Ma cittadini avari

Ti combattono i fianchi, e si saluta

Con plauso il giorno della tua caduta.

I Lungarni, di qua terminavano al Ponte alla Carraia, e poc'oltre Piazza de' Cavalleggeri: di là al Ponte S. Trinita e al Torrino di Santa Rosa. Strettissime Via de' Martelli, Via de' Cerretani, Via de' Panzani e Via de' Tornabuoni, dove la loggetta del palazzo Corsi sorgeva al fianco del palazzo Strozzi. Le Cascine arrivavano sin presso S. Lucia sul Prato, e vi si accedeva o dalla Porta al Prato o dalla Porticciuola di Piazza delle Mulina, dov'è ora Via Curtatone. Fra Valfonda e Via della Scala, nell'area occupata dalla Stazione e dalle strade adiacenti, si stendevano orti e poderi; fra Via S. Zanobi e l'odierna Via Guelfa sino alle Mura, orti e poderi; e così fra Via del Maglio (Via Lamarmora) e Via Gino Capponi, e in quel grande rettangolo che avea per lati: Borgo Pinti, Via de' Pilastri e Borgo la Croce e le mura da Porta a Pinti a Porta alla Croce.

In Piazza del Granduca, fra Calimaruzza e Vaccherecchia, la Tettoia de' Pisani copriva l'edificio della Posta, dove entravano e donde movevano allo squillo delle cornette le vetture corriere, co' variopinti postiglioni a cavallo, svelti e vivaci alla partenza, sudati e polverosi all'arrivo desiderato, e sempre accerchiati e molestati dai monelli, dai curiosi, dai fannulloni. Traverso alle inferriate del palazzo si distribuivano le corrispondenze: e nei giorni di posta (perchè a quei tempi beati anche la posta si riposava), sotto il tetto de' Pisani affluivano quanti aspettavano lettere: e ne chiedevano agl'impiegati con quell'ansietà onde ne chiedono anch'oggi, e ne erano accolti colla stessa fiaccona. Di solito, tranne nelle vie principali e la festa, o per qualche ricorrenza, poca gente per le strade. Vetture di piazza non c'erano: fino al 1824 S. Fiacre non ebbe culto fra noi. In quell'anno ne comparvero cinque o sei, ed ebbero per stazione Piazza del Duomo presso il Sasso di Dante. In Via Larga, di faccia al palazzo Riccardi, fra una lastra e l'altra cresceva l'erba. Modeste le botteghe, anch'esse tagliate all'antica: come quelle più antiche del Ponte Vecchio o le ultime scomparse presso Badia, aveano dinanzi un muricciuolo, entro il quale si apriva uno stretto usciolino, e di qua e di là sul muricciolo eran le bacheche, di vetri verdastri, tra le cui crociate entrava nella bottega una luce discreta.... come i prezzi d'allora. Dopo il 1814, cominciarono a comparire nei negozi più eleganti le prime vetrine, e ne segnala lo sfarzo meraviglioso nella sua Cronaca manoscritta Gaetano Nardi, cuoco degl'illustrissimi marchesi Niccolini, che a' suoi padroni lasciò in retaggio venti e più volumi di storie, dove ragiona di tutto, d'archeologia e d'edilizia, di religione e di politica, dimostrando le strette attinenze che ha sempre avuto la politica con la cucina.

La vita fiorentina di quegli anni, la vita pubblica almeno, consisteva in feste di chiesa, in processioni, sfoggiate e solenni, in fiere di nocciuòle, di cocci di cianfrusaglie, in riviste o come dicevansi parate militari, in corse di barberi, nelle quali si correvano palii o bandiere, nella gran corsa dei cocchi in Piazza S. Maria Novella la vigilia di S. Giovanni, in fuochi artificiali che per lo più scoppiavano e sfolgoravano in razzi e pioggie luminose dall'alto della Torre di Palazzo Vecchio; in mascherate, in festini sotto gli Ufizi, ed in balli. Lo scoppio del carro del Sabato Santo, la fiera della SS. Annunziata l'8 settembre con l'illuminazione e le rificolone, richiamavano a frotte il contadiname e la gente de' paesi vicini, que' buoni terrazzani che, nelle solennità, assaporavano con ghiotta parsimonia un di quei gelati del Bottegone, mantecati, deliziosi, che si ergevano piramidali sopra uno stretto ed esile bicchierino. Le processioni, i servizi di chiesa, ristabiliti col 1815, quando si ripristinarono con gran pompa le feste del Corpus Domini e di S. Giovanni Battista, empivano d'allegrezza l'animo di tutti, e di rimpianto chi era impedito d'assistervi. Giacomo Leopardi, tormentato da uno de' suoi mille malanni, scriveva nel 1827: «Domani sarà per me un giorno feriato. Gli altri avranno corse di bighe, corse di barberi dei primi d'Italia, fuochi artifiziali che costano non so quante migliaia.... Io non vedrò nulla, e me ne dispiace.» E davvero c'era di che lamentarsi!

Per il Corpus Domini si faceva la gran processione, preparata, aspettata, desiderata di lunga mano. I giorni innanzi si stendevano grandi tendoni bianchi sulle vie per cui doveva passare, e già la città pigliava un aspetto festivo. Chi abitava più su dei primi piani doveva rassegnarsi a non veder nulla di casa sua; ma i favoriti dalla fortuna addobbavano le finestre e i terrazzini con tappeti ed arazzi, preparavano le bombole, gli scartocci o le padelle per l'illuminazione, con gran gioia dei ragazzi che già apparecchiavano lo stomaco per i rinfreschi e sognavano la notte i fuochi, i soldati e gli spari. Finalmente veniva il gran giorno, salutato dallo scampanìo di tutte le chiese. Il momento solenne si avvicina. Ecco la processione: sfilano le compagnie delle parrocchie con gli stendardi e i fuciacchi; seguono le fraterie salmodiando; e poi, precede il clero di S. Lorenzo, e quello della Metropolitana, prima i seminaristi poi i chierici. Segue un battaglione di fanteria con banda; indi i cappellani e un battaglione di granatieri. Ecco le livree di Corte, la nobiltà in uniforme e spadino, e l'uffizialità in gran montura. Seguono i canonici della Metropolitana, i furieri e gli uscieri in uniforme di gala, poi i ciambellani coperti di croci e di ricami, i canonici dignitari con le pellicce magnifiche, i consiglieri che recano torce date dalla Corte, i Ministri ecclesiastici parati, le cariche di Corte con torcie, e finalmente il baldacchino fiancheggiato da 8 paggi coi loro precettori in linea e senza torcia e 8 guardie del corpo con carabina. L'aste del baldacchino son sostenute da' cavalieri di S. Stefano vestiti del lungo manto bianco con le maniche foderate di rosso, con la croce purpurea a manca o sul petto. E dietro al baldacchino S. A. I. e R. il Granduca, con 4 guardie del corpo armate di carabina, seguìte dal gran ciambellano, dal segretario d'etichetta, dai camerieri e dalle magistrature. Chiudono il corteggio una brigata di guardie a cavallo e le milizie toscane, con gli enormi gaschi e le lucerne; e i tamburi, in doppie, in quadruplici file, seguìti dai pifferi e diretti, guidati, tiranneggiati dal gigantesco capotamburo, che rotea in alto superbo la sua mazza d'ebano col pomo d'argento, al cui terribile cenno essi battono il rullo assordante o lo sospendono d'un tratto... impietriti.

La vigilia di S. Giovanni, nel dopopranzo, il palio dei cocchi in Piazza S. Maria Novella, a cui interveniva nei carrozzoni di gala e in gran pompa la Corte, che prendeva posto coi Ministri esteri in un palco sotto le loggie di S. Paolo. Cominciava la festa con un corso di carrozze, mentre i palchi dell'anfiteatro, le finestre, le terrazze e perfino i tetti delle case sulla piazza si empivano, si accatastavano di spettatori. E all'ora fissata, i soldati sgombravano la Piazza e comparivano le quattro bighe alla romana, guidate da un auriga, non diciamo un cocchiere, vestito all'eroica, di rosso, di giallo, d'azzurro o di verde come il suo cocchio. Tirato il canapo e data la mossa, tra gli applausi, i fremiti e le ansie della folla, le bighe giravano tre volte attorno allo steccato da una guglia all'altra e chi primo giungesse avea gli onori del trionfo, gli evviva, gli abbracci e la gloria d'un giorno. La sera fuochi d'artifizio da Palazzo Vecchio, e dopo il 1826 sul ponte alla Carraia; illuminazione della città, della Cupola, del Battistero e del Campanile, e trattenimento musicale nel recinto fra la Canonica e il Duomo.

Il giorno di S. Giovanni, il Gonfaloniere col Magistrato civico recavasi al tempio per l'offerta della cera; poi messa pontificale dell'Arcivescovo nella Metropolitana, a cui interveniva la Corte. Nel pomeriggio corsa di barberi dalla Porta al Prato a quella alla Croce, con premio d'una ricca bandiera, che si faceva benedire in S. Giovanni. La corte assisteva allo spettacolo dal terrazzo al principio del Prato, con in faccia schierate le guardie a cavallo. Il tragitto era percorso dai barberi in circa sette minuti, e dalla sommità della Porta alla Croce si facevano alcune fumate di polvere per avvisar qual dei cavalli fosse primo arrivato, e le fumate ripetevansi dalla pergamena della Cupola del Duomo: il Sovrano, vedutele dalla sua loggia, segnava il nome del vincitore sulla nota che aveva in mano e che gettava alla folla. La sera spettacolo di gala all'I. e R. Teatro di Via della Pergola con grande illuminazione e con passo libero al popolo, o feste campestri nel giardino del Teatro di S. Maria, più tardi intitolato al Goldoni.

Ma non scordiamo gli spari, le salve di artiglieria e moschetteria, che si facevano sulla Piazza del Duomo e dal Forte di Belvedere, mentre il Granduca e la Corte assistevano alla messa pontificale! Al comando caricat'-arm! gridato dai comandanti a cavallo, i fucilieri eseguivano i 24 movimenti prescritti; le bacchette d'acciaio, svelte con prestezza dai fucili, luccicavano fra le mobili dita dei militi, e dopo mille giravolte cadevan tutte d'un colpo nelle canne dei moschetti, per uscirne, e dopo altrettanti giri, tornare al loro posto: s'innescava il fucile, l'acciarino batteva sulla pietra; e da quelle mille bocche da fuoco scoppiava il baleno ed il tuono, mentre un fumo denso e biancastro avvolgeva ogni cosa. I ragazzi e le donne strillavano o si tappavano gli orecchi; e dopo il terribile rimbombo, riapparivano le file dei soldati, immobili, come fantocci di legno. Per ogni colpo, 24 movimenti e tre minuti di manovra! Il tempo per scappare fuori di tiro!