V.

Così, verso la fine del 21, in Parigi, un italiano, che si faceva chiamare Conti, aveva presa stanza in una soffitta del Quartiere Latino: ed era uscito alla luce un libretto intitolato De la révolution piémontaise, che portava in fronte questo verso dell'Alfieri: «Sta la forza per lui, per me sta il vero», e che alla narrazione dei fatti soggiungeva come conchiusione queste parole fatidiche: «La liberazione d'Italia sarà l'avvenimento del secolo XIX». E mostrava come la debolezza dei Principi, la violenza dell'Austria, non potevano che ritardare lo scoppio: nulla di più... Fallite le speranze europee di monarchie costituzionali, sostituito a quelli onesti propositi il lavorìo tenebroso delle sètte, verrebbe poi giorno in cui la libertà e la legge riprenderebbero il loro incesso sicuro e solenne. E finiva: «La facile vittoria dei despoti sui movimenti napoletani e piemontesi li fa illudere d'essersi trovati a fronte l'Italia, e di averla schiacciata. Stolti! non si trovarono mai a tanto; e le cose da me narrate lo dimostrano: ed io dovevo dimostrarlo, perchè nessuno de' miei connazionali avesse dagli avvenimenti del 1820 e del 1821 a argomentare l'impotenza d'una rivoluzione italiana.» Avea scritto in francese soltanto per avere, anche a fronte dei calunniatori della rivoluzione, un più largo numero di lettori. «Non ho avuto coraggio di firmare, perchè esule» scriveva; ma il coraggio più importante era quello di scrivere: e del resto era facile pensare che l'autore si sarebbe risaputo; e prima che da altri, dai leggitori più zelanti, i poliziotti europei.

Pochi giorni dopo pubblicato, quel libretto, piccolo di mole ma che ha in sè la grandezza del narrare imparzialmente cose osate o sofferte, e che nella storia del pensiero e del sentimento italiano ha degna comunanza di origini con le Prigioni di Silvio Pellico, veniva a mano d'uno de' più insigni pensatori e scrittori francesi, salito più tardi sotto la monarchia di luglio alle più alte dignità dello Stato, allora sospeso dall'insegnamento per il prepotere della reazione, ed inoltre malato di petto da parer quasi mortale: Vittorio Cousin. «Lo lessi» egli scrive «così per diporto come leggere un romanzo. Ma un vero eroe da romanzo trovai essere il capo di quella rivoluzione. La sua figura in cotesta storia di trenta giorni signoreggia tutte le altre. Partigiano della costituzione inglese, già provata dai Siciliani, e mal persuaso della spagnuola, dopo che l'esempio di Napoli trascina a questa, egli assume senz'altro il governo della rivoluzione: e vero e proprio dittatore, addimostra un'energia che gli avversari stessi han dovuto ammirare, non mai disgiunta da quella moderazione cavalleresca che in tali contingenze è sì rara: finchè, quando tutto è perduto, egli offre il proprio esilio per la pacificazione della patria». Saputo che quel protagonista, quell'eroe, era altresì l'autore del libretto, e ch'e' si trovava a Parigi, il Cousin, pur da quel suo letto di dolore, volle conoscerlo: e divennero amici «tali l'uno per l'altro, come se avessimo passata insieme tutta la vita.» La gallofobia alfieriana sfumava come nebbia al sole, dinanzi alla potenza d'un affetto umano e patriottico. «Erano in lui unite» così lo ritrae il Cousin «la forza e la bontà: uomo pronto a gettarsi nei più pericolosi cimenti, e tutto contento di consacrar la vita al sollievo di un amico che soffra... Aveva la passione del conversare, ed era parlatore meraviglioso. Nulla di elegante ne' suoi modi: un tono maschio e virile, accompagnato da cortesia squisita. Tutt'altro che bello: ma quando si animava, e animato era sempre, attirava a sè con passione... Così debole e prostrato com'io mi trovavo, quella sua energica parola mi produceva un'esaltazione nervosa, febrile, fin quasi allo svenimento: allora subentrava in lui tutt'un altr'uomo, tutto affetto, tutto tenerezza, una vera Suora di carità; che da quel suo largo e robusto petto, tanto bisognoso di espandersi, tratteneva la parola, il respiro, per non far male al povero infermo. E quante notti ha egli passate al mio capezzale, con la mia vecchia fantesca, per poi gittarsi, quando stavo meglio, tutto vestito sopr'un sofà; ed ivi, lui così sventurato, ma confortato dalla serena coscienza e dalla sua salute di ferro, addormentarsi tranquillo sino allo spuntare del giorno!»

In Parigi, e in una villetta a Auteuil, essendo il Cousin migliorato di salute, passarono i due amici quell'inverno fra il 21 e il 22. Il Cousin riprendeva a lavorare intorno al suo Platone: il Santarosa pensava già, era il suo sogno, ricominciare con la parola scritta a servire l'Italia, «fortemente disposto» scriveva l'ultima notte di quel suo anno fatale «a intraprendere qualunque più ardimentosa cosa per la libertà italiana»: meditava un'opera da intitolarsi De la liberté et de ses rapports avec les formes de gouvernement; tornava a vagheggiare, sotto i grandi alberi del Lussemburgo il romanzo italiano dei Vespri; tentava versi «la moglie del proscritto», pensando alla sua Carolina, quella che taluno ha creduto veder ritratta appunto nella vedovata Clarina della romanza del Berchet, di Carolina sua, «fortissima nell'amore» scrive baciando le sue lettere «fortissima nel soffrire» e invoca la memoria di lei che lo salvi; e a' loro figliuoli pensava vedendo il folleggiare dei bambini sui prati di quel giardino «cari fanciulli, ornamento dei nostri viali, e che rammentate nel freddo dicembre la primavera, come le rose che io miro con tanto piacere in vicinanza del laghetto. O miei figli, saluteremo noi qui insieme la primavera? Sì, lo spero; e mi manterrò degno di abbracciarvi senza amarezza e rimordimento d'animo». Avea giornate d'infinito scoramento: gli pareva di essere, alla prova, riuscito inferiore a sè stesso, ed ora aver perduto ogni vigore, ogni potenza di fare; non essergli rimasto che un «coraggio passivo» dal quale non sarebbe mai uscito alcun frutto. «Preferisco» scrive «le mie notti a' miei giorni. Vivo allora co' miei amici e congiunti nella dolce patria. Oh beni, soli veri, soli desiderabili, siete perduti per me!» Un giorno gli si presentò Cesare Balbo, e si abbracciarono: ma non eran più gli amici di una volta; e il povero Santorre se ne sentiva infelice, tanto da scrivere: «Tempo è per me di morire». Scriveva al suo Provana lettere di grande affetto, raccomandandogli la moglie e i figliuoli, lettere piene di memorie; memorie care e dolorose che si acuivano in certi giorni, in certe ricorrenze specialmente religiose, come quelle del Natale e della Settimana santa: e pregava l'amico ad essere nella chiesa dove vi avevano assistito insieme: «io sarò probabilmente a Nostra Donna; ma col cuore arido; accigliato, cupo; fissando amaramente questi preti che non posso amare...; sacerdoti druideschi» e altrove (scrivendo al Cousin) «che tengono i Cristiani a troppa distanza da Dio, e un giorno se ne pentiranno». Il più a lui devoto dei quattro amici, l'Ornato, lo aveva seguìto fedelmente a Parigi, e conviveva (pur sotto altro nome) con lui, e si dava intensamente agli studi greci, pei quali più tardi contribuì efficacemente al Platone del Cousin; agevolatogli e lo studio e la vita, con fraterna generosità, da un altro di quei nostri onorandi esuli, il Principe della Cisterna.

Ma la primavera che Santorre si era augurato forse per riunirlo con la deserta famiglia, gli portò invece la carcere e il confino in provincia. L'alleanza, santa anche quella, delle polizie trionfava di non lasciargli, a lui il più tenuto d'occhio fra tutti i generosi sommovitori del sentimento nazionale in Piemonte, non lasciargli pace nè tregua. I due mesi di prigionia gli furono consolati dalla lettura della Bibbia, nella quale s'immerse quando, parlandosi di estradizione sapeva bene, e non se ne turbò, che ciò voleva dire esser consegnato al patibolo; — dalla conversazione, che gli fu permessa, col Cousin; — dalle attenzioni d'un povero sorbettaio piemontese, Bossi, stato già sua ordinanza nella guerra delle Alpi; — e dall'affetto dello stesso carceriere, attratto esso pure, l'onest'uomo, dall'autorità morale che la virtù diffonde intorno a sè. Non fattosi luogo a procedere, poichè l'occultazione del nome, giustamente temuto dai nemici della libertà, resultò essere l'unico suo delitto contro il paese che l'ospitava; questa magra ospitalità gli fu acconciata in una relegazione in provincia, non essendoglisi voluto concedere un passaporto per l'Inghilterra, che egli chiedeva a malincuore, e per solo amore della personale libertà. Perchè quest'uomo che avea cominciata la sua vita politica dal misogallismo, amava ora la Francia, amava Parigi: la «nostra cara Francia, per quante colpe ella abbia», scriveva al Cousin; «questo Parigi che ora contiene una buona parte di me medesimo; che io ho sempre voluto odiare, et que j'ai fini par aimer d'amour». Il suo carteggio col Cousin; prima da Alençon, dove l'amico filosofo andò anche per qualche tempo a tenergli compagnia; poi da Bourges, dove (per punizione di rimostranze fatte in nome pure degli altri proscritti e della «cara infelice patria italiana» in una nobilissima lettera al Ministro dell'interno) egli fu trasferito sotto vigilanza più stretta; quel carteggio, è un tesoro di affettuosa sapienza. La conversazione continuò mediante i libri: Santorre si faceva alla giornata mandare dall'amico le pubblicazioni concernenti la religione, la filosofia morale, la politica. Ma il Lamennais, col «superbo suo scetticismo» non lo appagava; e «meglio» scriveva «meglio la mia cara Chiesa cattolica, che io difendo tanto volentieri contro le accuse dei filosofastri». Quando poi i due amici furono per un breve mese riuniti, le poetiche passeggiate del tramonto questa volta si accompagnavano alle conversazioni sulla immortalità dell'anima, poichè il Cousin, proseguendo i Dialoghi Platonici, lavorava allora al Fedone; e i dubbi, disputati a tavolino durante la giornata, dei quali il Santarosa nella entusiastica sua fede soffriva, cedevano la sera dinanzi al solenne spettacolo del sole che si coricava per riaffacciarsi al mattino, e «le nostre speranze per questa vita e per l'altra» scrive il filosofo «si mescolavano in un inno di fede muta e profonda nella Provvidenza divina».

Ma sull'animo del Santarosa, mentre pure attendeva al suo libro sui Governi e la libertà, pesavano incomportabilmente, da un lato, l'orgia di assolutismo che si sfogava in tutte le Corti, grandi e piccine, d'Europa, dall'altro il bieco irresponsabile armeggìo delle sètte. «Sia degli uni o degli altri la finale vittoria in questa guerra fra il male e il bene,» scriveva al Cousin «le grandi verità religiose e morali ne soffriranno ugualmente; ne soffrirà la libertà vera, la cui alleanza con la morale è legge nell'eterno ordine imperitura». E si doleva, non solamente che gli mancasse la possibilità, ma di non sentirsi tutte le qualità e la preparazione necessarie, per servire utilmente quella causa santa: gli pareva d'esser buono a qualcosa «durante la tempesta e dopo»; ma fargli difetto alcun che di fermo, di stabile, di compiuto: «il cuore e l'imaginazione prevalgono, il cuore con la sua tenerezza, l'imaginazione con le sue allettative. Troppo ancora mi resta addosso, e mi resterà tuttavia, della mia giovanile attività. Non per nulla io sono stato concepito nel seno d'una mammina di tredici anni: quella precoce maternità si riflette in questa mia postuma giovinezza: non fui finito di formare; di finito, in me, non c'è che il cuore». Intanto si adunavano in Verona a congresso statisti e sovrani per raffermare la reazione europea; ed ivi vi regolavano le occupazioni austriache di Napoli e di Piemonte, il servizio pure austriaco di polizia in tutti gli Stati italiani, l'intervento della Francia contro i Costituzionali di Spagna, dove Carlo Alberto avrebbe suggellata sotto le armi la sua defezione alla libertà; infine, si respingevano le istanze che la Grecia insorta presentava a quei Cristianissimi contro la tirannide e la barbarie dei Musulmani. Ed il Santarosa scriveva al Cousin: «Sarei all'ordine per metter mano al mio libro; ma ora non ho il capo ad altro che a questo congresso di Verona. È mio dovere mostrar all'Europa quel che saranno per fare rispetto all'Italia.... Ma che odiosa cosa è questo abbandonare i Greci alla vendetta, prima o poi, dei nemici della fede cristiana!».

Divenutagli insopportabile la larvata prigionia di Bourges, egli che aveva in Alençon ricusata la profferta fattagli di fuggire in Inghilterra, insistè presso il Governo francese acciocchè gli fosse rilasciato il passaporto per quell'universal ricovero agli esiliati di tutte le patrie, e a' primi di ottobre l'ottenne. Ripassò da Parigi con un gendarme accanto, abbracciò il suo Cousin, che potè vedere per soli dieci minuti, e lasciò per sempre la Francia: «la Francia», esclama il Cousin «per la quale egli era fatto, e che, dopo la rivoluzione del luglio, avrebbe, come il suo Collegno, potuta servire, se pure quell'anima altera, sdegnosa così della buona come della cattiva fortuna, avrebbe mai consentito a servire altra patria da quella che le sventure gli avevan resa più cara e più sacra».

VI.

Dei tre non interi anni che soli ancora gli rimanevano, i due da quando arrivò in Inghilterra nell'ottobre del 22 a quando nel novembre 24 ne partì per la Grecia, furono i più sconsolati e tetri dell'avventurosa sua vita. Conobbe in Londra, fra gli altri esuli, il Berchet, il general Pepe, il Pecchio, Giovita Scalvini; convisse col Foscolo, avendo insieme col conte Porro presa in affitto (e furono i giorni meno nuvolosi di quel triste biennio) una di quelle ben arredate villette nelle quali Ugo disperdeva i suoi lauti guadagni inglesi, e logorava la quiete dell'anima e la dignità della vita. E col Foscolo parlavano delle cose italiane; ma più aneddoticamente che altro, e fermandosi al 14, mostrando Ugo di non pregiar degnamente i nuovi atteggiamenti del sentimento nazionale e i tentativi e le speranze. Trovò corrispondenza d'affetti in una buona famiglia di quaccheri: una donna gentile gli si fece maestra a imparucchiare un po' di quella lingua. Gustò e ammirò i benefizi della libertà in quella, davvero, grande nazione. Ma la quiete d'animo che cercava ad attuare i suoi disegni di altri studi e lavori in servigio della patria italiana, non la trovò: non trovò i modesti agi sperati al pietoso fine di tirar seco qualcuno de' suoi cinque figliuoli, «queste povere creature associate al mio infelice destino», per la cui educazione, massime del primogenito Teodoro stava in pensiero; non che diffidasse della virtuosa sua moglie, ma aveva purtroppo ragion di temere che la liberazione dei beni dal sequestro fosse vincolata a condizioni ripugnanti, fra le quali una lo faceva «fremere», ed era che il suo Teodoro potesse esser dato a educare ai Gesuiti. Fu stimolato, anche con rimproveri (e calunniosi rimproveri) di offrire, ancor egli come altri de' nostri esuli facevano, la propria spada a quelle guerre con le quali, in Spagna e in Portogallo, altalenavano fra ambizioni regie e militari il trono e la licenza: ma il suo cuore non gli diceva nulla per quella causa. Tentò a Londra il lavoro pei giornali; ma si accorse presto mancargli, delle qualità che ci vogliono, quelle alle quali si può volentieri rinunziare quando si senta (com'egli scrive) di essere atto «a fare altro che articoli». Provò a ritirarsi, in altro cerchio di vita, a Nottingham, umile ma ben voluto precettore di italiano e di francese: dove ci attesta «aver ricevuto gentilezze d'ogni maniera», e trovatoci (quel ch'ei sommamente cercava) affetto, e aver sentita la «consolazione del campare del proprio lavoro»; ma ciò non valse a rasserenarlo, a toglierlo da una certa, starei per dire, allucinazione sul vero de' fatti propri, sul vero esser suo, quando lo sento quasi rimproverarsi della vita passata anche quei fatti de' quali più vivo e tenace dovea durargli l'orgoglio. Si ridusse insomma a tale, che il bisogno di rompere quelle acque morte nelle quali a poco a poco si sentiva sprofondare, il bisogno di riaversi con un atto di energia, fosse pure inconsulto e precipitato, tale bisogno, in quella fervida natura, in quell'organismo di ferro, si fece imperioso e da non poterglisi in verun modo sottrarre.

Tutto questo ha documenti in qualche pagina dei soliti ricordi, in alcun'altra dell'Epistolario foscoliano, e nel carteggio col Cousin e col Provana. Nei ricordi segnava il 23 marzo del 1823 così: «Ventitrè marzo! Non è questo il giorno in cui pubblicai la proclamazione che restituì alla patria la vita e le speranze? Vita che fu breve pur troppo! speranze che si dileguarono! ma mi rimase l'onore di non aver disperato della libertà italiana. Questo dì è quello ancora, nel quale sui colli di Avigliana presi le risoluzioni che mi preservarono da gravi errori nella campagna di Francia nel 1815, e quella di abbandonare lo scrivere francese per l'italiano. E il 23 marzo fu quel dì, nel quale l'anno passato gli sgherri del re Luigi mi afferrarono. Giorno di gloria nel 1821, e di sventura non meritata nel 1822; giorno sacro ai solenni pensieri nel 1815, e d'allora in poi ricordato sempre con un senso di dolcezza; oggi ricorri pieno di speranze. Io ti saluto, e riconosco dalla Provvidenza divina il concorso di circostanze per cui ti do il benvenuto, giorno di speranze e di conforti». Delle quali delicate e gentili superstizioni, che gli piaceva d'aver comuni con gli antichi romani, si confessava al Cousin, quando il 18 ottobre di quello stesso anno, suo quarantesimo anniversario, gli arrivava dall'amico in quella solitudine un volume del nuovo Platone; di quell'opera, sopra una pagina della quale avrebbe poi il Cousin alla memoria di lui, gloriosamente morto, consacrata una pagina degna dell'antichità. Ma al Provana sconsolatamente, pur ricordandogli la cara Torino e i Quattro i cui legami il 21 avea scossi, ma non rotti, sconsolatamente scriveva: «Il mio cuore, donde tutti i movimenti della mia esistenza morale procedono, è miseramente oppresso»; oppresso dal pensiero che più non rivedrebbe la patria: «quel pensiero, come un fantasma che persegue il reo, seguita il tuo povero amico».