Nella casa liberalmente ospitale del conte Porro, egli conobbe e prese ad amare gli uomini più valenti di quell'età memoranda; quei letterati e quei patriotti del ventuno, i più dei quali dovevano cader vittime della gelosa polizia imperiale: schiera di generosi, rappresentante il genio italiano contro i dispotismi dell'Austria; una letteratura nuova, la quale studiava d'immedesimarsi nei bisogni e nelle idee popolari, nel sentimento nazionale, e diventare sapienza civile e politica. Non era quella, o Signori, una setta; era l'Italia, che per essi anelava alla sua propria emancipazione.

«E Silvio Pellico, esile, malaticcio, balzato, ciò nondimeno, in mezzo alle battaglie del pensiero più fervido, in mezzo a tanta operosità civile, destinata a qualificare un'età, sente ingagliardirsi le forze; e fatto quasi maggior di se stesso, vince la debolezza della sua fibra, sorge, ed incalza alla pari degl'ingegni più audaci. La corrente di quelle idee lo trasporta; gli uomini, fra cui vive, lo infiammano dei loro ardori; la sua indole generosa e fidente nel bene lo spinge a correre quelle vie, che danno speranza di conseguirlo.»

E così, quel movimento letterario, iniziato negli ultimi anni del Regno Italico, facendosi ognora più vive le idee che lo fecondavano, ebbe manifestazione formale in quel foglio azzurro, nelle apparenze modesto, e pur fecondo di patria grandezza, Il Conciliatore, che usciva in Milano il 3 di settembre del 1818.

L'Austria, però, vedendo per questo Foglio prodursi quelle idee, e diffondersi quei sentimenti, che soli risollevan lo spirito abbattuto di un popolo, non potè non entrare in sospetto, e lo qualificò per congiura; ma, a non parere nemica di civiltà, non osò proibirne sul momento la pubblicazione; si contentò da principio di mutilarne spietatamente gli scritti, e con fiscali perifrasi far sentire a quegli scrittori che il Conciliatore, per vivere, non doveva, in sostanza, dir nulla.

Ai nobili intenti di quel Periodico, che si disse romantico, ma che fu altresì nazionale, rispose con plauso l'Italia, di cui sosteneva la dignità ed il diritto: e quantunque non potesse pubblicare che 118 numeri, nè durare che poco oltre un anno, recò più tardi i suoi frutti, pagati pur troppo a peso di catena e a prezzo di sangue, ma frutti preziosi: la indipendenza di un popolo, la vita libera di una nazione.

Giovandosi dello spionaggio più scaltro e più ignobile, la Polizia misurava i passi, pesava ogni parola, coglieva ogni respiro di quegli animosi, mentre si preparavan prigioni, e si allestivan patiboli. Si sospettava dall'Austria che il Porro, il Confalonieri, ed altri molti, forse per mezzo del Pellico piemontese, fossero in segreti rapporti coi Carbonari del Piemonte, e che per essi si stendesser le fila di una vasta cospirazione, con a centro il Conciliatore, di cui era il Pellico segretario. Ond'è naturale che su di lui, più ancora che sopra gli altri, gravassero i sospetti del governo e de' suoi delatori. Un viaggio, in quei giorni, di Silvio, prima a Torino per assistere il suo amico De Brême moribondo, poi a Venezia col Conte Porro, accrebbe i timori dell'Austria; la quale, risoluta di soffocare ogni aspirazione di libertà sotto qualunque forma si palesasse, sopprimeva a un tratto il Conciliatore, e incominciava gli arresti de' suoi principali collaboratori e aderenti, sotto la imputazione di Carbonarismo.

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Silvio Pellico intanto, tornato da Venezia, ripara nei pressi di Como, dove la prudenza affettuosa del Conte Porro lo ha tratto.

Ma appreso che Piero Maroncelli è arrestato, e che altri ancora son ricercati, vuol tornare a Milano, per salvare, potendo, l'amico, per parteciparne, se occorra, la sorte.

Vi giunge: uno sconosciuto lo incontra, gli si avvicina, gli sussurra alle orecchie: «La polizia vi cerca.» «Sa dove sto» egli risponde; «vo ad aspettarla.» Ci va; è, invece, aspettato. Non salva l'amico; si perde generosamente con lui. Sequestrata ogni carta, è condotto a Santa Margherita, ov'egli entra ripetendo a sè e a' carcerieri: