Checchè altri opini, la Toscana sotto il governo restaurato di Ferdinando III visse anni felici di prosperità materiale, di liberale mitezza, con leggi, se non in tutto buone, certamente applicate con grande moderazione. Uno Stato compreso — come diceva il Niccolini — tra Orbetello e Scaricalasino, non era difficile a governare. Il popolo, de' trambusti passati si rifaceva nella tranquillità, un po' supina, se vuolsi, di quegli anni, ma onesta e sicura; contro le inframmettenze e le prepotenze dell'Austria, vegliavano il Sovrano e i Ministri. L'aristocrazia accarezzata a Corte era tenuta lontana da ogni ingerenza che potesse parere soverchia: favorita la piccola gente: gl'ingegni mezzani e pieghevoli lusingati con accorte blandizie: gli esuli e i liberali sorvegliati senza eccessivi rigori: si voleva, e si ottenne, che i Toscani d'ogni condizione, d'ogni classe, d'ogni età, riuniti nell'amore del Sovrano e del pubblico bene, formassero una sola famiglia. Al Granduca era grato il riposo e il vivere lieto: del principato amava più i comodi che le cure: gli piacevano gli ozi delle villeggiature medicee, nelle quali gradiva la compagnia degli uomini colti, come Gino Capponi, che fu suo ciambellano.
Racconta il Capponi che una volta al Poggio a Caiano andarono in gran fretta da Firenze i Ministri per tenere un consiglio straordinario. Partiti i Ministri, il Granduca chiamò il Capponi nella sala stessa dov'erasi adunato il Consiglio, parata d'un drappo di seta a fiorami, e mostrandogli certe rose che ricorrevano di tratto in tratto nel tessuto, gli domandò se gli pareva che avessero tutte un ugual numero di foglie; ed avendo il Capponi risposto affermativamente: «Lei sbaglia, riprese il Granduca, perchè in quell'angolo ce n'è una che ha una foglia di meno, forse per malefatta del tessitore.»
Ed era vero; ma il Granduca, per essersene accorto, doveva, durante il consiglio, aver badato più a quelle foglie che agli affari di Stato.
II.
Piccole le figure; ristretto e piccino anche il quadro.
La Firenze di cotesto periodo non era della Firenze d'oggi che il boccio, apertosi più tardi nel fiore che ne uscì fuori con tanto rigoglio e tanta vivezza di colori e di profumi. Allora noverava circa 80,000 abitanti: e nel perimetro della quarta ed ultima cerchia delle sue mura, spesseggiavano verso la cinta gli orti, i giardini, i poderi, tanto da occuparne un buon terzo. Nel centro, le strade, intorno al Vecchio Mercato ed al Ghetto che abbiam veduto distruggere, erano strette, malagevoli, storte. Via de' Calzaioli, che allora chiamavasi Via dei Pittori e Corso degli Adimari, era così angusta che non vi passavano due carrozze di fronte, e quando fu allargata nel 1842 abbattendo l'antica torre che sovrastava il suo ingresso verso Piazza del Duomo, la pacata musa di Emilio Frullani ne salutò la scomparsa non senza rimpianto.
Cadrai tu pure, antica
Torre degli Adimari;
E non gente nemica,