Il Parlamento non volea farlo partire. Fu grande agitazione in tutta la città. Si protestava che il Re volesse adottare nuova costituzione. Si gridava d'ogni parte: La costituzione di Spagna o la morte. Nessuno più tardi volle morire per la costituzione di Spagna: ma quando il pericolo si crede lontano, i più timidi sono sempre per i mezzi estremi.

Il Re si rassegnò a fare ciò che gli si chiedeva e partì, fingendo sempre fedeltà a una costituzione che gli era stata imposta dalla paura, e che era destinata a non trovare chi la difendesse.

A Troppau parlò infatti contro la costituzione, a gente che quanto e più di lui temeva l'espandersi del movimento liberale: e fu deciso che un esercito austriaco fosse mandato a Napoli a rimettere l'ordine.

Il Parlamento napoletano non esitò a dichiarare la guerra. La voleva sopra tutto il generale Pepe, che riteneva le truppe napoletane invincibili; la voleano i migliori che, con pietoso infingimento, dicevano il Re prigioniero e forzato lo scritto; la chiedevano a gran voce i carbonari. Accondiscese il vicario perchè debole e incerto. E la guerra fu proclamata non per valore di popolo, nemmeno per vaghezza di somma lode come dice Colletta, ma per leggerezza.

La carboneria volle fare opera utile e riunire a banchetto anche i generali che sapeva a sè avversi, per cementare l'unione nel momento del pericolo. A quel banchetto Gabriele Rossetti improvvisò versi pieni di entusiasmo. A un tratto rivolgendosi a tutti i generali che gli erano intorno, chiese chi fra essi dovesse essere Milziade. Fu un momento di silenzio e di angoscia: poichè ognuno temeva che Milziade dovesse essere un collega, e ognuno credeva di poter essere. Allora il Rossetti, nell'angosciosa aspettativa di tutti, con straordinaria iperbole replicò: Tutti saran Milziadi! Fu un delirio di applausi: ma di Milziadi poco tempo dopo non ve ne fu un solo.

L'esercito napoletano contava allora quarantamila uomini, dei quali dodicimila in Sicilia. Fu deciso di mandare contro gli Austriaci trentaduemila soldati e quarantaduemila uomini di nuova leva. Gli Austriaci erano in tutto quarantatremila. La vittoria delle truppe costituzionali sembrava dunque probabile. Vi erano forse molte milizie nuove: ma altre avean già pratica di guerre. Le nuove, d'altronde, parea volesser gareggiar con le antiche.

Il generale Pepe credea le milizie napoletane saldissime.

Ma come l'esercito austriaco si avvicinava a Napoli, un mutamento strano avveniva. Il popolo che avea creduto che il mutato regime avesse dovuto portargli maggiore prosperità e che, per colpa degli avvenimenti, non avea avuto niente altro che nuove gravezze, si mostrava indifferente; tramavano i partigiani del regime assoluto; i capi della setta carbonara, che si sentivano in pericolo, avean perduta l'audacia.

Il generale Pepe fece annunziare solennemente nelle gazzette di Napoli che avrebbe il giorno 7 di marzo dato battaglia e vinto. Strano generale e strani uomini, che annunziavano le battaglie anzi le vittorie a giorno fisso!

E la battaglia fu data infatti il 6 marzo. Ma le milizie, o poco fiduciose, o nuove, o incerte, al primo urto non resistettero. I soldati, anche prima di aver contatto col nemico fuggirono, e la voce dei capi non potè rattenerli.