La costituzione di Napoli, ottenuta quasi senza lotta, dovea perire senza resistenza.

A capo dell'esercito costituzionale si era messo in Avellino il generale Guglielmo Pepe, la più complessa natura meridionale che io possa immaginare: uomo che avea dell'eroe e del ciarlatano, vero generale spagnuolo, che a una vanità morbosa e a una leggerezza ancor più grande, univa uno straordinario ardimento. Fra tante cose buone e cattive, una cosa era sopra tutto: ardentissimo di libertà e insofferente di vincoli. L'eroica difesa di Venezia, nel 1848, coronò in lui nobilmente una vita, in cui vi erano troppi pronunciamientos e troppe leggerezze.

Ora il generale Pepe, seguendo la sua natura, amante dei grandi spettacoli e della teatralità, volle, bandita la costituzione, entrare a Napoli con pompa solenne a capo dell'esercito costituzionale, un esercito che, diventato settario, si era anche più abbassato nella disciplina e ove i gradi della setta, si confondevano con quelli delle armi.

Il 9 di luglio, a una sola settimana di distanza dalla rivolta di Nola, fu decisa la solenne entrata.

Il re era in letto, malato di reumatismi e forse più ancora di paura. Il vicario, in abito da cerimonia, nella stanza del trono, circondato dai principi, dai generali e dai gentiluomini di Corte, attendeva i rappresentanti delle schiere.

L'esercito entrò in Napoli con gran pompa.

Precedeva tutti il drappello dei disertori di Nola, chiamato, dopo il successo, squadrone sacro. Seguivano poi le bande nazionali e quindi il generale Pepe, che aveva a fianco il generale Napoletani e il colonnello De Concili. Pietro Colletta, fine osservatore, nota che il generale Pepe «sconciamente imitava le fogge e i gesti di re Gioacchino.» Venivano poi tutte le altre milizie soldate e civili. E chiudeva il corteo uno spettacolo dei più strani. L'abate Menichini, vestito da prete, armato da guerriero, guarnito di tutti i colori della setta carbonara, precedeva a cavallo settemila settari, fra cui v'erano uomini d'ogni condizione: molti preti, straordinario il numero degli avvocati. Il vicario si affacciò a un balcone della reggia e comandò che ognuno si attaccasse al petto i colori della setta carbonara, il rosso, il nero e il turchino e le coccarde, fatte dalle stesse mani delle principesse, vennero distribuite largamente.

Tanto poteva il timore sopra anime deboli.

Vi fu solenne ricevimento a Corte, pomposi discorsi del re, del vicario e del generale Pepe e questi non trascurò di baciare la mano a tutti, al re, al vicario, ai principi, alle principesse, e assunse l'alto ufficio di capitano generale dell'esercito, che era o parea dovuto a chi ritenevasi la vera anima del carbonarismo.

Il resto non va raccontato.