E in tante cattive passioni le due figure che rimasero al di sopra e che anche adesso rimangono, furon quelle dei due sottotenenti Morelli e Silvati, che disertori da Nola, aveano più per viltà altrui, che per virtù propria, mutato le basi del reame. Il Re che fu indulgente con altri, temendo forse la riprovazione dei paesi civili, non fu nè volle essere con essi.

Nè l'uno, nè l'altro, durante l'imperversare della carboneria, benchè carbonari essi medesimi e rivestiti di alto grado vollero far cosa che suonasse violenza o abuso. All'avvicinarsi delle truppe austriache a Napoli, fugato l'esercito, fuggirono anch'essi, cercando scampo, dopo aver tentato invano sollevare di nuovo la provincia di Avellino. Imbarcati su piccola nave volean raggiungere la Grecia, ma una tempesta li spinse sulle coste di Abbruzzo, ove riconosciuti furon, dopo molte vicende, mandati a Napoli e processati.

E furon processati come molti altri in forma crudele e trista. Nel giorno del dibattimento quattro degli accusati erano infermi con febbre, uno soffriva di emottisi, un altro, per riaperte ferite di guerra, dava sangue dal collo e dalla gola. Furon messi tutti insieme: e mentre due eran quasi morenti e altri balbutivano dalla febbre, furono interrogati e condannati, non ostante le proteste dei difensori e del pubblico. A quasi tutti fu fatta grazia della vita: due soli, Morelli e Silvati, come i promotori e i responsabili dei fatti di luglio dell'anno precedente furono giustiziati. E, nel momento supremo, non smentirono sè stessi.

Morelli avea tentato di avvelenarsi per morire liberamente: Silvati, cristiano e cattolico convintissimo, non avea voluto. Salendo le scale della forca il 12 di settembre del 1822, Morelli vide silenziosa e avversa la stessa folla, che due anni prima lo avea acclamato insieme al suo compagno, mentre entravano a Napoli a capo delle ribelli truppe di Monteforte. Non però un solo grido in suo favore. Nel tragico momento egli non volle smentirsi. E a folla ostile parlò dei martiri del 99 e disse di esser lieto di morire per la libertà.

E accanto a Morelli e Silvati, che furon la poesia di una rivoluzione che poesia quasi non ebbe, mirabile fu la condotta di altri accusati, che imputavan sè per discolpare altri: nobile contrasto al maggior numero, che sè discolpava, altri accusando.

Lord Giorgio Byron, dopo la caduta della causa liberale a Napoli, imprecava spietatamente contro i Napoletani: «Vivere liberi o morire, essi gridavano: morire ripetea l'eco delle montagne. Vani trasporti! entusiasmo effimero e fallace! quale derisione sanguinosa cade ora sulle loro teste. Infelici! Eccoli inevitabilmente in preda ai fiotti amari del ridicolo e della infamia. Morire! No, voi non morrete più; la severa e terribile libertà, di cui avete compromessa l'augusta causa, il tradimento dei popoli di cui la vostra risolutezza avea usurpata la stima e di cui il vostro delitto ha tradito la speranza, vi rifiutano egualmente l'asilo della morte e dell'oblio.»

Parole crudeli e non eque: le quali trovan forse la loro giustificazione nel fatto che prorompean da un'anima assetata di libertà, che non sapea perdonare di vederne compromessa la causa.

Entrati gli Austriaci a Napoli assai furon quelli però che non seppero rassegnarsi alla servitù. Migliaia fuggirono in lontane terre e andarono per il mondo, a lottare, a cospirare, a preparare le rivoluzioni future. E tra essi erano Rossaroll, che avea tentato, anche dopo la catastrofe, di ribellarsi in Messina; Pietro Colletta che nella sua grande storia forse molto s'illuse sul suo popolo, ma fece il più terribile atto di accusa della monarchia borbonica, sì che fu detto a ragione che nessun libro ebbe tanta efficacia sulle sorti del popolo napoletano; e Guglielmo Pepe, che dopo aver molto errato seppe almeno molto amare e molto lottare.

La rivoluzione del '20 non fu bella, sopra tutto perchè non ebbe il sacro battesimo del sangue; e perchè seguendo le rivolte di Spagna, n'ebbe tutto il carattere: non fu opera di popolo, ma di cospiratori e di forensi, battaglieri in pace, pacifici in guerra.

Ma ad onore delle genti meridionali bisogna dire che per settant'anni la causa della libertà trovò in esse i principali sostenitori. Mentre altre genti d'Italia, più tenaci forse nel pericolo, ma meno insofferenti, chinavano il capo alla servitù, dal lembo estremo della penisola venivan le voci e i tentativi della riscossa. E fu l'esercito napoletano che, nel 1813, tentò, per la prima volta forse l'unità d'Italia, che popolo più fortunato dovea compiere: unità che anche con i suoi svantaggi, è la nostra fortuna e la nostra salvezza, e che noi dobbiamo mantenere oggi sopra tutto che le vecchie e perfide tradizioni separatiste, causa di ogni nostra sventura, risorgono malefiche negli animi italici. E furono i Napoletani che diedero maggior numero di morti e di esuli per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia. E se l'opera dei meridionali fu un po', come la loro natura, vivace, tumultuosa, disordinata, fu anche negli anni della servitù, la scintilla che mai non si spense e che determinò altrove più grande e più poderoso incendio.