Certo quest'uomo, che governò l'Austria da padrone per 39 anni, e per 33 anni da padrone l'Europa, non era nè un puro sbirro, nè uno statista volgare, come, per odio, l'abbiamo considerato noi per tanto tempo. Certo Napoleone non ebbe mai più terribile avversario di lui; un avversario, che, mentre lo ammirava, avea così profondamente studiata la sua indole, che fino ad un certo segno potea presagirne gli scatti futuri; un avversario, che non si scaldava mai e sapeva aspettare. Certo, quand'egli nel 1809 diventò Ministro, l'Austria era un paese morto e sei anni dopo (mettiamo pure che la frenesia di Napoleone l'abbia aiutato) sei anni dopo l'Austria era l'arbitra dell'Europa, gloria grande verso la sua patria ed il suo sovrano, che nessuno gli può contestare.

Ma da tuttociò a far di sè uno statista, che non ha una colpa da rimproverarsi, perchè è quasi una nuova incarnazione umana dell'eterna giustizia e dell'assoluta verità, che non ha mai sbagliata una mossa, perchè nell'interezza della sua coscienza ha sempre previsti gli errori dei nemici e le infedeltà degli amici, ci corre assai; e, per troppo volere innalzarsi, mi pare che non solo il Metternich abbia troppo sfidata la credula docilità dei posteri, ma che abbia altresì tolto merito a sè stesso, come uomo di Stato, perchè la politica, salvo certe direzioni fondamentali, è più di tutto l'arte degli adattamenti e delle contingenze variabili, e l'immobile fissità di spirito, ch'egli si attribuisce, è la caratteristica dell'utopista e del fanatico, anzichè quella del vero uomo di Stato.

Quante volte, del resto, non è egli stato sul punto d'intendersi con Napoleone? Fra le molte, che se ne potrebbero ricordare, prendiamo la maggiore di tutte, il matrimonio di Maria Luigia, la divina figlia dei Cesari, con Napoleone, il gran tipo del condottiere italiano, dice il Taine, che ha usurpato il trono di Francia. Era tutto un tranello questo matrimonio? No, era un'arma a due tagli, che potea salvar l'Austria e Napoleone, se Napoleone era savio, o salvar l'Austria sola e abbatter lui al momento opportuno, s'egli continuava a farneticare. In ciò sta la profondità del calcolo del Metternich, che l'ambizione di Napoleone s'incocciò di far riescire anche al di là d'ogni sua previsione: ma ciò dimostra che a transigere colla Rivoluzione non avea poi il Metternich le invincibili ripugnanze, delle quali si vanta.

Nella stessa guisa, s'egli rappresentava unicamente il diritto storico contro la Rivoluzione, perchè mai, caduto Napoleone, non ha egli nel Congresso di Vienna riprese le tradizioni di Maria Teresa, del Kaunitz e del Thugut, cercando di germanizzare l'Austria di nuovo ed ha preferito invece indennizzarsi al sud delle Alpi di tutto quanto perdeva o abbandonava al nord delle medesime, ostinandosi a dominare l'Italia? Egli è che appunto imitare in questo le violenze della Rivoluzione francese sembrò al purissimo eroe del diritto storico un giuoco più facile e più vantaggioso, e questa volta invece l'infallibile aveva sbagliato. In questo medesimo anno 1815, l'impresa di Gioacchino Murat, per quanto arrischiata, il proclama di Rimini, scritto da Pellegrino Rossi, che bandisce la guerra dell'indipendenza italiana, per quanto vagheggi una idealità prematura, avrebbero dovuto farlo avvertire del suo errore e che l'Italia per lo meno non era più l'espressione geografica di prima. Preferì invece ostinarsi ed iniziare un sistema di repressione perpetua, che fece di lui l'incarnazione vivente del dispotismo più odioso e più cieco, e lo abbassò talvolta, come nel colloquio famoso con Federigo Confalonieri, carico di catene e già avviato allo Spielberg, lo abbassò, dico, fino agli scaltrimenti del poliziotto più abbietto per strappar di bocca ad un misero prigioniero il nome de' suoi complici, quello principalmente di Carlo Alberto, principe di Carignano, della cui correità coi congiurati Lombardi del 1821 il Metternich volea ad ogni costo aver nelle mani la prova.

Il santo, il semideo delle Memorie metternicchiane scende così alquanto, come vedete, dal suo piedistallo. Se a ciò aggiungete che concordemente i contemporanei lo dicono scettico, frivolo, superficiale, donnaiuolo, non incorruttibile per denaro, voi vedete che razza di premeditata falsificazione egli ha perpetrato di sè stesso per canzonare i posteri, nè vi spiegherete la potenza esercitata da lui per tutta intiera una generazione, se, oltre a molte qualità d'animo e d'ingegno, ch'egli indubbiamente possedeva, non mettete in conto la profonda disposizione alla quiete, all'inerzia politica e al riposo gaudente, che il suo tempo provava e ch'egli rispecchiava, persin nella persona e nei modi, alla perfezione. Quando questa disposizione finì, anche il Metternich era finito.

Diversa affatto è la truccatura, sotto la quale ha voluto presentarsi ai posteri il Principe di Talleyrand. Pare in sostanza ch'egli dica: «son quel che sono, ed i miei contemporanei, alti e bassi, non valevano meglio di me; ma si prenda la storia com'è, poi si vegga se in conclusione, e senza troppa cura del mio buon nome (ognuno poi sacrifica alla patria quello che crede!) io ho bene o male servita la Francia.» E naturalmente dimostra che l'ha servita bene. Esso, in persona, ha cominciato abate, poi vescovo, ha celebrato ridendo la sua ultima messa nella festa della Federazione Repubblicana, s'è sconsacrato, ha preso moglie, nei tempi peggiori della Repubblica s'è ecclissato, è rientrato a tempo per esser Ministro: Giacobino sotto il Direttorio, repubblicano sotto il Consolato, Bonapartista sotto l'Impero, legittimista sotto i Borboni, e come si spiegano tutte queste metamorfosi? In una maniera sola, dice lui, cioè che agli occhi d'un filosofo le forme politiche son forme vuote; che con tale libertà di spirito egli ha visto sempre, prima, meglio e più lontano d'ogni altro, e che mentre gli altri s'attaccavano ad un partito, egli non ha servito mai che la Francia. È una disinvoltura stupefacente, la quintessenza di quell'arcana dottrina del savoir vivre, sotto la quale i Francesi compendiano tante cose, e che il Talleyrand possedeva in grado superlativo.

Corazzato di questa, egli prende posto attorno al tappeto verde del Congresso di Vienna, colla serenità medesima con cui si sarebbe seduto alla sua eterna tavola di whist, e quando, ambasciatore d'una nazione vinta, egli, con grand'arie di superiorità e per sgominare di primo acchito i segreti accordi degli alleati, osa affermare lui solo rappresentare, intorno a quel tappeto, non interessi, ma principii, e cioè il dogma della legittimità, che deve esser la base della Restaurazione, e tutti lo guardano esterrefatti, il Talleyrand non si scompone e persiste e niuno s'accorge, non un principio sostener esso in quel momento, bensì l'unico spediente, a cui poteva appigliarsi. Che diavol mai poteva egli invocare, difatto, dinanzi alle ambizioni della vecchia Europa coalizzata e vittoriosa? Gli immortali principii dell'89, come in un meeting? i diritti dell'uomo e del cittadino, come in una scuola? la sovranità popolare, come in una piazza? Non avendo forza materiale per tenere in rispetto i nemici vittoriosi, tutto quanto poteva tentare era di preservare in nome del diritto l'unità della Francia e salvar questa almeno alle conquiste economiche, civili e politiche della Rivoluzione. In parte vi riescì, poichè preservò in sostanza la Francia dal dover sopportare la pena del taglione, l'applicazione pura e semplice di quel diritto del più forte, ch'essa avea durante l'Impero applicato alle altre nazioni. L'imperturbabilità, il coraggio, la fecondità d'espedienti, il calore di patriottismo francese, che il Talleyrand spiega al Congresso di Vienna, sono una meraviglia, ed ha un bel dire il Thiers, che si dovea andare al Congresso colle mani libere, quasichè gli alleati non fossero entrati a Parigi colle cannonate: che il Talleyrand dovea atteggiarsi come un Napoleone, quasichè Lipsia fosse stata Austerlitz: che ebbe fretta, e che invece di far la pace dovea scomporre le alleanze e riprovocare la guerra. Queste critiche, dinanzi alla realtà dei fatti, non mi pare che abbiano alcun valore, e nella mente del Thiers, scrittore e storico grande, ma politico mediocrissimo, scaturiscono evidentemente da quel suo sempiterno pregiudizio tutto francese, per cui un'Europa ridotta in pillole è la sola maniera d'assicurare la grandezza della Francia. Essa non può considerarsi in piedi, se tutti non sono in ginocchio! Del resto il Talleyrand non indietreggiò neppure dinanzi al pericolo d'una nuova guerra, e quando parve che non si potesse più resistere in altro modo alle prepotenze della Russia, egli aderì alla nuova coalizione formatasi nel Congresso contro di essa il 3 gennaio 1815, ed il Thiers lo biasima anche di questo, tanto è contraddittoria ed inconsistente tutta la sua critica.

In conclusione, all'opposto del Metternich con tutte le sue pose da santo, da veggente e da messia, il Talleyrand s'è voluto nelle sue Memorie mostrare non per quello che è, ma per quello che vale. È un travestimento anche questo, ma se i contemporanei non l'hanno nè ghigliottinato, nè messo in galera, non mi pare che i posteri abbiano da essere più severi di loro.

Oltre a queste tre figure principalissime, tante altre ve ne sarebbero da ritrarre, interessanti e singolari, fuori e dentro il Congresso: Maria Luigia che, con a fianco già il suo patito, il Neipperg, non ha neppure la dignità di non esser curiosa, e poichè a lei, moglie di Napoleone e pur ieri Imperatrice dei Francesi, è interdetto prender parte alle feste, vuole almeno goderne pel buco della chiave o sta nascosta fra due tende a veder gli altri ballare; Federico Gentz, grande ingegno di dilettante, cominciato scettico e romantico, finito reazionario e segretario del Congresso, gaudente di professione, che negli ultimi anni tenea il suo gabinetto di studio in casa della ballerina Fanny Elssler, il suo ultimo amore (un romitaggio preferibile di certo a quello concesso alle teste calde italiane nei sotterranei dello Spielberg), e che, tipo dell'homme blasé, annunzierà le sua prossima fine ad un amico dicendo: «mi leverò da tavola, come chi ha mangiato a sazietà»; il Pozzo di Borgo, un Côrso al servizio della Russia, incarnazione vivente contro Napoleone degli odii di famiglia e delle implacabili vendette insulari; il cardinale Consalvi, profilo di prelato romano, aguzzo, sottile, insinuante ed anche audace, che, per salvare dagli artigli dell'Austria le quattro Legazioni, finge di ridomandare sul serio Avignone ed il Contado Venosino; il marchese Brignole, l'appassionato oligarca genovese, che vorrebbe trovare un'equazione tra la legittimità dei Borboni e quella della sua vecchia Repubblica, una specie di quadratura del circolo pei diplomatici del Congresso di Vienna; i ministri napoletani del Murat, che s'incontrano a faccia a faccia con quelli di Ferdinando IV; Eugenio di Beauharnais, già vicerè d'Italia e generale napoleonico, eppure ospite festeggiato e graditissimo a Vienna; il Conte di San Marzano, diplomatico piemontese, schermidore politico, valente assai, che avendo servito i forti contro i deboli, sa come si difendono i deboli contro i forti; Don Neri Corsini, ambasciatore del granduca Ferdinando III, che, quando meno se l'aspetta, si trova a fronte l'ambasciatore d'un'Etruria bonapartesca, reclamante nient'altro che tutta la Toscana pei Borboni, e d'altra parte, rappresentando esso un principe austriaco, sentesi, ciò nonostante, così pressato dalla prepotenza degli augusti parenti, che in cambio, come vorrebbe, d'arrotondare lo Stato, rischia talvolta tornarsene a mani vuote, eppure coll'arguta e tenace bonarietà del gran signore fiorentino di vecchia stampa si trae dal mal passo abbastanza bene; e tante, e tante altre, dico, figure importanti, singolari, e caratteristiche in sommo grado, delle quali tutte metterebbe conto parlare.

Se non che neppur noi possiamo indugiarci, perchè mentre, dopo tante lentezze e lotte e discordie, il Congresso bene o male s'approssimava alla fine, ecco scoppiare, in mezzo a tutta quella gente, come uno schianto di fulmine, la notizia che l'Orco di Corsica era scappato dall'isola d'Elba.