POLITICA E BEL MONDO CRONACHE FIORENTINE DAL 1815 AL 1831
CONFERENZA
DI
GUIDO BIAGI.
Signore e Signori,
Il 17 settembre 1814 non fu a Firenze un sabato come tutti gli altri. Sin dall'aurora la gente era tutta in moto, e così dalle povere impannate delle casupole, come di dietro alle vetrate co' piombi delle case civili e dei palazzi, le fiorentine sempre curiose allungavano gli occhi per guardar giù nelle strade formicolanti di popolo: di contadini in calzon corti, di villane infioccate, di birri, di preti con gli abiti di tutti i colori consentiti dalla licenza francese, e di soldati delle milizie toscane e tedesche, i quali, al suono dei pifferi e dei tamburi, movevano dalla gran guardia di Palazzo Vecchio e dalle caserme verso il Duomo e Porta a S. Gallo. Molta la gente a cavallo, moltissime le carrozze padronali con i lacchè a cassetta e in piedi sul predellino di dietro; e procedevano a stento fra il pigia pigia della folla, gravi, pesanti, massiccie come cariaggi, portando quasi in pompa dame e cavalieri, sgargianti negli abiti di gala che alla Restaurazione aveva legato l'Impero.
Alle ore sette, le milizie erano già schierate lungo le vie e nell'interno del Duomo: la calca cresceva, e il mareggiare delle teste refluiva verso Porta a S. Gallo; e, più oltre, attraverso all'Arco trionfale e su per il Ponte Rosso, si stendeva a perdita d'occhio lungo la via Bolognese. In mezzo alle file dei soldati, passavano staffieri a cavallo, battistrada, carrozzoni di gala con cerimonieri, ciambellani, magistrati, ufficiali. Alle otto, col primo colpo di cannone sparato da Belvedere, le campane di tutte le chiese cominciarono a suonare, annunziando ai fedeli toscani che S. A. I. e R. l'Arciduca Granduca di Toscana Ferdinando III, movendo dalla villa Capponi alla Pietra, dove aveva fatto breve sosta per riposarsi e cambiarsi gli abiti da viaggio, stava per arrivare a Firenze. Ricevuto dal suo nuovo gran Ciambellano, cav. Amerigo Antinori, e dai due ciambellani di servizio di settimana, Tommaso Corsi e Silvestro Aldobrandini, il Granduca, il cui viaggio da Firenzuola in poi era stato un continuo trionfo, dopo aver vestito il suo grande uniforme, prese posto nella sua muta a sei cavalli infioccata a gala, in compagnia del maggiordomo maggiore don Giuseppe Rospigliosi e del gran Ciambellano cav. Amerigo Antinori.
A questa seguiva un'altra muta a sei cavalli, in cui erano i due ciambellani di servizio Corsi e Aldobrandini, insieme con i due ciambellani Bodech e Reinack, che il Granduca avea condotto seco da Wisbourg. Intorno all'equipaggio del sovrano galoppavano, superbi delle monture rosse e delle lucerne piumate, dodici uffiziali del nuovo corpo dei dragoni, e alla portiera il Maggiore che li comandava. Lungo la strada, tra il fragor delle campane e il rombo de' cannoni, tra il vocío e gli evviva della folla, udivi i comandi degli ufiziali che ordinavano di presentare le armi; e giù dalla scesa del Pellegrino si avanzava entro un nuvolo di polvere, scortata dai dragoni e tutta splendente e luccicante al sole, la carrozza del Principe. Gli evviva, i battimani, le grida scomposte ma fervide, aumentarono coll'ingrossar della folla.
Giunto il Sovrano alla Porta a S. Gallo, il già senatore Girolamo Bartolommei, gonfaloniere del Comune di Firenze, i Priori e il Magistrato civico, fattisi incontro al Granduca, gli presentarono le chiavi della città. Voleva il Gonfaloniere in quel punto pronunziare il discorso già preparato; ma la commozione che provò il valent'uomo come quella onde fu preso il Sovrano, troncò ad ambedue la voce, e le sole lacrime del Gonfaloniere e dei Priori furon l'omaggio ch'essi seppero rendere in nome della città all'amatissimo Principe.
La scena può parer comica, poichè risveglia il ricordo di tanti altri ingressi burleschi, di tanti discorsi di gonfalonieri e di sindaci che non furon troncati dalle lagrime, bensì dagli sbadigli e dalle risa. Ma possiamo esser certi che quelle lagrime de' magistrati fiorentini eran vere, sgorganti dal cuore, e che le accoglienze ch'ebbe Ferdinando III in Firenze e in tutta Toscana, quando vi rimise il piede dopo quindici anni di esilio, erano spontanee e sincere.
L'entrata del Granduca somigliò ad un trionfo, come il suo ritorno nei dominî toltigli dall'invasione francese parve opera di giustizia riparatrice. Il buon popolo fiorentino l'avea veduto lasciare la reggia e Firenze una triste mattina del marzo 1799, e con lacrime aveva accompagnato la sua dipartita. Ferdinando avea preso la via di Vienna, rassegnato e fidente, raccomandando a' sudditi di rimanersene in calma, e di confidare nella Provvidenza. Ora, dopo tanti rivolgimenti, dopo tante scosse e così rumorose cadute, egli tornava come un padre che rientri in casa sua, con la coscienza di non aver rimproveri da farsi, con la fiducia di poter essere ancora amato dai sudditi.
L'ingresso in città fu fatto in gran pompa. Sulla Piazza di S. Marco, trasformata in anfiteatro, sorgeva un gruppo trionfale rappresentante la Vittoria, la Concordia, la Giustizia e la Pace che conducevano il carro su cui sedeva Ferdinando III. I più illustri artisti dell'Accademia avevan lavorato a cotesto gruppo e a tutte quelle simboliche architetture: il Morrocchesi, Pietro Bagnoli, Francesco Benedetti, perfino i cherici del Collegio Eugeniano, avevano cantato il ritorno dell'ottimo, del desideratissimo Principe. Dalla Porta a S. Gallo al Duomo, dov'ebbe la benedizione, dal Duomo a Pitti, e poi la sera alle Cascine e per le vie di Firenze, e il giorno appresso e in quelli in che celebraronsi le feste date dalla Comunità col palio dei Cocchi in piazza S. Maria Novella, con illuminazioni e fuochi d'artifizio, gli evviva, gli applausi e le grida gioiose non ebbero freno. L'arciduca Leopoldo principe ereditario, le arciduchesse Maria Teresa e Luisa, che arrivaron dipoi, ebbero anch'esse accoglienze festose, e plausi e acclamazioni. Il canto de' poeti rispecchiava i sentimenti del popolo: