Beneficio grande, di cui (poichè per sommo studio d'imparzialità si sogliono oggi vantare le candide intenzioni dell'Austria e del Metternich in particolare) io non ho, se si vuole, alcuna difficoltà di esserle riconoscente.
E per concludere circa il Congresso di Vienna, che è il mio tema, dirò che le successive riunioni di Aix nel 1818, di Troppau nel 20, di Lubiana nel 1821, di Verona nel 1822, le quali avrebbero dovuto essere l'applicazione del permanente e pacifico arbitrato internazionale, stabilito nel 1815, ebbero avviamento ed effetto contrario, vale a dire che trasmutandosi sempre più in un sistema d'intervento armato, di repressioni bestiali e di alta polizia politica nelle mani dell'Austria e scostandosi così sempre più dal concetto fondamentale del Congresso di Vienna, esse, in cambio di frenare i moti italiani, argomento prediletto di tutti i loro discorsi, li resero sempre più intensi, sempre più larghi e spianarono a questi moti la via del trionfo finale.
Ma così va il mondo, Signore! Guastare in pratica quello che in teorica era buono, proporsi un fine e riescire ad un altro sono i fatti, che più comunemente appariscono nella storia, e l'insegnamento di essa, se ne ha uno, si può quasi sempre compendiare così: «daccapo e ricominciamo!».
SUI MOTI DI NAPOLI DEL 1820
CONFERENZA
DI
FRANCESCO S. NITTI.
I moti di Napoli del 1820 non presentano, a chi li studii con serenità, alcuno dei lati che, pur nei suoi errori, pur nelle sue esagerazioni resero sì bella e sì interessante e, sotto alcuni aspetti, sì grande la rivoluzione avvenuta ventun anno prima, nel 1799. Questa ebbe i suoi rètori, ma ebbe pure i suoi martiri: la rivoluzione del 1820 quasi non ebbe che rètori. Nata per paura di una Corte, che non volle e non seppe resistere, morì per ignavia di una setta, anzi di una classe, che resistere non volle e non seppe. Sorta per tradimento di pochi ufficiali settari, fu soffocata per tradimento di un re, cui furon meriti supremi la menzogna e la viltà.
Sicchè parlarne è assai difficile e assai penoso cómpito: tanto più penoso quando chi discorre di un periodo storico del suo paese che altri esaltò, non riesce a trovare in esso cosa che sia bella o grande.
La rivoluzione del 1799 di cui ebbi l'anno scorso l'onore di parlarvi, studiata nelle sue intime cause ci apparve come un movimento quasi di reazione alle tendenze riformatrici dei principi. Tutta l'opera di Carlo III e gran parte di quella di Ferdinando I di Borbone, almeno fino al 1799, sembrano dirette a niente altro che a diminuire la enorme potenza della feudalità e del clero. Sorgeva allora ed era già venuta in potenza una classe intermedia, destinata a sostituirsi all'aristocrazia e sorgeva non come altrove dalle manifatture o dai traffici, ma dall'intermediarismo agrario, dalle professioni liberali, la curia soprattutto, e dal commercio del danaro. La rivoluzione del 1799 riunì quindi tutti i malcontenti che la politica dello Stato avea offesi: principi e nobili, che vedevano sminuita la loro classe, preti e sacerdoti, che si credevano privati dei loro diritti, curiali che il rinsaldamento e la sicurezza della proprietà temevano come esiziale al loro ceto. E fra questi vi erano idealisti sinceri, imbevuti delle dottrine degli enciclopedisti; giovinetti desiderosi di novità; uomini insofferenti di servitù. I 97 giustiziati del 1799 furono quanto di meglio Napoli avea: vi erano fra essi uomini d'arme nobilissimi come Manthonè, Federici, Caracciolo; studiosi e pensatori come Pagano e Cirillo; e giovani ardenti come Vincenzo Russo, Filippo Marini, Ettore Carafa, Riario, Pignatelli.
Che cosa fu la rivoluzione del 1820?
Caduta la repubblica napoletana del 1799 e ritornato Ferdinando I era succeduto un periodo di repressione e di violenza. Ma quando, travolto anch'egli dal turbine napoleonico, Ferdinando era dovuto riparare in Sicilia e il regno era rimasto ai francesi, Giuseppe Buonaparte da prima e Gioacchino Murat dipoi, aveano introdotte gran parte delle leggi di Francia. Per legge del re Giuseppe nel 1806 la feudalità abolita, abolite le istituzioni fidecommissarie, sciolti i legami alla proprietà, modificato il regime dotale, sfasciata la proprietà ecclesiastica, introdotti col codice Napoleone tutti i provvedimenti che più alla classe intermedia giovavano, questa era divenuta potente a tal punto da soverchiare tutte le altre.