Con aria risoluta uno dei cinque cavò l'orologio dalla tasca del duca d'Ascoli, mostrò il quadrante ai compagni e disse: — È un'ora dopo mezzanotte: alle tre la costituzione sarà pubblicata. — E andarono via tutti.

All'alba del giorno 6 uscì un editto del Re che annunziava la nuova costituzione. Così in quattro giorni furono mutate dalle fondamenta le basi politiche di tutto un reame.

Altro editto nominò il principe ereditario Francesco duca di Calabria, vicario generale del regno: il Re aveva o disse di avere bisogno di riposo. La costituzione, provvisoriamente concessa, fu quella di Spagna del 1812.

A ottenere una così profonda trasformazione non si era versata stilla di sangue: che anzi era bastato a pochi minacciare, a molti fuggire.

La costituzione fu causa di gioia quasi generale. Molti vedevano la fine di ogni abuso, la riduzione dei tributi e tutti erano lieti che un così notevole mutamento fosse avvenuto quasi senza contrasto.

Così Napoli divenne paese costituzionale.

E di un tratto, mutato il regime, mutarono anche le opinioni. La carboneria, temuta fino allora e odiata, divenne oggetto d'ogni lode; i pochi rivoltosi di Nola, trattati fino a qualche giorno prima come banditi, considerati eroi e degni di somma lode.

Il regime costituzionale, introdotto il 6 luglio del 1820, durò fino al 23 di marzo del 1821; nacque perchè l'esercito del Re assoluto si sbandò, mandato a combattere contro i ribelli; morì, perchè i soldati del governo costituzionale, mandati a combattere contro lo straniero si sbandarono prima di combattere.

Tutto quanto fu fatto in quei nove mesi rivestì sempre carattere di spettacolosa teatralità: tutto era teatrale: l'esercito, i generali, la carboneria, il Parlamento.

Non si amano molto se non le cose le quali si conquistano con difficoltà: e un partito è tanto più forte quanto maggiori sono le difficoltà e le sofferenze che ha dovuto incontrare prima della vittoria.