Il viaggio, l'addio fra i singhiozzi al Maroncelli, il socio diletto de' lunghi dolori, e al quale egli implora benedizione, e porge augurio di amici che lui, Silvio, agguaglino nell'amore e superino nella bontà; la compagnia del buon brigadiere austriaco, che per l'appunto fu tra coloro che dovettero strappar crudelmente il Confalonieri dalle braccia della più tenera fra le spose, la cui vita è, a narrarsi, un poema di dolore, di eroismo, di amore; la divina consolazione nel riabbracciare finalmente i suoi cari; l'incontro provvidenziale nel venerato abate Giordano, che con la madre lo induce a narrare all'Italia i suoi casi; la comparsa delle Mie Prigioni; la universale accoglienza e il costante successo di questo libro, uno dei più semplici, dei più veri, dei più santi libri usciti da penna italiana!

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In tutta questa intima storia è una temperanza meravigliosa; nessun segno mai d'ira, o di risentimento, giammai! Felice nella scelta delle cose da dire fra tante che ne ha omesse; felicissimo per avere con magistero d'arte, tanto più solenne quanto più nelle apparenze dimessa e spontanea, saputo presentare alla fantasia del lettore un gran personaggio, benchè nominato due o tre volte appena, e con tutta semplicità.... L'ombra imperiale nella lettura del libro si proietta sempre in certo modo dinanzi a voi, fino al momento nel quale l'artista, con un tocco alla Shakespeare, la suscita e la fa giganteggiare sinistramente nel giardino di Vienna, quand'egli, il Pellico, con altri reduci dallo Spielberg e sotto custodia, là ritrovandosi, viene quivi a passare l'imperatore; e il commissario li fa sollecito ritirare, perchè la vista delle loro sparute persone non attristi il cuore di lui!

Quanto alla politica, l'autore, simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, protesta di volerla lasciare in disparte, e la lascia; ma, ciò nondimeno, la politica, nulla curandosi di questo broncio, sembra voglia governare a sua posta, non solo nello spettro dell'innominato protagonista, ma in tutto quanto il soggetto; onde il Pellico, col suo mitissimo libro, duraturo finchè gli uomini avran bisogno di piangere, necessità di sperare, e, leggendo, di farsi migliori, diede all'Austria la più fiera delle sconfitte, e all'Italia acquistò una vittoria non più mai disputabile nella coscienza civile delle nazioni.

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E questo libro così forte nella sua mansuetudine, ond'ebbe ed avrà sempre sugli animi una efficacia infinitamente maggiore di ogni altro libro siffatto, ei lo dettava, o Signori, con altre opere degne, dopo lo Spielberg; argomento questo a far cauto chi fosse per avventura tentato di credere, che il Pellico, uscito di carcere, recasse, con le fisiche infermità, anche una specie di anemia letteraria, prodotta soprattutto dalla sua fede, e che questa e lo Spielberg avessero in lui, se non spenta, ammorzata ogni fiamma di affetto, inaridita ogni sorgente di nobile ispirazione, essiccata quella limpida vena (che pareva sì ricca ed inesauribile) del suo amore di patria. No, miei Signori; Silvio Pellico fu imprigionato nel pieno fervore della sua giovinezza, con tutto il confidente suo ingegno, le rosee illusioni, le fiere baldanze dell'età sua; ne uscì uomo, col senno maturato dalla più dura delle esperienze, coll'animo ritemprato dalla sventura; ma sempre lui, Silvio Pellico, in tutto. E se altri voglia chiamar debolezza il suo abbandonarsi alla fede, ma io benedico a questa debolezza, o Signori, perchè ad essa principalmente dobbiamo se il Pellico fu più forte dei suoi dolori, e «se lo Spielberg (ripeterò col Gioberti), non è più oggi un inferno di vivi, nè un'infamia del secolo, ma è reliquia di martiri, e monumento di patria virtù.»

E questa sua debolezza non gl'impedì di dettare, uscito dal carcere, e pur colà meditati, anche i Doveri degli uomini, libriccino più sapiente di un codice; e non scarsa parte di quelle Tragedie, che, pur coi loro difetti, dovevano, nella riforma del teatro italiano, accostare il suo nome all'Alfieri.

Il Pellico, infatti, ammiratore dell'Astigiano, si attenne, finchè potè, alla forma di lui, ma fu originale nel resto; indi il divario dei caratteri nelle tragedie di entrambi: il primo, fiero ed in guerra, mal può indugiarsi a dipingere i teneri sentimenti; il secondo, mite ed in pace, spazia volentieri nelle regioni dei dolcissimi affetti: l'Alfieri è sempre l'irato vate che muove guerra implacata ai tiranni; il Pellico è anch'egli costantemente poeta di libertà, ma è insieme poeta di amore. Egli pure, il Pellico, non ignora gli abusi del cuore umano; ma somiglia, si disse, e quell'angelo, che mentre scrive il peccato, lo cancella pietoso col pianto.

Il nostro Silvio chiude il suo corso poetico con le Liriche, dov'ei ripercorre gli anni che furono, e quante ebbe occasioni di godere e soffrire; gli tornano al pensiero mesto i ricordi della fanciullezza, la famiglia, gli amici, i giorni delle prove, i dolori, la santità degli asili e dei templi, le dolci visioni di amore.... «Poesia, che, pur di attingere le altezze morali, più non cura affidarsi ai segreti dell'arte, e anche dimentica l'efficace soccorso della forma eletta, attraente. Questa poesia, pertanto, che è d'ogni nobile spirito, seguiterà a vibrargli nell'animo, ma Iddio solo l'udrà.»

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