La storia di Napoli dalla metà di luglio del 1820 al marzo dell'anno seguente è nota: a che ripeterla? Pure le cause di sì facile trionfo della idea liberale, le cause per cui il regime costituzionale sì facilmente introdotto non trovò quasi difensori nell'ora del periglio, son cose che io vorrei approfondire se la breve ora che mi avete accordata concedesse.

La rivoluzione del '20 fu opera essenzialmente dei carbonari, e i carbonari noi abbiamo visto chi fossero. Carbonari divennero, dopo il luglio, tutte o quasi le classi medie, principalmente le curiali.

Una effemeride, che allora avea molta autorità, la Minerva, diceva: «Esiste nel regno di Napoli la libertà? Si può francamente rispondere che essa esiste di nome, ma non di fatto. Esiste una setta dei carbonari? Ella esisteva prima del 6 luglio; da quell'epoca memorabile in poi la setta è divenuta la nazione.»

Nell'Italia continentale del Mezzogiorno, ove l'aristocrazia era fiaccata anche prima del 1806, l'opposizione al movimento carbonaro non fu viva.

Ma la Sicilia avea ben diverse condizioni. La feudalità in quel paese, non distrutta, era anzi potente; vive forse sotto mutate forme in alcune province tutt'ora. La classe intermedia, formatasi con difficoltà, non era ancora sì forte da aspirare al governo. Gli avvenimenti di Napoli non potevano dunque essere seguìti in Sicilia. L'isola volle una costituzione anch'essa, ma una costituzione autonoma e di carattere feudale: l'aristocrazia si agitò, pensò perfino di restaurare il Parlamento del 1812, in cui sedevano 61 pari spirituali, rappresentanti la grande proprietà ecclesiastica e 124 pari temporali, rappresentanti la grande proprietà feudale. La rivolta di Sicilia sciupò parecchi generali napoletani, ma fu soffocata. Il Parlamento napoletano e la setta carbonara sentivano che non era possibile affermare la costituzione di luglio senza vincere le resistenze della Sicilia. Le resistenze furono infatti vinte; ma la vittoria, facile del resto e non contrastata a lungo, sciupò molta parte delle non grandi energie di cui disponeva il nuovo governo costituzionale.

Se v'è cosa che caratterizzi la carboneria e i fautori del regime costituzionale nel 1820 è l'avversione che dimostrarono in tutti i loro atti per l'aristocrazia fondiaria. Quando si dovettero fare le elezioni per i membri del Parlamento, nei comizi ogni forma di violenza fu usata contro i nobili, cui fu spesso impedito per forza e con male arti di votare.

Dei 72 rappresentanti delle province meridionali 2 soli eran nobili; gli altri quasi tutti avvocati, preti, magistrati e proprietari, inscritti alla carboneria. La Sicilia mandò invece più tardi, in gran maggioranza, nobili e preti.

I giornali e le effemeridi annunziavano l'apertura del Parlamento con frasi solenni. Uno di essi diceva: «I giorni del primo entusiasmo sono ora al loro termine: la stagione dell'intelletto si avvicina con l'apertura del Parlamento; la crisalide, è già per rompere l'involucro, che nasconde l'angelica farfalla....»

L'angelica farfalla venne fuori, e la stagione dell'intelletto si aprì con una cerimonia solenne. Il Re, il Duca di Calabria, i principi intervennero con gran pompa, pronunziarono discorsi e giurarono sugli evangeli, fra le grida di popolo festante, il rispetto della costituzione.

Profferì lungo discorso il presidente Matteo Galdi, avvocato, e quindi amante della parola e della iperbole.