Come Alessandro Manzoni, così il Pellico bevve alle sorgenti del dubbio, segnatamente per le suggestioni sinistre di un frate apostata, nella dimora sua di 4 anni a Lione, presso uno zio della madre, e dove diedesi tutto allo studio della letteratura francese. Ma, come il Manzoni, così il Pellico tornò presto a coscienza; e nel 1806 si sentì ricondotto alle dolci memorie della prima età, e restituito d'un tratto al culto dei nostri classici.

Il genio italico aveva sfolgorato novamente di luce sua propria: il Vico, il Galvani, il Volta, il Beccaria, ed altri sommi, maravigliavano il mondo; sorgevano i due grandi banditori di libertà e di civili virtù, il Parini e l'Alfieri, e si traevano dietro una schiera di valorosi, tra i quali Ugo Foscolo, che pubblicava I Sepolcri. E questo carme sublime parlò con accento ineffabile alla mente di Silvio sulle piagge fiorite della Saona e del Rodano; da quell'istante i suoi studj prendono un nuovo andamento, e risolve di tornare in Italia; vola, infatti, a Milano, dove allora si trova la sua famiglia, e dov'egli può meglio compiere la sua educazione letteraria; divien professore di francese nel Collegio degli Orfani militari, e consacra il resto della giornata alle opere dell'ingegno; conosce il Monti ed il Foscolo, ammira ed ama entrambi, ma il secondo con tutta l'anima sua.

Parrebbe che tra queste due così opposte nature (il Pellico e il Foscolo) non si dovesse dare che ripulsa e contrasto; eppure, la dolce mitezza del primo si stringe in maniera indissolubile alla energia violenta dell'altro, e vi cerca tutela, esempio, conforto dell'animo, bisognoso di confidare, di ammirare, di amare! Que' due cuori così dissimili univa fortemente, però, quasi fossero un unico cuore, carità di patria, sdegno di oppressione, sacro ufficio di lettere, e, sotto ai dubbj dell'uno ed alla fede dell'altro, uguale aspirazione ai più elevati ideali. E questo influsso del Foscolo sulla mente del Pellico è attestato fin anco dallo stile delle sue lettere; stile alto, nobilissimo sempre ed in tutte; ma in quelle scritte all'amico, pur tumido talora, e vibrato, ed a sbalzi, che palesa lo studio del modello, e quasi l'afflato di lui.

E le frasi fervorose, e gli sfoghi caldissimi, in cui si traduce la quasi idolatria per il Foscolo, vi s'incontrerebbero ancor più frequenti, se negli anni maturi la mano stessa del Pellico non gli avesse temperati o soppressi. Non che egli punto rinneghi o scemi l'affetto al primo e maggior de' suoi amici; questo affetto, anzi, si afforza, si affina, si fa, coll'affinarsi, più intenso, più tenero, più operoso, fino alla morte del Foscolo; ma vuole il Pellico, nell'interesse del vero, moderata quella cieca ammirazione in tutto, e quelli che a lui sembrano eccessivi entusiasmi; e nella lettera all'egregio ordinatore dell'Epistolario Foscoliano segna ad uno ad uno i passi da sopprimere, le frasi da temperare. Fra le prime lettere ad Ugo, e questa che ne vuole emendato in alcune parti il tenore, sta intera, per così dire, la vita del Pellico; e chi ben guardi, si persuade come questa, che parve in lui contradizione od abdicazione, sia stata, invece, effetto naturale dello svolgimento dell'animo suo. Alcune lettere, inedite e veramente preziose, di Silvio alla Quirina Magiotti, la Donna gentile del Foscolo, e che parlano con traboccante ma sereno affetto dell'amico comune, ne sono eloquente conferma: e non bisogna dimenticare che, se ella soccorse nascostamente, con mano generosa, agli infortuni del Foscolo, comprandone i libri, e a lui, ignaro dell'artificio, facendoli poi restituire, fu appunto il Pellico l'esecutore delicato e segreto di questo atto pietoso; mentre egli in queste lettere alla Quirina e nei Canti attesta e proclama di Ugo Foscolo le virtù alte e magnanime, e, uscito dal carcere, rimpiange di non aver ceduto, quand'era tempo, agli inviti fraterni di lui, allorchè dalla Svizzera lo chiamava con sè, dicendo il buon Silvio che, se avesse accolto l'invito, avrebbe cansato tanti dolori, e non sarebbe invecchiato nei ferri.

Ma quando il Foscolo sollecitava l'amico (anche per mezzo della Donna gentile) a raggiungerlo, questi dalla sua cattedra di francese era passato istitutore del Briche, giovinetto baldo, di raro ingegno, che indi a poco miseramente periva, e poi, nel 1816, dei due carissimi figli del conte Luigi Porro, famiglia di alto sentire, amica al Pellico generosa e di rara costanza pur nei pericoli, e alla quale egli, in ricambio, dedicò tutto se stesso e per sempre.

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La missione dell'educare, del resto, fu per Silvio sacerdozio di libertà. Anima grande, non poteva restarsene indifferente alla causa dell'educazione nazionale, dalla quale allora più che mai dipendevano le sorti d'Italia; e a quella, infatti, consacrava il Pellico, con la persona, il genio e la penna: da tutti quanti i suoi scritti, in prosa ed in verso, le Prigioni e i Doveri, le Tragedie e le Cantiche spirando sempre un magistero altissimo educativo.

E poichè ho ricordato qui le Tragedie, giova pur rammentare come già nel 1811, mentre Ugo Foscolo era ancora in Milano, comparsa su quelle scene la giovane a cui accennavo testè, la Marchionni, la quale doveva essere la più applaudita attrice del tempo suo, e conseguire trionfi che difficilmente saranno poi superati, il Pellico ne aveva tratta ispirazione per volgere in forma drammatica la scena terribilmente pietosa di Francesca e di Paolo. E nonostante che il Foscolo, al quale come a maestro ebbe Silvio mostrata la sua tragedia, uscisse nella nota sentenza: «Non revochiamo d'inferno i dannati danteschi, farebbero ai vivi paura», il Pellico questa volta disobbedì, e fu disobbedienza felice. La Francesca da Rimini riuscì una delle tragedie più popolari del teatro italiano, destando ovunque un entusiasmo che mal si descrive; e lord Byron la traduceva mirabilmente in tre giorni, mentre il Pellico, in argomento di gratitudine, ne volgeva nell'idioma nostro il Manfredo.

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Tramontava intanto, o Signori, la stella del Bonaparte, e l'Austria ribadiva i ceppi all'Italia, le imponeva silenzio, la ingombrava di delatori. La famiglia del Pellico era costretta a far ritorno da Milano a Torino; ma Silvio, pur misurati i pericoli, volle restare colà, e prodigo della libertà sua e della vita, propugnare la libertà ed il diritto della sua vilipesa Nazione.