infuriava, sotto la tettoia mobile e sgocciolante degli ombrelli aperti, sbattuti dal vento.
Si aggiravano tra i gruppi parecchi nobili: — il conte Federigo Confalonieri, il Serbelloni, il Durini, il Silva, il ciambellano e consigliere di Stato Fagnani, e non pochi ufficiali della guardia civica.
«A misura che giungono le carrozze dei Senatori» narra il Verri, «qualcuno del gruppo salendo su di una scala tenuta in mano da un uomo d'alta statura, s'affacciava allo sportello gridando il nome del Senatore, e scoppiavano urli plebei e fischi contro quelli che nella seduta del 17 avevano sostenuto il Vicerè.» Si seppe poi esser colui il domestico d'un patrizio di parte austriaca.