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E qui, miei Signori, io domando all'illustre Zumbini nostro che per poco almeno vi parli egli per me, e, sia pure in compendio, vi descriva egli con eloquente efficacia la recente sua visita al sinistro castello. Dopo aver detto come questo luogo di pena e di strazio sia stato trasformato in caserma, dove ognuno, col dovuto permesso, può entrare, prosegue: «Ma se non c'è più lo strazio, c'è tuttavia qualche cosa che ancora ne fa vivo il ricordo. Parlo di quelle casematte, in cui fu sepolta tanta gente ancor viva, e alcune delle quali, nei mutamenti avvenuti, furono restaurate a testimoni parlanti di quella tristizia di tempi.

«Le cagioni ed i modi della trasformazione, e la storia del Castello e delle numerose nobilissime vite ivi immolate, si leggono in un volume scritto da un colonnello dell'Austria, il quale disseppellì le tristissime bolge, e dove si legge del pari, fra le altre cose di sinistra curiosità, la nota caratteristica che nel registro della prigione fu scritta in tedesco sul Pellico, recante il numero 302, e che, tradotta, dice precisamente così: «Nativo di Saluzzo, in Sardegna, 32 anni di età, cattolico, celibe, già segretario, piccolo di statura, di gracile costituzione, di buon colorito, capelli bruni, barba bruna, occhi celesti, naso regolare, bocca piccola. Parla l'italiano, il francese, il latino, e non correttamente il tedesco.» Sembrano cenni necrologici; e quel librone antico dello Spielberg, che ne contiene tanti altri simili, sembra un monumento funereo, che da sè solo ricordi un numero indefinito di tombe.

«Ma finalmente mi risolvo a discendere. Confesso che me ne è rimasta nella mente una gran confusione come di sogno breve e terribile. Mi ci condusse un custode armato di una gran fiaccola, come si fa nella visita delle catacombe. Di tanto in tanto quell'uomo si fermava, per accennarmi, colla muta parola del lume, ora le pareti umide e brune a cui era ancora attaccato qualche anello di catena, ora le vòlte pendenti sui nostri capi, e poi, quegli strumenti di tortura, che parevano cose viventi, e superstiti a tutte le morti da essi prodotte. Al rapido guizzar della fiaccola sparivan le tenebre, e tutto diveniva più pauroso e più orrendo. Dalle pareti, dalle vòlte, dal pavimento, da quegli strumenti, come a Dante dalla scheggia del suicida, pareva uscissero insieme parole e sangue.... Non dirò altro, non mi rammento d'altro. All'uscir di quel baratro i miei occhi erano quasi ottenebrati, e vedevano il sole come in ecclissi. Avevo con me Le mie Prigioni, già rilette poco avanti; le riapersi, quasi per cercare conforto al martire stesso, che qui aveva durato e vinto tanto dolore.... La tomba, in cui poco prima aveva visto pendente il suo ritratto, era quella dove lo gettarono al suo arrivo, e dove stette per qualche tempo; e solo quando i suoi patimenti l'ebber ridotto all'estremo, fu trasportato di sopra.»

Con la guida del libro tedesco cerca allora lo Zumbini dove può essere il nuovo asilo assegnato al Pellico, e ogni altro luogo descritto da lui fedelmente nelle Prigioni, e lo trova; e benchè spesso interrotto dal guardare ora a questo ed ora a quel punto, egli ha compiuta la nuova lettura, e fatta l'ora di lasciare lo Spielberg. Parte, e montato più tardi sul treno di Vienna, ei si volge spesso indietro a guardare, finchè può essergli in vista, il truce Castello.

«A seconda che vi morivano gli ultimi bagliori del sole, e vi cresceano le ombre, mi si facevano (ei dice) più paurose le immagini suscitate dalla sua vista. Guardavo e pensavo: Quanto dolore umano si accolse colà per più secoli! E quel dolore, di quanti altri affanni non fu cagione in ogni parte d'Europa!... E mentre il gran mostro già s'involava del tutto ai miei occhi, guardavo sempre e pensavo.... In nessun altro paese dovette così abbondar quel dolore, come nella patria mia, perchè italiana fu la parte maggiore di quelle vittime illustri. Ma pur dalla patria mia ti giunse, o Castello, la più terribile scossa che tu avessi mai avuta. Fra le infinite dipinture dei tuoi orrori, appartiene all'Italia quella che, tanto più potente quanto più mite, valse sopra tutte a far sì che, aboliti i tuoi flagelli, fossi tu aperto a quelle aure, a quel sole, a quelle armonie del giorno, che sono come la vita della nostra vita, insieme con la libertà!...»

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In questa tomba, pertanto, entrava il povero Silvio. Qui pure, o Signori, mortali tristezze e rare consolazioni: il lurido covile dei primi tempi, e la figura del vecchio Schiller, il burbero carceriere dal cuore paternamente benefico; le sue arti pietose a conforto dei prigionieri politici, che egli chiama suoi figli; la morte di lui, pianta dal Pellico con dolore filiale; i colloquj sul terrapieno con la buona compagna del soprintendente affètta di tisi, e che, sentendosi presso a dover separarsi dalle sue creature bellissime, lo prega, lacrimando, a ricordarsi di loro, ed anche di lei, come essa a lui ricordava una persona diletta. E poi, l'incontro improvviso, drammatico, col conte Oroboni; i loro lunghi e sommessi conversari di forte pietà; la fiera malattia del Pellico, onde anche in Italia si diffonde la voce della sua morte, che a poeta gentile ispira pietosissimo canto; la guarigione; la riunione sua col Maroncelli, consumato dal dolore, distrutto dalla fame, ammorbato dall'aria del carcere tenebroso; la gioia loro suprema, l'armonia dei pensieri, l'accordo nelle speranze, il mutuo recitarsi di versi da ciascheduno composti; l'eroica morte, in carcere, dell'infelice Oroboni; le lacrime del morente nel ricordo del padre suo ottuagenario; le parole estreme di sublime perdono ai nemici ed ai carnefici.

Ma chi, soprattutto, può ricordar senza fremiti le sciagure del povero Maroncelli? l'amputazione della gamba? l'assistenza fraterna di Silvio? la leggendaria fortezza del paziente, il quale, mentre aspetta fra i più acuti dolori l'amputazione, dirige a' suoi cari un tenero canto, quasi testamento di amore, e poi, con pensiero feminilmente gentile, appena il taglio è eseguito, data un'occhiata di compassione alla gamba che portano via, porge al chirurgo, null'altro avendo da offrirgli in pegno di gratitudine, quell'unica rosa, che egli accetta piangendo?

E quando finalmente suona l'ora della liberazione per Silvio e per l'impareggiabile amico, in quelle pagine si fa più che mai manifesta tutta la delicatezza di quegli spiriti, tutta la magnanimità di quei cuori, nel trepido sospiro alle loro famiglie, e nel compianto pei cari amici che quivi lascian sepolti, e forse per sempre!