— Dove credete voi, che si sia avviato? — chiese il Metternich al Talleyrand, per scoprire se il furbaccio ne sapeva qualcosa.
— Forse in Italia! — rispose il Talleyrand, per mettere una pulce nell'orecchio all'amico.
— No, va dritto a Parigi! — riprese il Metternich, guardando fisso il Talleyrand. Ma questi, che già aveva avuto tempo a riflettere, concluse: — può darsi! — come avrebbe detto: — buon pro gli faccia!
Val la pena seguir le mosse di questa vecchia volpe in tale frangente. In apparenza è tranquillo. Nelle sue Memorie non fiata; ma veder chiaro, risolver pronto, colpire a segno è la superiorità vera del Talleyrand sugli statisti del suo tempo (e su quelli anche d'altri tempi!); e sia pure che Napoleone sia fuggito dall'Elba, lo accolga pure l'esercito francese a braccia aperte, rivoli pure l'aquila imperiale di campanile in campanile sino alle torri di Nostra Donna di Parigi, sia pur costretto Luigi XVIII di rifugiarsi a Gand; il Talleyrand intuisce subito che un 18 brumaio non si rifà due volte, che questa ripresa d'armi non può essere nè il Consolato, nè l'Impero, bensì un romanzo d'avventuriere; che Napoleone può ben prometter pace e libertà alla Francia e Beniamino Constant ammannirgli un disegno di costituzione, che è un capolavoro, ma Napoleone è irremissibilmente condannato alla guerra immediata; e nella guerra non si troverà più a fronte generali da sbalordire di nuovo coi prodigii della sua tattica, bensì popoli e condottieri di popoli, il Wellington, il Blucher, lo Schwarzenberg, i quali, al pari del Kutusoff, il Fabio Massimo della resistenza russa del 12, e del Rostopkine, l'incendiario di Mosca, sono divenuti gli eroi delle vendette nazionali contro le sue prepotenze. Il Talleyrand quindi approfitta del primo sgomento degli alleati per strappar loro la dichiarazione del 13 marzo 1815, la quale pone Napoleone fuori della legge al pari d'un bandito, poi sta inerte aspettando l'esito della guerra, e si traccheggia anzi fino al giugno in Vienna, nè raggiunge il Re, se non quando Waterloo ha già messo fine al tempestoso romanzo dei Cento Giorni. Perchè così lento? Forse ha in fondo all'animo un residuo di dubbio? Chi lo sa? Fatto è che appena giunto a Parigi, il Talleyrand vede nettamente che gli alleati non vogliono più stare ai patti di prima, e che la reazione più dissennata prevale nei Consigli del Re. Si oppose finchè potè; non vinse che a mezzo, e si dimise. È il momento più nobile della sua vita, e lo sente tanto egli stesso nelle sue Memorie, che, quasi creda finita la sua carriera politica, vi si drappeggia dentro, come un grande attore al quint'atto d'una tragedia classica, e cala il sipario.
In realtà anche l'opera del Congresso di Vienna era finita fino dal giugno. Ma colla seconda pace di Parigi del 20 novembre 1815 la Francia pagò il fio dell'avventura napoleonica dei Cento Giorni e peggio ancora le sarebbe toccato, se non erano le rivalità di lord Wellington coi generali austriaci e prussiani e le fantasie mistico umanitarie di Alessandro I, delle quali anche questa volta la Francia s'approfittò. Queste fantasie toccano il colmo nella Dichiarazione della Santa Alleanza, un quid simile di Credo internazionale, che non ha da far nulla col trattato di Vienna, ma sta da sè, a guisa della Dichiarazione dei Diritti dell'uomo, messa in testa alle costituzioni repubblicane francesi del 1791 e 1793 e ricalcata alla sua volta, peggiorandola, su quella delle libere colonie inglesi d'America del 1776. Strani riscontri in verità! Ora il nuovo assetto europeo, deliberato a Vienna e reso definitivo colla seconda pace di Parigi, era, mercè della Santa Alleanza, posto sotto l'immediata ed alta sovranità di Gesù Cristo, una specie insomma di repubblica savonaroliana, slargata qui ad uno schema universale di Stati cristiani. La dichiarazione della Santa Alleanza reca originariamente le firme sole dei tre sovrani di Russia, Austria e Prussia, non quella d'alcun ministro, nè d'alcun plenipotenziario. Altri sovrani accedettero più tardi, quando cioè si furono persuasi che quello sproloquio non impegnava a nulla, come la Francia e la Sardegna; altri si ricusarono con un pretesto, come l'Inghilterra; il Papa vi subodorò dentro (e forse non a torto) qualcosa d'ereticale; il Gran Turco infine non s'acquetò, se non quando l'ebbero assicurato che la Santa Alleanza non era il principio d'una nuova crociata per la liberazione del Santo Sepolcro. «Ma che le pare, signor Turco?» (gli dissero i diplomatici veri), «non ci mancherebbe altro!!».
Quanto all'Italia in particolare, il Congresso di Vienna vi stabilì, come già dissi, il dominio dell'Austria; dominio diretto in gran parte, indiretto, ma non meno effettivo, su tutto il rimanente, salvo in Piemonte; e, restituito ai Borboni, schiavi dell'Austria, il regno di Napoli, cominciò a mostrarsi, a guisa di piccolo chiarore d'un'alba, la necessità storica, che se un giorno l'idea nazionale, uscendo fuori dagli eremi dei letterati e dai nascondigli dei cospiratori, potesse mai spiegare al sole la sua bandiera o troncare colla spada la fitta rete in cui il Metternich avea ravvolta l'Italia, questa bandiera si leverebbe in Piemonte e questa spada sarebbe in pugno ai Savoia.
Nel 15 siamo però ancora ben lontani da che l'idea nazionale inspiri la politica estera del Piemonte, e questa cerchi imperniarsi su una politica interna appena appena ragionevole. Ma già per parte del Piemonte i sospetti, le diffidenze, le resistenze alle mille insidie dell'Austria sono incessanti e sempre vigili, e, per parte dell'Austria, essa tradisce sempre più il suo segreto, che è di ridurre indifeso, impotente, se non addirittura soggetto, quest'unico Stato italiano, di cui non solo ha dovuto tollerar l'esistenza, ma lasciare che s'ingrossasse colla Liguria, ed ora, nella seconda pace di Parigi, anche con quella parte di Savoia, che nella prima era stata data alla Francia.
È bello vedere la concordia, la cooperazione, l'intesa di tutti i diplomatici piemontesi in questa lotta, ed è ancora più bello, pigliandoli per quel che sono in realtà, uomini chiaroveggenti, fedeli alla loro vecchia Monarchia, zelanti dell'onor suo, orgogliosi delle sue tradizionali ambizioni dinastiche, e non trasfigurandoli, per uno zelo malinteso, in avanguardie e, al solito, in apostoli e precursori d'indipendenza e d'unità italiana. Sono sparsi per tutto e sembrano una voce sola, il San Marzano ed il Rossi al Congresso di Vienna, il De Maistre e poi il Cotti di Brusasco a Pietroburgo, il San Martino d'Agliè a Londra, il Revel e poi l'Alfieri di Sostegno a Parigi, il D'Azeglio a Roma, il Pralormo a Vienna dopo il 20, il Valesia, il Balbo, il Saluzzo, ministri in Torino e tanti altri.
Tutti questi uomini, non sospettabili di certo di tendenze sovversive nè tampoco di velleità liberali, sentono profondamente le continue provocazioni austriache dal 15 in poi, e vigilano, dappertutto e sempre, le mene del Metternich. Lo stesso Pralormo, che Luigi Carlo Farini ha detto il meno avverso all'Austria, riassumeva con gran forza in un suo splendido dispaccio del 1821 tutti i torti dell'Austria verso il Piemonte, e caratterizzava con profonda sagacia il movimento del 21 per quello che era: non un pronunciamento alla spagnuola, nè una ribellione di nobili alla polacca, come ha preteso in uno dei suoi frequenti accessi di spleen Massimo d'Azeglio, bensì la conseguenza necessaria del contegno dell'Austria, che in Piemonte avea per di più mortalmente offesi nel loro onor militare una dinastia ed un popolo di soldati. Senza di questo, dice il Pralormo, non un soldato si sarebbe ribellato in Piemonte, e se Vittorio Emanuele I fosse corso su Milano, i Carbonari del 21 non avrebbero potuto nulla contro di lui.
Tutto militare e aristocratico fu dunque il movimento rivoluzionario del 1821 in Piemonte, ed è uno dei più importanti nella storia dei moti rivoluzionari italiani, appunto perchè crea nell'aristocrazia militare e diplomatica piemontese quella parte nuova, che poi prevarrà sempre più, la quale, senza ripudiar nulla del suo vecchio patrimonio morale e religioso, accetta quanto v'ha di giusto e di umano nelle idee sopravvissute alla Rivoluzione Francese e sente sempre più al vivo l'ufficio storico, che contro la intollerabile preponderanza austriaca spetta alla sola regione Italiana, che abbia armi proprie ed una dinastia nazionale.