III.
A tutti questi divertimenti, e perfino ai più umili, anche a quello della caccia al grillo il giorno dell'Ascensione alle Cascine, partecipava con la Corte il bel mondo che — come dice lo Stendhal — metteva in pratica la grand'arte d'esser felice, senza neppur sapere quanto sia difficile il possederla.
La società elegante, la nobiltà e la cittadinanza più ricca non sdegnava di restare a Firenze molta parte dell'anno. In campagna a villeggiare si andava soltanto in maggio e in giugno, ritornando in città per il Corpus Domini e per le Feste di S. Giovanni. E in città, nei palazzi e nelle case antiche, in quelle vecchie strade dove ne' solleoni senti uscire dalle cantine e dai cortili un frescolino che par quasi alitare dalle pietre come vi fosse dentro conservato da secoli, — non temevano gli ardori canicolari e non sentivano il bisogno nè delle bagnature, nè dell'aria di montagna. I bagni eran soltanto per i malati sul serio; e i medici non conoscevano che la virtù terapeutica dei Bagni di S. Giuliano e delle Terme di Montecatini; e ci spedivano chi ne avesse bisogno, e non, come ora, tutta la famiglia. In campagna si tornava dopo la SS. Annunziata (15 d'agosto) e ci si restava fino a S. Michele (29 settembre), senz'altri svaghi che la solita partita, il paretaio o la caccia a tempo e luogo, qualche ballonzolo campestre per la vendemmia, e i dilettevoli giuochi di società come la berlina e il tibidò.
D'inverno in città si tenevano le conversazioni, ricevimenti alla buona dove si giuocava al terzilio, alle minchiate, a' quadrigliati, a calabresella, al whist ed all'hombre, si faceva un po' di musica con forte-piano, cembalo, violini, violoncelli e cantanti da camera, e si giravano rinfreschi, sorbetti, acque, sciroppi, e qualche volta il thè. D'estate si riceveva in giardino, e si passava il cocomero in diaccio. La padrona di casa riceveva in abito accollato; perchè in giubba e in décolleté non si andava che a feste per inviti in iscritto.
Fra i salotti più antichi, quello della contessa d'Albany, che abitava, com'è noto, nel Palazzo Gianfigliazzi in Lungarno. Negli ultimi anni, la Contessa ed il Fabre eran diventati molto agri, lei in ispecie, fosse la politica o la vecchiaia o l'uggia di vedere che tutti la rispettavano, fuori che il tempo. I sabati della Contessa erano frequentatissimi dai forestieri, dai diplomatici e dai Fiorentini, che bofonchiavano un maligno epigramma:
Lung'Arno ammirano i forestieri
Una reliquia del conte Alfieri.
Una sera, coi fratelli Robilant, arrivati allora in Firenze ci capitò, dopo la Pergola, anche Massimo d'Azeglio, che le sentì dire, rivolta al principe Borghese: «A quelle heure viennent ces Messieurs!» L'Azeglio, incenerito da quel fulmine, si tirò indietro e s'accostò al conte di Castellalfero, ministro sardo in Toscana, che essendo sera di gala portava il grande uniforme tutto ricamato con gran cordoni e croci e patacche di brillanti e che l'accolse con l'usata benevolenza. Rinfrancato, venne all'Azeglio l'idea di pigliare da un vassoio un gelato, di quelli durissimi, che si chiamavano allora mattonelle, e che voleva rappresentare una pèsca. «Io mi trovavo proprio a petto al Conte, scrive l'Azeglio, e mentre cerco col cucchiaino d'intaccare la mia pèsca, ecco che mi schizza di sotto come un nocciolo di ciliegia pizzicato, la vedo balzare sul gran cordone del Ministro, e dal cordone rimbalzare sul tappeto e rotolare fin davanti alla contessa d'Albany. — Mi pare di correre ancora! e fu quella la mia ultima visita!»
Morta la Contessa nel 1824, la sua perdita alla maggior parte dei nostri e degli stranieri, fu meno sensibile che non doveva. La società buona in tutti i paesi, osservava Gino Capponi, che fu assiduo di quel salotto, è un mauvais lien avoué, e si reputa virtù il dir male di quelli che si frequentano più.
Ma, di case ospitali, a Firenze non c'era penuria. La marchesa Clementina Incontri, nata di Prié, coltissima dama, apriva il suo palazzo di via de' Pucci alla più eletta società, e vi convenivano i Piemontesi più specialmente e i letterati. In casa Incontri, come in casa Rinuccini, le persone più istruite e più liberali eran le meglio accette; perchè coteste due famiglie fin dai tempi dei Francesi furon l'anima del partito rinnovatore italiano e parteggiavano per Eugenio Beauharnais, vagheggiando e caldeggiando la riunione della Toscana al Regno Italico. Il marchese Pier Francesco Rinuccini e il marchese Lodovico Incontri erano stati in gioventù benissimo accolti in casa del ministro Tassoni, che rappresentava il Vicerè d'Italia presso la Regina d'Etruria e dipoi presso il Governo provvisorio francese e la granduchessa Elisa Baciocchi. Le tradizioni liberali delle due famiglie, apparvero anche nei parentadi, perchè le tre figlie del Rinuccini andarono spose una al marchese Trivulzio di Milano, una a don Neri Corsini marchese di Lajatico e la terza all'emigrato pontificio marchese Azzolino; mentre una delle figlie di Gino Capponi ebbe per marito il figlio del marchese Lodovico Incontri.