Il mondo, intanto, lo cerca, lo festeggia, gli si affolla dintorno, ma egli oramai se ne ritrae sbigottito, a non turbare il suo riposo bramato e ottenuto; e se non gli fosse rimasto con chi sotto il caro tetto domestico, e poi coi beneficenti Barolo, esercitare le pietose facoltà del suo cuore, si sarebbe (egli scrive) chiuso in un chiostro, per servire e soccorrere agl'infelici. E quando di nuovo lo visita la sventura colla perdita dei genitori e d'uno dei cari fratelli, Luigi; e quando qualche tentazione delle antiche sfiducie novamente lo assale; il suo dolore ed i suoi scoramenti sono temperati dalla stessa pietà.
E ciò vediamo più apertamente che mai nel suo Epistolario, il quale, per me, più che storia, è confessione di vita. Le lettere che, liberato, torna a scrivere piene di affetto giovanile, mirabili per dottrina e per vigore di sentimento, ai genitori, ai fratelli, agli amici, ai Porro, alla Marchesa di Barolo, al suo Confalonieri, uscito finalmente egli pure dallo Spielberg, sono il riflesso dello spirito suo, come ne sono fedelissimo specchio quelle inedite, da lui dirette alla Donna gentile, la quale ebbe anch'essa a occupare gran parte de' pensieri del nostro Pellico durante la prigionia, e mescersi di frequente ai suoi dolori, e sorridere ai suoi conforti, e confortarlo essa stessa con le altre rimembranze dilette. E come no, se nelle lettere che precedono la cattura ei la invoca coi nomi più dolci, di madre, di sorella, di amica, pieno per lei di un affetto il più vivo, quantunque non l'abbia mai ancora veduta, nè debba vederla che una volta soltanto, in Firenze, trent'anni dopo? E come no, se poco innanzi l'arresto, parlando ad essa del proprio ritratto che le ha inviato: «Niuno onore (le scrive) mi è stato tanto caro, quanto quello che mi fai tu, amica adorata, tenendomi nella tua stanzetta di studio, e fissando in me i nobili, affettuosi tuoi sguardi. Ho letto di certi santi che si staccavan dal quadro dove eran dipinti, e venivano giù in carne e in ossa ad abbracciare i loro diletti. Oh! se potessi, Quirina, operare questo miracolo anch'io!»
E avvenuta la liberazione, e ripresa con lei più frequente e non meno affettuosa la corrispondenza interrotta, la prosegue costante, finchè il conforto della dolcissima donna non viene, per morte di essa, a mancargli. E in queste lettere le confessa che nei lunghi anni del suo dolore ha spesso ricordato le sue virtù, e ne ha spesso parlato col Maroncelli. Ora è naturale che a lei schiuda Silvio tutto l'animo suo, e le narri l'intima storia de' suoi ultimi anni. Bastano pochi tratti di queste intime confessioni, per sorprendervi intero il pensiero ed il cuore di lui. Udite. Deplora in una di esse le troppe, inevitabili, visite dei curiosi e degl'importuni, e tra questi, di coloro che vorrebbero ricondurlo alla vita attiva politica, e aggiunge: «Solita enorme pazzia di gente, la quale sogna ch'io debba mischiarmi di politica, e che non si possa essere stati allo Spielberg senza prender parte pro o contro ai fanatismi dei guelfi e dei ghibellini, a cui mi sfiato a rispondere: Amo la patria quanto voi, e probabilmente più di voi; ma son nemico delle stolte e funeste guerre civili, e detesto le follie che possono trarre a ciò, e a nessun bene pubblico.» E in un'altra: «Dacchè ho passato dieci anni in solitudine dolorosa, il più delle volte mi par d'essere in una generazione che non mi appartiene più, tranne pochissimi. Ho soli 47 anni, ma sono vecchio di cento; e la stirpe che mi si agita intorno, è tutta calda di amori e di odj, che non so e che non voglio dividere.... Temono ciò ch'io non temo, sperano ciò ch'io non spero, ambiscono ciò ch'io non ambisco. Il torto non è mio, nè di questa nuova generazione. Non vi è torto, ma semplicemente un fatto, che io ravviso come un fatto, e di cui non mi lagno. Io sono un risuscitato, a cui tutti i viventi fanno buon viso, ed io lo fo loro; ma le abitudini di essi e le mie hanno a vicenda un non so che di straniero.... E allora, le mie fantasie, che poco si dilettano del presente, cercano con amore il passato. Il passato per me si compone di due secoli, fortemente impressi nella memoria: e furono, la mia giovinezza, e gli anni di prigionia. Penso molto, e più che altrui non appare, a quei periodi lontani. Vi penso anche quando sto in società; e, strana cosa! mentre inorridisco dei giorni che ho vissuto nei massimi dolori, pur non posso, o Quirina, allontanarli dalla mente; ed anzi, mi nasce da quelle tristissime ricordanze una specie di vita interna, che mi conforta e mi piace. E questa vita, e questo sentirmi segregato dalla maggior parte degli uomini d'oggidì, questo rammemorare tanti amici miei che più non sono sulla terra; insomma, questa mia stranierità d'uomo risuscitato, è una vita assai singolare, poco lieta, e nondimeno poetica, sentitissima, e direi quasi buona, perchè mi è diventata natura, e mi sforza a religione, a preghiera.»
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Così, o Signori, fra i ricordi del passato, le solitudini del presente, la carità, l'amicizia, l'amore, visse i suoi ultimi anni quest'uomo, sì modesto e sì grande; che per l'ingegno, per l'animo, per l'opera sua fu vanto d'Italia; che sollevò a religione l'amore stesso di patria; che senza maledire a nessuno, con la dolce parola, apostolo del perdono, riaprì (fu scritto) l'adito alla mitezza cristiana negli orrori stessi del carcere; quest'uomo, il cui alto ideale fu la bontà, il cui splendido regno l'amore; onde il soave amore di donna gl'ispirò la Francesca; il sacro amore di patria Le Mie Prigioni; il santo amor della fede I Doveri ed i Canti.
E se è vero, come si disse, e come non può esser negato, che il culto all'Italia ebbe origini sotterranee, nè mai fu più nobile di quando echeggiò sotto i piedi dell'inimico; oh! come ci comparisce ammirando quest'umile sacerdote delle catacombe italiane!
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Nella stanza solinga dove Silvio moriva, due reliquie, fra le altre, preziose, doverono richiamare, o Signori, con attrattiva mestamente soave gli ultimi sguardi del poeta e del martire: una piccola scrivania, che già appartenne al Parini, e che aveva seguìto Silvio nel carcere; un orologio, che già fu dell'Alfieri, e che al Pellico aveva voluto la Donna gentile donare, uscito ch'ei fu dallo Spielberg. Or quell'oggetto, sul quale il Parini ebbe forse meditati i suoi Canti d'italica morale resurrezione, e Silvio ebbe forse dettate Le Mie Prigioni, legava egli con delicato pensiero, in pietoso ricordo, al venerato ministro, che nelle ore estreme accompagnava la sua anima grande sul limitare dell'eternità, e gli rammentava le immortali speranze.
E quell'orologio, che nei confini del tempo aveva segnato gli avvenimenti così profondamente diversi di quelle due vite, dell'Alfieri e del Pellico, durava ora lì a ricordare eziandio colla ugualità dei suoi moti il palpito uguale, costante, di quei due cuori per la grandezza e la libertà della Patria. E quando il Pellico, chiuso per sempre lo sguardo alle caducità della terra, lo riapriva agli eterni fulgori, quell'orologio, che fu ricordo di gloria e pegno di amore, continuava lì co' suoi palpiti a raccontare la storia di quei due generosi, e a mormorare come un lamento, per la scomparsa del martire, che visse soffrendo ed amando, e che nel dolore sublimò l'amor suo e la sua fede nei sacri destini d'Italia.