E il Verri continua a narrare di essere stato egli stesso assai «plaudito» mentre infilava il portone del palazzo e d'aver udito, insistente, la domanda di convocazione dei collegi elettorali.
Non v'era a custodia del Senato che un picchetto di dragoni: della truppa, comandata dal generale Pino, nè allora presso il Senato, nè dipoi, durante l'imperversare del tumulto, nessuna notizia!
La soggezione del Pino a quei medesimi cospiratori che avevano assoldato i sinistri eroi della giornata, non avrebbe potuto apparire, nè più patente, nè più vergognosa.
Mentre il capitano Benigno Bossi, ammesso nell'aula, si offriva colla propria guardia civica a custodia del Senato, e i Senatori, per quanto non tutti compresi della gravità del momento, acconsentivano, la folla, col pretesto di volersi riparare dalla pioggia sotto i portici del cortile, vi irrompe, disarmando i dragoni che invano tentano opporvisi; spezza loro le spade, strappa loro la lettera N dalle divise e dagli elmi e prorompe in grida minacciose: «Non più francesi! Non più Vicerè! Costituzione! Indipendenza!»
I Senatori, intimoriti, sospendono la seduta, e il Verri si affaccia alla soglia per arringare la folla. «Ma quale non fu la mia sorpresa» — lasciamogli la parola — «nello scorgere totalmente mutata la qualità delle persone ivi affollate: al mio arrivo erano tutti cittadini nobili o almeno civili, colle loro ombrelle; invece vi trovai una sessantina d'individui del basso popolo, tutti a me sconosciuti. Chiesi più volte chi mi conoscesse, e pregai che qualcuno si avanzasse esponendo cosa volevasi. Ma fu inutile: la folla rimase immobile e muta: vidi figure che nulla presagivano di bene, bensì saccheggio e rapina.»
Saccheggio, rapina e strage! E la vittima era già designata nel ministro Prina.
II conte Giuseppe Prina, nato a Novara il 19 luglio 1766, da nobile famiglia, aveva studiato a Monza, nel collegio dei Barnabiti, poi all'università di Pavia, ove s'era laureato. A 25 anni era ministro delle dissestate finanze di Carlo Emanuele II e nel 1798 rinunciava nobilmente al potere per non emanare un decreto fraudolento col quale si voleva far perdere alla carta monetata due terzi del suo valore nominale.
Quintino Sella, Giovanni Lanza, Marco Minghetti e Silvio Spaventa sembrano usciti dallo stesso ceppo dell'onesto ministro del primo regno italico.
Nominato podestà da' suoi concittadini, nei Comizi di Lione parla con molto senno e si offre con molta abilità: Napoleone col suo occhio d'aquila, vede in lui il ministro delle finanze che gli occorre, e lo addita, senz'altro, al duca Melzi.
Sebbene affranto dal faticosissimo riordinamento delle finanze della Repubblica italiana, il Prina accetta, e co' suoi metodi di esazione e di contabilità, colle imposte indirette e con altri spedienti della sua mente fiscale operosissima, dà al Regno Italico una forza finanziaria non prima conosciuta: triplica l'esportazione dei grani, diffonde l'insegnamento dell'agricoltura, crea a Milano la Manifattura dei tabacchi, fa della Zecca una delle migliori d'Europa, vi annette un museo numismatico ancora invidiato e riesce a gittare per anni e anni milioni e milioni nelle insaziabili fauci napoleoniche, senza arricchire d'un soldo sè stesso, ma stremando, taglieggiando spietatamente il popolo, accumulando un'infinità di dolori, di lacrime, di odii.