E anche quando i Borboni rientrarono a Napoli e riconquistarono, non per virtù d'arme, ma per violenza legittimista il reame, non osarono quasi nulla mutare. Le leggi abolitive della feudalità furono mantenute; mantenute tutte le disposizioni che i re Giuseppe e Gioacchino aveano introdotte.

Senonchè mentre la classe intermedia quasi dovunque era nata col traffico, a Napoli e nel reame si era formata, come ho detto innanzi, in modo diverso. Una massa enorme di curiali in città, e nelle province affittuari della terra e negoziatori di danaro, eran cresciuti in potenza. Tutte le leggi adottate in cinquant'anni e più ancora non avean fatto che favorirne lo sviluppo e la potenza.

Ma ad essi non bastava. Nei regimi assoluti l'esistenza di un'aristocrazia che circondi il trono o che abbia, sia pure nominalmente, il potere nelle mani, è invincibile necessità. Così avveniva nel reame di Napoli, ove le maggiori cariche dello Stato erano dal re concesse a coloro appunto che più egli e suo padre avean depressi.

I trionfi di Napoleone e a Napoli la dominazione francese avean determinata una modificazione profonda nello stato degli animi. Ancora pochi anni prima nessuno avrebbe osato attaccare istituzioni che parevano eterne; monarchie ritenute incrollabili. Più ancora: nessuno nella scala sociale pensava elevarsi al di sopra della sua classe. Ma i trionfi di Napoleone e dei suoi generali avean sconvolte tutte le menti e pur dopo la catastrofe napoleonica era in tutti gli animi una febbre di cose nuove; nulla si credeva dovesse essere durevole, nulla si ammetteva che uomini volenterosi potessero non avere.

Nel reame di Napoli, ancora turbato da tante e sì varie vicende, la monarchia di Ferdinando I era debole e sospettosa. Avea osato — facile audacia — di far fucilare Gioacchino Murat sulla desolata spiaggia di Pizzo: ma avea conservato i generali e gli alti ufiziali dello Stato, che Murat avea spesso levati in alto da umile condizione. E mentre li avea conservati era sospettosa di essi: timorosa di espellerli tutti, paurosa di tradimenti.

I commerci eran depressi da tante lotte, impoverite le banche; le guerre numerose aveano trascinato a Napoli stuoli di persone desiderose di occupazioni civili.

L'indole meridionale, la quale attribuisce la fortuna più al caso che alla persistenza, la naturale vivacità delle genti del Sud, l'amore e la tradizione dell'otium cum dignitate, il posto o l'ufizio poco penoso, facean sperare rivolgimenti che tanti bisogni appagassero, tante ambizioni accontentassero.

La setta dei carbonari, introdotta nel regno pochi anni innanzi, si era venuta allargando. Che cosa era essa? Colletta la chiama società vasta di possidenti, vaga di meglio e di quiete, e questa definizione ne dice tutto il carattere. Appartenevano ad essa gran numero di benestanti delle classi medie; ma il fondo era composto di militari desiderosi di avanzamenti, di provinciali e di curiali bisognosi di impieghi, di persone le cui aderenze, la cui posizione al tempo dei francesi rendevano avverse o dubbiose del regime borbonico. Setta piena di misteri massonici, anzi diramazione massonica, che allettava le calde fantasie dei giovani appunto per il suo mistero. I soci e gli aderenti si chiamavan fra loro cugini e anche buoni cugini, e fra le altre cose giuravano — il generale Guglielmo Pepe dice per rettorica — l'esterminio di tutti i re. La setta si era estesa e vi appartenevano anche persone messe ai sommi gradi dell'esercito. V'erano i risoluti che volevano una costituzione o sognavano il rovescio della monarchia borbonica; erano idealisti sinceri o nature avventurose; v'erano coloro che nelle vendite — così si chiamavano le singole società carbonare — cercavano come una tutela in tempi difficili, un appoggio in possibili mutamenti politici; nel maggior numero erano infine coloro che desideravano pubblici ufizi, o aspiravano a promozioni e a carriere. Si trovavano spesso insieme generali e ufiziali inferiori; — e questi eran qualche volta nella setta di grado superiore ai primi. Le vendite più attive erano a Napoli, ad Avellino e a Salerno; in quest'ultime città soprattutto.

Ritornando a Napoli, Ferdinando I in un goffo e magniloquente proclama datato da Salerno, il 1º maggio del 1815 avea detto ai Napoletani con assai poca precisione storica che i loro antenati avean conquistato fino al Nilo e che le loro trombe guerresche avean fatto piegare le fronti orgogliose ai Tolomei, a Filippo il Macedone, a Mitridate, a Massinissa e ad altri ancora. Dimenticando poi tanti pregi guerreschi e chiamandoli, con una metafora ardita, docili figli del Sebeto, avea promesso loro amore e perdono e, quasi queste cose non bastassero, pace, calma e abbondanza. Non avea dato costituzioni; non avea però voluto persecuzioni numerose. In cinque anni, dal maggio 1815 al giugno del 1820 la monarchia borbonica era o pareva assodata. Non avea contro di sè che una setta; avea per sè i sovrani e le corti legittimiste di tutta Europa. L'esercito regolare era forte di 34 mila uomini; inoltre le milizie civili contavano 51 mila uomini in terraferma e 29 mila in Sicilia. E poichè la pace in Europa non era da nulla turbata e i ministri, sì come accade in regime assoluto, esageravano dinanzi al vecchio re il disprezzo della massoneria carbonara ritenuta debole o inattiva, la solidità del trono pareva al sovrano e ai suoi fedeli granitica. I carbonari eran perseguitati come setta dannosa di gente ribalda; ma pericolo da essi non v'era, o si credea non vi fosse.

Fu così che scoppiò la rivoluzione del 1820; la più strana, la più incruenta, la più inverosimile di tutte le rivoluzioni che abbia avuto Napoli e forse l'Italia; rivoluzione che rimarrebbe a dirittura inesplicabile a chi si limitasse a considerarla nelle sue manifestazioni esteriori.