Possiamo dunque giudicare spassionatamente uomini e cose, e avendo detto del Congresso di Vienna il male che merita, possiamo soggiungere che il tentativo, dopo un così grande rovinìo e sconvolgimento d'istituzioni, di confini e di popoli, di dare all'Europa un'organizzazione elementare, se attuato con vera elevatezza di concetti politici, sarebbe stato un grande progresso e non un inconsulto ritorno al passato. Tant'è vero, che verso la fine del secolo scorso tale tentativo non era ancora che un'utopia di filosofi, la quale avrebbe fatto passare per mentecatti gli uomini di Stato, che le si fossero mostrati favorevoli, ed era ad arte confusa, per toglierle appunto ogni credito, colle chimere della pace perpetua del Saint-Pierre e del Rousseau, e in buona fede fu poi confusa con tali chimere, dopo il Congresso del 15, dal Saint-Simon, uno dei santi padri del socialismo moderno.
Se nel fatto il Congresso di Vienna riuscì un'applicazione del principio d'intervento, un attentato continuo all'indipendenza degli Stati minori, un sistema d'alta polizia nelle mani dell'Austria; se come tale è giudicato dalla maggioranza degli storici e dei trattatisti di diritto internazionale, non è men vero che determinare lo stato di possesso dell'Europa, porre questo stato di possesso sotto la garanzia di tutte le Potenze maggiori, far del Congresso europeo, siccome fu stabilito dall'articolo 6 del secondo trattato di Parigi, una instituzione permanente e normale, destinata a prevenire e a regolare, sotto l'arbitrato e l'egemonia delle grandi Potenze, le controversie fra le nazioni e gli Stati, e impedire la guerra, era un abbozzar quasi un disegno di Stati Uniti d'Europa, un precorrere di lontano le idealità, sto per dire (e non vorrei vi paresse una bestemmia), le idealità di Garibaldi e di Giuseppe Mazzini. Abbozzare, precorrere di lontano, dico, perchè il disegno resta incompiuto, perchè, come scrive il prof. Scipione Gemma nel suo eccellente libro sulla Storia dei Trattati nel secolo XIX, non rappresenta se non «una oligarchia di grandi potenze, che tratta, in circolo chiuso, gli affari delle altre»; perchè, per di più, furono empiriche, abusive, arbitrarie pressochè tutte le sue applicazioni. Ma il concetto fondamentale era buono e progressivo, rispetto almeno ai Congressi ed ai Trattati anteriori, e ciò spiega non solo la sua durata, ma altresì come e perchè, in onta alle sue ingiustizie, il Congresso di Vienna assicurò per lungo tempo la pace generale e con essa un moto largo e fecondo di civiltà.
Vorreste ora saper qualche cosa in particolare degli uomini, che vi presero parte? Ma senza contare i regnanti, i principi, i cortigiani d'alto grado, che gli accompagnavano, e gli uomini politici più in vista, ch'erano accorsi al Congresso, ben novanta erano i plenipotenziari di Stati, che aveano cooperato alla guerra, e cinquantatrè quelli di piccoli sovrani, repubblichette, comuni, corporazioni, che tutti avevano rivendicazioni, pretensioni o esigenze da far valere.
Per questo anzi vera assemblea generale del Congresso non fu tenuta mai, nè mai si procedette ad una vera e compiuta verifica di poteri fra gli intervenuti, non potendosi equiparare l'importanza di ciascun rappresentante o dare ugual peso al voto, poniamo, degli ambasciatori di Russia, Francia e Inghilterra e a quello degli inviati dei Cavalieri di Malta, della repubblica di Lucca o del principato di Piombino. Non è quindi possibile del pari profilare fra tal folla le singole figure, ma varrebbe la pena, chi ne avesse il tempo, di fermarsi alquanto alle più prominenti, alle tre, se non altro, che ho testè ricordate, Alessandro I, il Metternich ed il Talleyrand.
Alessandro I era uno stranissimo impasto di qualità le più opposte: ascetico come San Luigi Gonzaga, e dissoluto come Don Giovanni Tenorio; ingenuo e spensierato come un artista, e subdolo e avido come un greco del Basso Impero; tirannico come un sultano, e umanitario come un filantropo; umile come un anacoreta, e vano d'applausi come una ballerina; infatuato di sè stesso come un Lucifero, e pieghevole a tutti i venti come una canna; un insieme di despota, di mistico e di liberale, che per un pezzo gli imbroglia la testa, poi finisce a dargli l'illusione d'essere il braccio dritto della provvidenza di Dio, destinato a rimetter l'ordine sulla terra e ravviare tutto il gregge umano per la via maestra del bene.
A cullarlo in tale illusione, a fissarla anzi sempre più nel suo cervello, contribuì soprattutto, verso appunto il 1815, l'amicizia da lui stretta con Giuliana di Krüdner, una vedovella vagabonda, originaria della Livonia, che in gioventù avea scritto in francese un romanzo eccessivamente sentimentale, intitolato: Valerie, e avea ballato nei salotti parigini con grande flessuosità di movimenti e grandi trasparenze di vestiario la cosiddetta danza dello scialle. Dall'ideale della sensibilità galante del secolo XVIII era trapassata, invecchiando, all'ideale medievale e cavalleresco della controrivoluzione. Nicomede Bianchi la dice una settaria dell'illuminismo tedesco del Weishaupt e dei Rosa Croce, ma non mi pare sia provato. Il Sainte-Beuve la dice visionaria come il Tasso, anzi una Clorinda battezzata, e mi par troppo. Certo è che durante la campagna del 13 contro Napoleone, e in mezzo a tutto quel bollore di patriottismo tedesco, Valerie, o Giuliana di Krüdner, che è lo stesso, diviene la Velleda evangelica, la molto vedova profetessa delle non più vergini foreste del Nord, e nel 15 (en tout bien, tout honneur, suppongo, perchè dovea aver più di 50 anni) la più intima e più ascoltata consigliera e inspiratrice di Alessandro I.
Dopo Waterloo è dessa in realtà la vera autrice della Santa Alleanza, un atto, in cui la mano d'un'isterica devota mi par che si senta. Ma chi riconoscerebbe ora la vezzosa urì della danza dello scialle in quella megèra lunga e allampanata, che coi capelli giallo-grigi sparsi per la fronte e giù per le spalle, e una lunga veste scura, cinta alla vita da un cordone, assiste, a fianco dello Czar, alla rivista delle truppe russe sulle pianure di Sciampagna? Questo però è il colmo della sua fortuna. Quando nel 1824 morì solitaria in Crimea, era già da un pezzo caduta in disgrazia, perchè la povera donna, a tempo dell'insurrezione greca, era divenuta filellena ed il volubile Alessandro I, già ripiombato sotto la pantofola conservatrice del Metternich, non perdonò alla troppo sensibile Valerie quest'ultima trasfigurazione.
Di che tenui fila, a guardar bene, s'intreccia in ogni tempo questa grande commedia della politica e della storia!!
Ed eccoci, per mutare, dinanzi ad altri due gran commedianti di cartello, il Metternich ed il Talleyrand, i quali, come se abbiano voluto continuar la recita anche da morti, si sono nelle loro autobiografie (per dirla in gergo di palcoscenico) truccati entrambi per la posterità. Li riconosceremo noi per quel che sono a traverso tale travestimento? Molto agevola, ripeto, che siansi ormai dissipati per l'aria gli odii e gli amori suscitati in vita da quei due, e stati già tante volte surrogati da tanti altri odii ed amori.
Il Metternich aveva una persuasione fondamentale, d'essere cioè stato creato da Dio (ammettiamo, che credesse in Dio) per arrestare la Rivoluzione francese nel suo corso e rifare il mondo, come prima. Di tale persuasione che a poco a poco gli sale al cervello e gli si muta in una specie di predestinazione provvidenziale, egli si giova per ravvolgere in una gran nuvola di edificante idealità tutta la sua vita privata e la sua vita d'uomo di Stato. L'una e l'altra divengono così, sotto l'unzione e la gravità del suo stile, una tal vita di santo, che meriterebbe (ha detto bene in proposito Augusto Franchetti) d'essere collocata nella Leggenda Aurea di un Jacopo da Voragine e tradotta nella lingua del Cavalca. Ma chi gli può credere? Nessun altro, sto per dire, se non la sua seconda moglie, la principessa Melania, talmente persuasa (e ciò le fa onore del resto) della grandezza del marito, che a scrivere nel suo Diario dover esso salvare il mondo e poi che tutti e due erano stati la sera al teatro per veder ballare Fanny Elssler, le pare di dire la stessa cosa.