La vita del Pellico, fra le vite di coloro che maggiormente operarono al risorgimento d'Italia, è una delle più note, non solo fra noi, ma fors'anco in Europa. Il libro delle Prigioni, tradotto in ogni lingua di popol civile, fu uno dei primissimi libri, su cui apprendemmo a meditare e a soffrire; il secondo, sul quale imparammo ad amare ed a piangere; poichè il primo libro, che a noi tutti insegnava questi due sospiri dell'anima, fu il santo cuore materno. Il cuore materno! Ecco, Signori, il principal fondamento al carattere e all'eroismo di Silvio Pellico. Educato in una famiglia di costumi patriarcali e patriottici, ebbe fin dalla sua fanciullezza a sperimentare quanto fossero duri i casi della politica; perchè alla caduta della Monarchia piemontese avevano i Pellico dovuto rifugiarsi sull'Alpi, per non subire le prepotenze di quella strana specie di liberali, che, secondo il loro costume, non consentono agli altri il diritto di pensarla diversamente da loro. E in quei tristi giorni conobbe Silvio anche meglio quale tesoro di virtù si accogliesse nel cuor di sua madre, in cui pareva tutta adunarsi la virtù di quel popolo di Savoia dond'ella veniva. Ai numerosi figliuoli fu coll'integro marito maestra, non solo nei rudimenti della cultura, ma nei buoni principi del vivere, e negli esempj migliori; soprattutto nelle lezioni della sventura, e in quella dignità onde all'uomo di cuore è mestieri di sostenerla.

Ma, tanto felice nei parenti, fu Silvio altrettanto infelice nella salute; e qui appunto la materna sollecitudine si trovò nel suo regno, ed egli vide quell'angelo di carità assisterlo nelle lunghe tormentose agonie, e, con industrie che solo indovina una madre, strapparlo alla morte, disperato dai medici. Così il concetto di questa donna crebbe ognora più nel suo spirito, come la sua gratitudine; e la riverenza filiale, che in lui rivestì le forme più delicate e gentili, dovè essere la tutrice e la guida di tutti i suoi atti, ed esercitare sull'animo suo una costante efficacia.

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L'ingegno del Pellico si rivelava sin dai primissimi anni. Toccava appena i due lustri, e già componeva una tragedia: componimento puerile, abbozzato, scorretto, ma che poteva bastare a far in lui presagire il futuro scrittore dell'Erodiade, della Gismonda e della Francesca da Rimini.

Continuando a studiare sotto la guida del buon Manavella in Torino, dove la famiglia si era, per ragione dell'ufficio paterno, condotta, recitava Silvio co' suoi fratelli e con altri fanciulli commediole, che il buon padre dettava per essi, non senza accento di arte e di verità. Nella piccola Compagnia del teatrino domestico era una fanciullina, Carlotta. La ingenuità delle grazie, la semplicità degli atti, la leggiadria del verginale costume s'impadroniscono del cuore appassionato di Silvio. Già gli splendeva una immagine di donna, tutta affetto e virtù, maestra e consigliera della vita; un'altra gli si affacciava ora di donna, che in voi si trasforma, e che, padrona e schiava del vostro cuore, sorride al vostro destino, ch'è il suo.

Perchè il Pellico era nato ad amare; e in ogni sua opera, infatti, dei due elementi artistici, il cuore e l'intelletto, il primo sempre e assolutamente prevale. E come il suo cuore palpita di ammirazione e di amore per questa creatura divina, la donna, così per lui nella donna s'impersona la stessa bontà, che è il suo ideale; tanto, o Signori, che egli vi creerà persino una Francesca senza peccato, perchè vuole che l'ideale della donna non mai impallidisca o si offuschi. E questo culto della donna (del quale in Silvio la viva predilezione pei fiori è un delicato riflesso) fu in lui, non soltanto compiacimento d'animo aperto al senso della bellezza, ma istinto altresì di un cuore innamorato del bene.

La morte, però, troncava questo suo primo amore nascente: la sua Carlottina si spengeva a 15 anni; e se la fede darà a lui la rassegnazione, non potrà ministrargli l'oblio; onde la memoria di questo amore andrà pur essa con altre care memorie a visitare più tardi il povero prigioniero, e l'occuperà malinconicamente; e nell'anniversario della morte di lei, come il Maroncelli ne attesta, una preghiera più fervida dell'usato dirigerà Silvio a questa eletta creatura, che egli già vagheggia beata.

E quando, trascorsi alcuni anni da questo primo amore infelice, sul punto di affrontare i dolori e le gioie dell'arte, s'incontra nella celebre attrice Marchionni, e scorge crescerle al fianco, delicatissimo fiore, la sorellina Teresa; il poeta osa sognare un'altra volta un futuro conforto, e con l'onesta fanciulla s'illude, incominciando corrispondenza di affetti. Ma indi a poco sente addensarsi la procella sul capo, e anche questo nodo è costretto ad infrangere; e in una lettera, che fu l'ultima, a lei, «Compiangimi, mia buona amica (le scrive), io non sarò mai felice. Ogni speranza di bello avvenire svanisce; e quanto più mi vedo nella impossibilità di superare i crudeli decreti che mi dividon da te, tanto più sento che t'amo, e che senza te la mia vita non ha che amarezza.» Queste parole scriveva dal lago di Como la mattina del 13 ottobre 1820, e poche ore appresso in quel medesimo giorno, venuto Silvio a Milano, era, o Signori, arrestato.

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Ma non precorriamo gli avvenimenti, e quantunque, ripeto, notissimi, non mi sappiate mal grado se io debbo qui, almeno fugacemente, riandarli.