All'alba del 2 luglio due sottotenenti, Morelli e Silvati, e 127 tra sergenti e soldati del reggimento Borbone cavalleria disertarono dai quartieri di Nola, secondati da un prete Menichini e da venti settari. Si diressero verso Avellino, ove dovean ricongiungersi ad altri carbonari di Salerno. Da Nola ad Avellino sono non più che quindici o sedici chilometri. Il drappello disertore li percorse al grido di viva Dio! viva il Re! viva la costituzione! E poichè quel grido di costituzione non era bene inteso e ognuno, dice il Colletta, vi scorgeva il suo meglio, chi la libertà, chi il potere, chi la minorazione dei tributi, il popolo seguiva con simpatia e con entusiasmo. Così il drappello giunse a Mercogliano, ove Morelli pose il campo e mandò messaggio a un altro carbonaro, il colonnello De Concili, che stava in Avellino, invitandolo ad unirsi a coloro che chiedevano governo più libero.
In fondo non si trattava che di piccolo pronunciamento settario e soldatesco, al quale partecipavano meno di 150 persone, fra cui una ventina di borghesi e un prete. A soffocarlo bastava assai poco: anzi nella vita di un regno era episodio insignificante.
Quando la notizia giunse a Napoli, il re sopra ricca nave andava incontro al figliuolo ed erede Francesco, duca di Calabria, che allora entrava nel golfo, venendo di Sicilia. La notizia lo costernò, e la diserzione di pochi uomini cui potea contrapporre diecine di migliaia di soldati lo scorò: volea fuggire in Sicilia, volea trattenersi sul mare e non fu poca difficoltà farlo scendere a terra.
A Napoli la setta carbonara, all'annunzio dei fatti di Nola cominciava ad agitarsi. I ministri erano incerti; il re cercava invano di esser sereno; non si volea affidare il comando delle truppe che dovean combattere gli insorti a generali di cui si sospettava la fede.
E mentre a Napoli si era in tante dubbiezze e si perdeva ciò che nel periglio è più prezioso, il tempo, la piccola schiera di Nola mandava dovunque messaggi, entrava trionfante in Avellino, si univa alle truppe di quella città, accampava poderosa sulle alture di Monteforte. E intanto al 3 luglio, ovunque erano settari si tentavano sollevamenti. Dopo molto esitare, tre generali mossero per diverse vie per espugnar Monteforte e snidarne i ribelli; uno scontrò il nemico il giorno 4; potea vincere e si ritirò. Un altro non giunse il giorno 5 nemmeno a vederlo, poichè i soldati fuggirono. Il terzo non si mosse e preferì trattar di lontano. I soldati non combattevano, poichè non avean fiducia nei capi, i capi non l'avean nei soldati; il re diffidava di tutti.
Il generale carbonaro Guglielmo Pepe, che il giorno 3 accettava per speranza di grande premio di andare a combattere i ribelli, sapendosi sospettato e temendo di essere arrestato fuggì da Napoli insieme al generale Napoletani, provocò diserzioni, andò a mettersi a capo degli insorti. Così un regno tranquillissimo il giorno 1º luglio, il giorno 5 era tutto in fiamme.
Il re, riuniti a consiglio i suoi timidi ministri non trovò appoggio: non si pensò ad altro che a cedere, e il movimento non parve possibile frenare se non seguendolo.
Fuggito il general Pepe da Napoli, disertate molte delle milizie, le altre incerte, l'audacia di qualche settario non ebbe limite.
La notte del 5, sul tardi, cinque carbonari si presentarono alla reggia e chiesero audacemente di parlare col Re, come ambasciatori di causa pubblica. Uscì sollecito il duca d'Ascoli. L'uno dei cinque disse lo scopo dell'ambascerìa; il popolo era in arme, la setta carbonara e i cittadini tutti volevano la costituzione. Si attendevano le decisioni del sovrano. Il duca d'Ascoli entrò dal Re, riferì tutto e, quando uscì, annunziò che il sovrano aveva concessa la costituzione.
E il capo dei settari: — Quando? — Subito. — Ossia?.... — Fra due ore.