Il generale Pepe giunse a Napoli prima che le fuggenti schiere giungessero. Parlò, esortò, chiese nuovi soldati, propose nuovi piani. Ma, poi che vide tutto perduto, fuggì all'estero.

Allora non vi fu ritegno. Uscirono subito nuove coccarde, in onore del governo assoluto. Il Parlamento, congrega poco tempo prima altiera, desiderosa anzi di battaglia e di vittoria, fece indirizzo al Re umile, sottomesso.

Per una crudele ironia della sorte le truppe che prima eran fuggite dinanzi al nemico eran quelle di Avellino e di Foggia: paesi che primi nel luglio dell'anno precedente avean voluta la costituzione.

Di tanti che parean destinati a compiere grandi gesta, che volean morire per tante cose, al momento del periglio non si trovò quasi alcuno. La setta immensa taceva. I deputati, eloquenti in pace, dinanzi al pericolo muti, disertavano il Parlamento. All'ultima ora, quattro giorni prima che il nemico fosse entrato, solo un piccolo numero osò votare una protesta del deputato Poerio, protesta ove ancora si ricorreva alla solita pietosa finzione, e del Re e del vicario si parlava come di uomini la cui volontà fosse stata coartata. Ma almeno qualcuno osò protestare, sia pure timidamente, nell'ora solenne del pericolo.

Il 23 di marzo entrarono a Napoli le truppe austriache, e il regime costituzionale finì da quel giorno di fatto.

E fu iniziato un periodo di violenze, di persecuzioni e di crudeltà. Moriron tanti per esse, che se avessero voluto incontrar morte più bella di fronte al nemico, il regime costituzionale non sarebbe così malamente finito.

Oltre alle cause esteriori, che si soglion di solito allegare, vi furono altre cause e maggiori, che una trasformazione nata subitamente, subitamente dovean soffocare. E queste cause van trovate non come si fa d'ordinario nella pochezza dei capi, nelle colpe dei generali, nelle incertezze del Parlamento, nei tradimenti della famiglia regale. Perchè il popolo non lottò? perchè l'esercito si sbandò? Non mai forze prodigiose nell'arte della guerra, genti dell'istessa razza e delle istesse contrade avean pochi anni prima, anche fuori della patria, dato prova di grande coraggio.

I moti del '20 furon promossi da due giovani idealisti: seguìti da genti che non avevan gli stessi intenti, nè gli stessi scopi. Il sostrato della carboneria, come noi abbiam visto, era di spostati, desiderosi di occupazioni civili, di militari desiderosi di avanzamento, di forensi desiderosi di fortuna. Non era possibile contentar tutti: anzi il numero enorme non permise che di contentar pochi. Le promozioni militari, fatte in base alla volontà della setta, demoralizzarono un esercito già inglorioso e privo di tradizioni; gli scontenti di tutte le classi erano il lievito della putrefazione in un regime non stabile. L'aristocrazia fondiaria, potente in Sicilia, si oppose come potè: a Napoli e nelle province, ove se non la forza economica, possedeva almeno il prestigio, screditò con l'astensione e l'avversione. Rimasero sul teatro dell'azione sopra tutto gli avvocati, audacissimi in tempo di pace. La massa dei lavoratori delle campagne non avea coscienza del suo stato: ma per istinto era più dalla parte del Re, che da quella dei suoi avversari, da cui sentiva o credeva di non dover nulla sperare. Chi sapeva la costituzione di Spagna? e che valeva per essa lottare, per essa morire? I carbonari non erano più morali dei loro avversari: ricorrevano anzi, potendo, agli stessi mezzi.

La rivoluzione di Napoli dovea cadere: le fu colpa cader vilmente.

Ferdinando introdusse la frusta, riempì le carceri, esiliò moltissimi; ma nella persecuzione, già vecchio e stanco, non ebbe la crudeltà che avea avuta nel 1799. I suoi ministri Medici, Canosa eran peggiori di lui; avventurieri e ribaldi, che governavano con male arti, che mentivano con il loro sovrano e non avean fede se non nell'arte dello inganno.